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  • La France insoumise (LFI), il cui nome in italiano può essere tradotto come “La Francia non-sottomessa” o “La Francia ribelle”, è un movimento politico francese ecosocialista lanciato il 10 febbraio 2016 con simbolo ufficiale la lettera greca phi (φ) che rappresenta la sapienza, il cui programma è intitolato L’Avenir en Commun (“Il Futuro Comune”) ed il cui leader si chiama Jean-Luc Melenchon. LFI nel 2017 alle elezioni presidenziali ottiene il 19,58% ed alle legislative l’11,3%, mentre nel 2019 alle europee il 6,31%.  Nel 2022 alle presidenziali Melenchon ottiene il 22% e per pochi punti non batte Le Pen per andare al ballottaggio con Macron.

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  • di Beatriz García, La Villana de Vallekas/Fundación de los Comunes, Diagonal 15/01/2017  (Traduzione di Nadia De Mond, Communianet)

    Alla Villana de Vallekas, a Madrid, abbiamo l’abitudine di raccontare/ci la nostra storia per non dimenticare quello che abbiamo imparato e perché le persone nuove sappiano che la nostra lotta viene da lontano ed è stata fatta molte volte da sconosciuti. Anche per provare che il capitalismo ci sta col fiato sul collo e per non essere tristi quando anche se vinciamo sembra che abbiamo perso; o quando ci cambiano le domande. E per saper distinguere le tendenze lunghe da quelle brevi, per apprezzare il nuovo che nasce e il fondamentale che permane, e inventare spazi e strumenti che ci consentono di rafforzarlo/ci.

    Questo è un riassunto delle ipotesi che abbiamo tra le mani, ma che si basa su esperienze e riflessioni che vengono da lontano, dagli ultimi 15 anni, e che si sono costruite collettivamente. Nuove ipotesi che si porranno in pratica solo se vengono elaborate insieme.

    Sindacalismo sociale nel cuore dei centri sociali

    Negli ultimi tempi si è parlato molto della necessità di nuovi partiti che entrino nelle istituzioni per restituirle alla cittadinanza. Però poca gente si è soffermata sulla necessità di ripensare i sindacati, nonostante l’urgente bisogno che abbiamo di strutture di difesa e di attacco collettive. I sindacati concertativi non si pongono minimamente la questione di una loro trasformazione interna; i sindacati alternativi continuano a uscire dai luoghi di lavoro. Però pare che la crisi non finirà presto e che la precarietà e la disoccupazione continueranno ad aumentare; “la fine del lavoro” è qualcosa che ormai annunciano persino i capitalisti.

    Negli ultimi anni si sono sviluppate iniziative che possono servirci per immaginare i sindacati del futuro. Sono gruppi basati sul mutuo soccorso, che affrontano problemi propri, però si collocano dentro il quadro di una lotta più ampia, che utilizza l’azione diretta e la battaglia legale. Sono come sindacati ma nell’ambito della casa, della salute o dei servizi di cura. Assomigliano di più ai sindacati dell’inizio 900 che a quelli attuali: i primi hanno messo in piedi cooperative per la casa, spacci, scuole popolari, casse di resistenza, mutue di ogni tipo. Questo tipo di sindacalismo, per differenziarlo da quello esistente, viene chiamato “sindacalismo sociale”. Queste iniziative, oltre ad esercitare diritti e lottare per essi, sono luoghi di politicizzazione e di presa di coscienza per i suoi membri, che creano vincoli che vanno oltre l’oggetto della lotta e che creano comunità di appoggio e di scambio: la base materiale e affettiva per continuare a lottare.

    La Villana de Vallekas, in questo senso, può già essere pensata come un sindacato. Ci associamo per lottare e per uscire dalla precarietà; abbiamo una gamba “casa” e un’altra “sanità”, uno spaccio, una cassa di resistenza, attività ludiche e di formazione; e abbiamo una “casa del popolo” finanziata dai soci. Ma le varie gambe non sono integrate né si mostrano come parte di un unico progetto. Potremmo allargare l’ipotesi dei “Laboratori dei diritti sociali” di cui facciamo parte e chiamarci direttamente “Sindacato La Villana”? Potremmo federarci con altri per avere più impatto?
    Creare un sindacato in rete con altri sarebbe una possibilità. Chiamateci “rete di sindacati di precari, autonomi e disoccupati”, le figure più comuni nel futuro con cui vogliamo lottare. O ruotare intorno ad altre figure meno imperniate sul lavoro come cittadini insolventi, inquilini e dediti al servizio di cura. Ci sarebbero sindacati di tutti i tipi, perché di tanti tipi sono le ingiustizie che combattiamo, nel posto di lavoro come in banca, nella borsa come di fronte alla burocrazia. Le sue sedi starebbero nei centri sociali e così come oggi c’è “stop-sgomberi” ci sarebbe “stop-licenziamenti” e “stop-deportazione”. Una rete di sindacati territorializzati che lottano a partire da conflitti quotidiani su vari terreni, componendo comunità mobilitate oltre la questione del lavoro.
    Anche se ogni sindacato sarebbe specifico, ci unirebbero domande universali e rivoluzionarie, nel senso che non si punterebbe a migliorare l’esistente ma a essere la base di trasformazioni profonde del sistema. Rimanere intrappolati nel proprio settore e nelle rivendicazioni corporative è risultato mortale per i sindacati attuali; questo ha impedito loro di approvare la chiusura della propria impresa o la fine del proprio settore, anche quando erano dannosi per il bene generale. Le Maree sono state un esempio illuminante in questo senso. Ci vuole il sostegno a un bene comune, non solo dei posti di lavoro.

    Queste domande universali si porrebbero inoltre al resto della società e costruirebbero l’immaginario di una possibile società futura organizzata su altri principi; formerebbero anche la base di legittimità e di generazione di empatia verso la rete di sindacati, per esempio: per lavoro uguale, salario uguale; distribuzione della ricchezza attraverso la distribuzione del lavoro e del reddito per lavori sociali (“progetti remunerati”, legati agli studi, alla cura e ad altri servizi sociali, ad attività culturali o relativi alla difesa dell’ambiente o a imprese produttive); difesa dei servizi pubblici universali ampliati (alla casa, al diritto alla cura, a curare e a non curare); imposte alle finanze e aumento delle imposte alle grandi imprese e fortune; abolizione dei debiti odiosi ecc.
    Bisognerebbe reinventare gli strumenti di lotta. Abbiamo i dispositivi del sindacalismo sociale, che sono strumenti di difesa (mutuo soccorso e accesso alla casa, alimentazione, cassa di resistenza, tempo libero…) e di attacco (segnalazioni, occupazioni, blocchi…). Per le rivendicazioni universali e per il sostegno alle lotte di altri sindacati della rete bisognerebbe continuare a pensare i nostri “scioperi”, come quelli di precari e insolventi, addetti ai servizi di cura e senza documenti. Sciopero sociale? Sciopero metropolitano? Se i sindacati di questa rete si mobilitassero contemporaneamente, potremmo mettere in campo questi nuovi scioperi multisettoriali, multiterritoriali, a diversi livelli: occupare succursali e contemporaneamente centri di salute e supermercati; bloccare strade e reti, inventare azioni per un conflitto concreto funzionale ad una lotta a livello nazionale. L’integrazione (o la distruzione) dei sindacati di fabbrica a favore delle grandi confederazioni all’epoca della Transizione [postfranchista ndt] fu una ragione importante della perdita della loro capacità di lotta; gli scioperi a catena in appoggio o in solidarietà con altre fabbriche hanno dato inizio alle lotte più potenti. Non dimentichiamolo.

    Piccoli sindacati radicati (con una base materiale e comunitaria che consenta loro di sopravvivere) e federati (per l’appoggio mutuo e le rivendicazioni generali) possono avere più capacità di azione delle strutture burocratizzate e centrate sul lavoro/salario. Perché non lottiamo per “più e migliori posti di lavoro”; affinché un lavoro scarso e precario non determini le nostre possibilità di vita, dobbiamo lottare per la vita buona nella sua totalità.
    Dove cominciare? Le iniziative che affrontano in forma sindacale vari conflitti già esistono, potranno federarsi e chiamarsi rete di sindacati. Ognuno a modo suo, con composizioni diverse, con vita di differente durata. Riconoscersi e darsi obiettivi comuni. Potremmo guadagnare in potenza e in visibilità. E aprire un nuovo immaginario di ciò che è e ciò che può un sindacato a partire dai centri sociali e dalle pratiche di mutuo soccorso. Continuiamo a discutere e a costruire esperienze; solo ciò che immaginiamo e sperimentiamo insieme arriverà ad essere realtà. Il Mak2 è un momento imprescindibile in questo senso. Questa rete non esisterà domani stesso. Però può darsi che esisterà prima di quando potremo vedere con i nostri occhi un partito realmente democratico.

    Fonte: https://www.diagonalperiodico.net/blogs/funda/centros-sociales-y-sindicalismo-la-potencia-colectiva.html

  • di Stacco Troncoso, Commons Transition 21/12/2016

    (Traduzione di Marco Giustini)

    Come si fa a vincere le elezioni? Secondo Miguel Arana e Victoria Anderica di Ahora Madrid, la chiave è di prenderla sul serio, con vera apertura e partecipazione. Non funzionerà se quegli ideali rimarranno solo parole e verranno abbandonati in seguito. Non si può fingere.

    Quest’anno abbiamo parlato della sollevazione municipalista a Barcellona e,  più recentemente, a La Coruña ed a Valencia . Ma per quanto riguarda Madrid, la capitale dello stato di Spagna e roccaforte conservatrice per due decenni? Come ha fatto un manipolo di attivisti del 15M (NdT Movimento degli Indignados) a formare una coalizione elettorale che, dopo un ritardo nei sondaggi, alla fine ha avuto una importante vittoria? Una vittoria che spezza la cronica narrazione neoliberista e forgia un percorso alternativo che ha poca somiglianza con le Brexit, i Trump, a tutto ciò che siamo stati condizionati a sopportare, se non ad aspettarci.

    In queste piattaforme elettorali guidate dalla società civile vediamo riflettersi chiaramente le logiche umane dell’interconnessione tra Peer-to-Peer e Commons. Contro ogni previsione, esse hanno ribaltato la struttura di potere e sfidato il clichè dell’estabilishment. Ma si tratta solo di prendere il potere o di cambiarne radicalmente la forma? Cosa succede quando un individuo che lavora per il cambiamento dall’interno, si trova a prendere il potere – come ti cambia la vita? Hai la sensazione di essere assorbito dal sistema o riesci ad hackerarlo dall’interno?

    Con queste e altre domande in mente,  ho fatto visita al Dipartimento per la partecipazione dei cittadini, la trasparenza ed il governo aperto presso il Consiglio comunale di Madrid  e mi sono seduto insieme a Victoria Anderica , responsabile del settore Trasparenza e Miguel Arana , responsabile del settore Partecipazione dei cittadini. Il loro ufficio condiviso è spazioso e luminoso, qualcosa di non scontato in un edificio istituzionale senza sorprese. Come amuleti di protezione contro la generale terribile estetica, hanno appeso ai muri manifesti di protesta 15M e cartoni animati di Ahora Madrid. Alcuni opuscoli sulla assistenza sanitaria gratuita per gli immigrati senza documenti e dei rifugiati sono sparsi sulle scrivanie. Si legge “Sì, Madrid ha cura di voi”.

     

    Tra le altre cose, Victoria e Miguel hanno parlato della partecipazione dei cittadini, della trasparenza, dei Commons, del bilancio partecipativo da 60 milioni di euro, dell’equivoco persistente che Podemos sia uguale ad Ahora Madrid o Barcellona en Comú, di come portare “logiche open source” nel governo della città, e delle difficoltà ad entrare nelle istituzioni per coloro che sono abituati a spazi assembleari basati sul metodo del consenso. Anche se registrate separatamente, abbiamo modificato le due interviste per realizzare un unico articolo che le contenesse entrambi. Speriamo che nel fare questo, le risposte alle domande che abbiamo fatto sia a Victoria che a Miguel, restituiscano un quadro più completo delle loro esperienze a livello di esponenti comunali che a livello personale.

    Stacco Troncoso: Ci sono stati alcuni incontri di due anni fa, in un centro ben sanno Madrid tozzo / sociale chiamato Patio Maravillas, tra gli altri luoghi, dove le persone hanno fatto una dichiarazione: “Stiamo andando a prendere il potere”. E ‘stato Ganemos. Erano chiamati pazzi, ma un anno dopo, si presero il potere. Mi piacerebbe sentire la vostra considerazione di questi ultimi due anni – prima, il passaggio da Ganemos Madrid a Ahora Madrid, e poi la seconda, l’anno dopo le elezioni.

    http://commonstransition.org/this-is-how-people-power-wins-an-election-the-story-of-ahora-madrid/

  • di Paul Buckermann, Institute of Network Cultures – 19 dicembre 2016

    Nikita Kruscev era scettico sul fatto che i computer potessero aiutare a dare impulso alla storia verso il comunismo. Tuttavia, era disposto a fare un tentativo e ordinò un supercomputer per il supporto economico del socialismo sovietico. Gli ingegneri sovietici, per lo più talentuosi e meglio addestrati, misero a punto il computer e gli chiesero di testare la macchina subito dopo il completamento. Kruscev, ancora non convinto, decise di porre una domanda inimmaginabilmente complessa: “Quando si raggiungerà il comunismo?”. La scatola tintinnò e scattò finché una voce metallica disse: “Tra diciassette chilometri”. Kruscev si mise a ridere e ripeté la sua domanda pronunciandola molto chiaramente. Senza alcun indugio, la macchina rispose “Tra diciassette chilometri”. A questo punto il compagno si arrabbiò molto e chiamò i suoi ingegneri per lamentarsi della stupidità della costosa macchina. I tecnici rimasero sorpresi perché ogni test che avevano fatto in precedenza era andato bene, quindi chiesero gentilmente al computer di spiegare la sua risposta. La macchina, appoggiata sul tavolo, rispose impavida: “Il risultato di diciassette chilometri si basa sui dati dell’ultimo discorso del compagno Kruscev, in cui diceva che con ogni piano quinquennale saremo un passo più vicini al comunismo”.

    Questa vecchia battuta sovietica indica un abisso del potenziale di progresso emancipatorio della tecnologia. La storia ha almeno due possibili seguiti: o la macchina immaginaria viene distrutta perché dimostra chiaramente l’attuale insufficienza della politica sovietica, oppure la potenza dei computer viene presa come punto di partenza per cercare di calcolare e decidere cosa fare invece di dipendere dalle deboli macchine umane e dai loro milioni di fogli. La traccia speculativa nascosta della battuta riflette ciò che Slava Gerovitch ha descritto come la differenza tra “Cybercrazia” e “Cyburocrazia”. In breve, cybercrazia significa organizzare una società con idee, metodi e tecnologie cibernetiche, mentre cyburocrazia è una burocrazia tradizionale non cibernetica con accesso a singole tecnologie cibernetiche come computer o reti di comunicazione. La prima sarebbe una rottura radicale nella storia dell’umanità e come tale un possibile passo avanti nell’emancipazione, la seconda sarebbe un adeguamento delle tecniche di governo tipicamente moderne, finalizzato alla stabilizzazione dello status quo.

    Le recenti politiche radicali e speculative cercano oggi di affrontare anche il rapporto tra il cambiamento emancipatorio e le attuali frontiere dell’automazione, della robotica e della tecnologia della comunicazione. Mentre i sindacati lottano contro la sostituzione robotica del lavoro umano, i cibercomunisti sognano un comunismo di lusso completamente automatizzato. I cyber-attivisti combattono la sorveglianza online con sofisticate abilità tecnologiche; i transumanisti hackerano i propri corpi e mettono in guardia dai miglioramenti biotecnologici per la razionalizzazione economica; le femministe discutono di ectogenesi come visione liberatoria e come sogno maschile di liberarsi finalmente delle donne. Queste domande sui potenziali e sulle minacce della tecnologia fanno regolarmente un passo indietro rispetto alla differenza tra cybercrazia e cyburocrazia e si chiedono se certe tecnologie siano applicabili per un progresso emancipatorio. Una domanda specifica contenuta in questi dibattiti politicizzati è se le tecnologie cibernetiche e l’epistemica possano rendere possibile il comunismo o solo aiutare il capitalismo a diventare più forte.

    Automazione per il popolo

    Di cosa stiamo parlando esattamente? Il termine cibernetica descrive un insieme influente di presupposti e termini sorti dopo la Seconda guerra mondiale. Gli interessi cibernetici di base si concentrano sulla comunicazione, l’informazione e il controllo negli organismi e nelle macchine autoregolanti (come nel lavoro pionieristico di Nobert Wiener). I concetti e i metodi cibernetici sono stati applicati a varie discipline e aree di ricerca come il linguaggio, i gruppi sociali, l’istruzione, la cognizione, i regimi politici, l’ecologia e i computer (per una breve panoramica si vedano le famose Conferenze Macy). Grazie ai metodi cibernetici, un’intera economia poteva essere concepita come un sistema, che si adattava e si regolava costantemente grazie ai flussi di informazioni forniti in cicli di feedback.

    All’interno del discorso emancipatorio sulla cibernetica c’è una questione piuttosto pragmatica: quali sono i limiti politici che vale la pena considerare per il progresso emancipatorio facilitato dalla tecnologia dell’informazione e dalla modellazione dei sistemi complessi? Due posizioni emancipatorie aiutano a cogliere l’immensa gamma di politiche radicali contemporanee che affrontano la cibernetica e le tecnologie aggiornate: L’accelerazionismo e l’ipotesi cibernetica di Tiqqun. Da due tentativi storici concreti, il Progetto Cybersyn del Cile e la cibernetica sovietica, si possono dedurre i meccanismi problematici delle strutture politiche. Queste intuizioni possono aiutare a identificare gli ostacoli fondamentali per un’applicazione emancipatoria delle epistemiche e delle tecnologie complesse. Sebbene questi casi meritino indagini più approfondite, in conclusione suggerisco brevi domande sull’ulteriore organizzazione politica all’interno e al di là dell’ordine tossico odierno.

    Macchine del/contro il comunismo
    L’ipotesi cibernetica di Tiqqun e l’accelerazionismo

    Il pensiero cibernetico può essere utilizzato come sfondo esplicativo per organizzare fenomeni complessi in generale e un’intera società in particolare. In questo caso, la cibernetica e le tecnologie informatiche sono “macchine del comunismo”, un potenziale percorso di coordinamento emancipatorio capace di ipercomplessità? Oppure sono solo le prossime tecniche di governo per incrementare lo sfruttamento, la sorveglianza e l’oppressione capitalistica?

    Il collettivo radicale francese Tiqqun analizza le strutture di potere contemporanee con una forte enfasi sulla tecnologia e le sue logiche. Il potere odierno – sostiene Tiqqun – è guidato dall’ipotesi cibernetica, che presuppone che i modelli biologici, fisici e sociali siano programmati e programmabili. Gli assunti di base e l’etica politica dell’ipotesi cibernetica mirano al controllo, alla previsione e alla sorveglianza basati su una massiccia raccolta di dati fondata su ampie infrastrutture di rete. Per Tiqqun, “la cibernetica è un’arte della guerra” e Internet “è una macchina da guerra”: tutto ciò che viene prodotto, venduto o consumato, tutto ciò che viene detto e fatto è ridotto a informazioni binarie in densi modelli di feedback che attivano protocolli di governo sparsi. Non c’è un vertice, un capo o un’autorità unica e assoluta, un navigatore centrale. Le forme della politica, del discorso e dell’oppressione sono analoghe alle moderne strutture delle reti informatiche, note ad esempio come “Internet”, e il controllo si disperde successivamente dalle istituzioni centrali in vasti assemblaggi tecno-umani.

    Tiqqun propone una strategia per resistere e combattere la politica dell’ipotesi cibernetica: “Il panico fa andare in panico i cibernetici” – perché le situazioni caotiche fanno implodere gli stati di equilibrio e limitano il pensiero prognostico. Le macchine binarie dell’elaborazione dell’informazione dovrebbero essere eluse producendo rumore (il vecchio arcinemico della cibernetica e della teoria dell’informazione). La pratica di attaccare, sabotare o sovraccaricare le infrastrutture può essere vista come una forma di resistenza. Il Tiqqun predica una doppia strategia di sabotaggio e di indugio, propagandando la distruzione delle macchine e l’evitamento della produzione di informazioni elaborabili. Entrambe le tattiche devono far parte della “politica del ritmo”, che significa accelerare lo standard tecnologico della rivolta e rallentare ogni tipo di movimento di informazioni, persone e merci. Questo dovrebbe essere accompagnato dalla produzione di nebbia o interferenza, perché l’opacità delle azioni e delle motivazioni è essenziale per le rivolte contro un’ideologia di trasparenza. Tiqqun vuole costruire “blocchi neri all’interno della matrice cibernetica del potere”, assemblati da piccoli gruppi che costituiscono una “nube che diffonde il panico”. Per i Tiqqun, la cibernetica costituisce una forma specifica di conoscenza del potere e di tecniche di governo. Identificano la cibernetica come l’ideologia della trasparenza e una forma specifica di controllo basato sull’informazione.

    Accelerazionismo

    Sotto il termine (più vecchio) di accelerazionismo è emerso di recente un approccio relativamente nuovo alla politica progressista e alla tecnologia. Soprattutto il Manifesto per una politica accelerazionista, di Alex Williams e Nick Srnicek, ha dato impulso a un nuovo discorso sulle prospettive della sinistra contemporanea sul cambiamento radicale. Intendo l’accelerazionismo soprattutto come un intervento nella politica di sinistra contemporanea. Il Manifesto e le opere successive (in particolare Inventing the Future di Srnicek e William) rifiutano il feticismo della sinistra per la cosiddetta “politica popolare”: organizzazione democratica piatta, limitazioni spaziali, decelerazione romantica e localismo folkloristico. La politica di sinistra dovrebbe piuttosto affrontare il capitalismo globale e i suoi complessi circuiti governativi ed economici. In questo caso, gli accelerazionisti invocano l’educazione e la mappatura cognitiva a favore di speculazioni realistiche e manipolazioni politiche. Per quanto riguarda questa comprensione della speculazione e della manipolazione produttiva, si può osservare un’implementazione nella politica di sinistra di una nuova comprensione del futuro. Il futuro deve essere riconquistato in quanto tale e deve essere progettato invece di seguire i sindacati non visionari e difensivi, i movimenti sociali o le ultime proteste di Occupy. Quando si guarda indietro da questo futuro aperto, Armen Avanessian sottolinea che la presenza può essere vista come contingente e aperta alla manipolazione e alla navigazione politica. In relazione a questa comprensione produttiva della navigazione politica e della manipolazione strategica, l’accelerazionismo designa anche l’accelerazione attiva del progresso tecnologico.

    Questo tipo di politica, da un lato, implica il superamento dell’analfabetismo tecnologico presente in ampi settori della sinistra contemporanea. Dall’altro lato, l’accelerazione tecno-politica dovrebbe procedere all’interno del capitalismo esistente. Da un punto di vista accelerazionista, non dovremmo semplicemente aspettare che il progresso sociale sia “naturalmente” facilitato dal progresso tecnologico. Le tecnologie sono intese come strumenti e condizioni per pianificare, pensare e fare. Una conseguenza della politica accelerazionista è che le infrastrutture, le tecnologie di comunicazione, i farmaci, i metodi matematici, ecc. sviluppati e prodotti sotto il regno del capitalismo, non devono essere distrutti, ma applicati in modo diverso, ricostruiti e violati.

    Srnicek e Williams forniscono anche alcuni suggerimenti pratici per navigare verso futuri radicali. In generale, propongono una strategia contro-egemonica che comprende think tank radicali, propaganda, economia alternativa, organizzazioni gerarchiche, cultura pop utopica e ogni tipo di sperimentazione tecnologica. Srnicek e Williams propongono che i partiti rappresentativi lavorino insieme ai movimenti di massa e che lo Stato venga trasformato in uno strumento significativo per il popolo. Gli autori citano brevemente il Cybersyn cileno e la cibernetica sovietica, che vengono analizzati nella sezione successiva, elogiandoli come esempi positivi di spicco e vedendo nei limiti tecnologici e politici le ragioni del loro fallimento. Voglio offrire una visione più approfondita dei problemi decisivi di questi progetti, problemi che sono legati alle strutture politiche e burocratiche in cui le innovazioni sono state implementate.

    Il comunismo è il potere dei Soviet più l’informatizzazione dell’intero Paese.
    Cibernetica ed economia socialista computerizzata in Unione Sovietica


    Le questioni del calcolo economico e del controllo cibernetico furono valutate politicamente nell’Unione Sovietica del secondo dopoguerra. All’inizio degli anni Cinquanta sia la cibernetica che la teoria dell’informazione, nate dalla ricerca militare negli Stati Uniti, furono definite pseudoscientifiche, reazionarie e idealiste. Come si vede nel lavoro di Tiqqun, la cibernetica era tuttavia concepita anche come potente arma ideologica e tecnologica del nemico. Gli accademici sovietici tradizionali si scontrarono con l’idea di un’acquisizione disciplinare e i commenti dei media immaginarono l’ascesa di soldati-robot senza coscienza e di lavoratori-robot senza coscienza di classe.

    Dopo la morte di Stalin nel 1953, il discorso cambiò successivamente. Nikita Kruscev riconobbe la cibernetica come una nuova forma di tecnica di governo e come un modo per superare la debole situazione economica dell’era post-staliniana. Nel 1957 l’Accademia delle Scienze sovietica richiese uno sviluppo accelerato e un uso più ampio dei computer e delle statistiche per la pianificazione. In quest’epoca il cosiddetto “linguaggio cibernetico” acquisì un’aura di oggettività e la cibernetica divenne un potente paradigma scientifico in Unione Sovietica. Anche l’economia sovietica fu concettualizzata con idee cibernetiche e la pianificazione fu intesa come un sistema di controllo con vari anelli di retroazione. In particolare l’ingegnere Anatolii Kitov, vice capo del Centro di calcolo n. 1 del Ministero della Difesa, voleva ridurre il personale, l’inefficienza dell’elaborazione dei dati e le ridondanze amministrative costruendo grandi reti informatiche tra la produzione economica e i modelli decisionali politici. Kitov scrisse a Krusciov nel 1959 che l’informatizzazione “permette di utilizzare appieno i principali vantaggi economici del sistema socialista: economia pianificata e controllo centralizzato. La creazione di un sistema di gestione automatizzato […] garantirebbe una vittoria completa del socialismo sul capitalismo”. Kitov perse presto la sua posizione accademica e l’iscrizione al partito per motivi formali e di potere dopo aver proposto una rete a doppio uso del settore militare e civile. Le autorità militari criticarono pesantemente Kitov, perché non erano interessate ad alcuna associazione alla potenziale debolezza economica. Le autorità politiche erano preoccupate per la perdita di controllo diretto e per la mancanza di ideologia nella gestione automatizzata.

    Nel 1961, al 22° congresso del partito, il partito comunista adottò la terza versione del programma, che includeva questo passaggio: “L’automazione sarà realizzata su scala di massa, con un’enfasi crescente sui negozi e le fabbriche completamente automatizzati, per un’elevata efficienza tecnica ed economica. […] La cibernetica, i computer elettronici e i sistemi di controllo saranno ampiamente applicati nei processi produttivi dell’industria, dell’edilizia e dei trasporti, nella ricerca scientifica, nella pianificazione, nella progettazione, nella contabilità, nella statistica e nella gestione”. All’interno di questa nuova politica di partito Viktor Glushkov fu contattato dai funzionari e iniziò a lavorare su nuove idee (si vedano anche le memorie personali di Glushkov). Il suo piano per una rete informatica in tutta l’Unione Sovietica per il monitoraggio del lavoro, della produzione e della vendita al dettaglio avrebbe integrato una serie di infrastrutture informative esistenti e comprendeva più di 100 nodi di rete regionali interconnessi da canali a banda larga e oltre ventimila centri informatici locali. La struttura fornirebbe inoltre una banca dati distribuita accessibile da ogni luogo. L’idea della compilazione, dell’archiviazione e dell’elaborazione dei dati, successivamente specificata insieme a Nikolai Fedorenko, era cruciale per l’intero concetto e avrebbe comportato un importante cambiamento nella burocrazia sovietica. Invece di raccogliere dati economici grezzi e di alimentare diversi canali amministrativi, Glushkov e Federenko pensavano a un’archiviazione unica in banche dati centrali, che sarebbero state poi rese accessibili per tutti i diversi tipi di utilizzo. Ma i piani di Glushkov si spingevano oltre: riorganizzare l’intera burocrazia e, ad esempio, abolire il denaro materiale.

    L’opposizione contro queste proposte aumentò rapidamente. I piani furono criticati da tre posizioni. In primo luogo, i burocrati e i dirigenti di fabbrica non si sentivano attratti da una maggiore osservazione e da un controllo standardizzato sul loro lavoro quotidiano e sull’efficienza generale. In secondo luogo, gli economisti più liberali vedevano una nuova ascesa della centralizzazione e della pianificazione estensiva dall’alto. Infine, la costruzione di una rete universale di dati computerizzati si scontrava con la resistenza dei vertici politici a preservare lo status quo amministrativo.

    Con un occhio all’ARPANET statunitense alla fine degli anni ’60, Glushkov sviluppò e promosse l’OGAS (abbreviazione russa per “Sistema di gestione automatizzata a livello statale per la raccolta e l’elaborazione delle informazioni”), un progetto cibernetico per il controllo di tutta la produzione civile e della vendita al dettaglio dell’Unione Sovietica. L’OGAS prevedeva la progettazione di migliaia di centri di calcolo, la connessione di reti di automazione e l’installazione di una potente agenzia di supervisione. Spinta dal desiderio di conservare l’equilibrio di potere e l’autorità su competenze rigidamente divise, l’idea cibernetica generale dell’OGAS fu frammentata in strumenti tecnologici separati. Dopo il 24° Congresso del Partito del 1971, diversi ministeri, agenzie, il Partito e le forze armate incrementarono l’implementazione individuale di reti e tecnologie informatiche per le loro esigenze specifiche. Tutti si sono concentrati sugli aspetti tecnologici, trascurando i modelli di gestione cibernetica globale. I diversi programmi non erano compatibili tra loro, sia a livello di hardware che di software. Oltre ai sistemi segreti e non trasparenti del settore militare, c’erano reti singole e incompatibili costruite per l’aviazione, le banche, le previsioni meteorologiche, nonché per numerosi organismi statali e di partito.

    Vorrei sottolineare una particolare intuizione che è centrale per il progresso degli approcci cibercomunisti. Le insufficienze tecnologiche e scientifiche non erano il problema principale per la costruzione di un sistema cibernetico generale per l’economia sovietica. Invece, i meccanismi politici di potere, l’esclusività dell’informazione e le schermaglie di competenza hanno impedito una riorganizzazione cibernetica dell’economia tecnologicamente rafforzata. Le divisioni politiche, accademiche e militari hanno mostrato la tendenza ad applicare solo parti delle innovazioni su larga scala per i loro scopi specifici. La tecnologia informatica, le reti informatiche e soprattutto la modellazione cibernetica sono per definizione idee generali applicabili a diversi problemi. Le autorità militari, l’economia, i politici e gli scienziati hanno anticipato i vantaggi per le loro esigenze specifiche durante la Guerra Fredda. Un problema dell’Unione Sovietica era, ad esempio, la mancanza di standardizzazione e coordinamento per le reti informatiche. Negli Stati Uniti e nel mondo occidentale, i protocolli di comunicazione generali, come il TCP/IP, o i sistemi di indirizzamento, come il DNS, sono stati ampiamente implementati nel corso di un periodo combattuto che si è protratto fino agli anni Ottanta. Senza tali standard per la comunicazione digitale e a causa dell’incompatibilità di hardware e software, le diverse reti sovietiche non sarebbero mai state collegate. Ognuna di esse era protetta e velata dall’assenza di trasparenza e dalla paura di perdere i privilegi già acquisiti.

    Il Cile ed il progetto Cybersyn

    L’America Latina ha offerto uno sforzo piuttosto diverso di politica socialista che incontra la frontiera della cibernetica e dell’informatica. Oltre alle differenze, evidenzierò le analogie con il caso sovietico. Ci sono stati diversi tentativi di politica socialista politicamente distanti dall’Unione Sovietica in tutto il mondo e il governo dell’Unidad Popular in Cile dal 1970 al 1973 è un caso abbastanza breve, ma intensamente dibattuto. Il presidente Salvador Allende guidò l’alleanza multipartitica che spaziava dal Partito Comunista ai cristiano-sociali. La presidenza e la vita di Allende terminarono con il colpo di Stato dell’11 settembre 1973 e da allora il Cile divenne una brutale giunta militare guidata da Augusto Pinochet fino al 1990. Nel breve lasso di tempo tra il 1970 e il 1973, la cosiddetta “Via cilena al socialismo” fu seguita dalla nazionalizzazione di banche, terreni e industrie, dalla ristrutturazione del sistema giuridico ed educativo, da diversi programmi alimentari e abitativi e da aumenti salariali.

    In questo contesto politico, un piccolo gruppo di dipendenti di agenzie governative iniziò a lavorare a un programma informatico e di comunicazione. Due obiettivi erano cruciali per il loro sforzo: il sistema avrebbe dovuto coordinare il settore statale, fortemente esteso ma debolmente organizzato, e inoltre cercavano un modello che si adattasse allo specifico stile di socialismo cileno. Allende era desideroso di stabilire un cambiamento radicale entro i limiti costituzionali, di rafforzare la partecipazione dei lavoratori e di concedere autonomie civili. Gli sviluppatori cileni trovarono un cibernetico britannico e la breve ma appassionante storia del Progetto Cybersyn ebbe inizio.

    Il cibernetico britannico Stafford Beer era un consulente e promotore di successo di modelli di gestione. Il giovane ingegnere cileno Fernando Flores lo contattò nel luglio 1971. Flores era un dirigente di alto livello della Corporazione per lo Sviluppo della Produzione, chiamata CORFO, che aveva il controllo su diversi settori nazionalizzati debolmente coordinati. Due dei concetti teorici di Beer sembravano corrispondere all’idea di socialismo di Allende: la “Macchina della Libertà”, una rete di informazione e decisione in tempo reale di sale di controllo con supporto multimediale, e il “Modello di Sistema Viabile”, una struttura astratta di sistemi e sottosistemi incorporati che consentiva l’autonomia parziale e il controllo dell’equilibrio generale (un modello applicabile dal corpo umano a intere economie). Queste due proposte teoriche sono state il fondamento concettuale del Progetto Cybersyn.

    Cybersyn era costituito da quattro componenti centrali. Cybernet era una rete di comunicazione composta da macchine Teletype collegate a un computer centrale mainframe a Santiago. Nel 1971, in Cile c’erano solo quattro computer mainframe governativi e Cybersyn utilizzava un IBM System 360/40 per l’elaborazione dei dati. Cybernet non era quindi una vera e propria rete di computer come ARPANET o altre reti sovietiche, perché comprendeva un solo computer.

    La soluzione migliore per trasmettere i dati dai siti di produzione al centro sembrava essere una rete telex. Il secondo componente di Cybersyn era un software statistico chiamato Cyberstride. I dati venivano raccolti nei singoli stabilimenti dai dirigenti e inviati a Santiago, dove venivano elaborati in schede perforate per il mainframe e poi calcolati. Sulla base di questi calcoli statistici, le informazioni venivano inviate ai siti produttivi periferici. Cyberstride doveva funzionare come un sistema di allarme per i problemi delle risorse. Non si trattava di uno strumento di controllo o automazione rigoroso, perché doveva solo indicare i potenziali problemi alle fabbriche, che erano poi relativamente libere di regolarsi. Il terzo componente era CHECO, un software per la simulazione e la previsione economica dinamica. Raúl Espejo, ingegnere di sistemi del CORFO, ha recentemente scritto in una riflessione personale che Cyberstride era “l’orecchio sul terreno”, mentre CHECO era concepito come “l’occhio sul futuro”. L’ultimo componente era la sala operativa centrale a Santiago. Tutte le informazioni di Cyberstride e CHECO erano visualizzabili nella sala operativa, progettata per la partecipazione di lavoratori, ingegneri e politici. Questa sala operativa è la parte più famosa di Cybersyn, Claus Pias la chiama “interfaccia utente” del sistema e oggi è un’icona tecno-politica.

    A partire dall’agosto 1972, il team costruì una stanza esagonale nel centro di Santiago. Conteneva sette sedie girevoli con pulsanti di controllo nei braccioli. Le forme geometriche erano usate per controllare le diapositive, perché i futuri partecipanti erano membri del governo o operai che non potevano usare correttamente una tastiera. Lavorare su una tastiera normale era una competenza delle segretarie dell’epoca e i progettisti miravano al controllo diretto degli uomini nella sala operativa, senza alcuna intermediazione. Diversi display rappresentavano i dati in arrivo, non su schermi televisivi o digitali ma su diapositive realizzate e dipinte a mano da un gruppo di giovani studentesse di design. Il cambio delle diapositive non era automatizzato, ma doveva essere effettuato manualmente dietro la facciata della sala operativa. Cybernet, Cyberstride, CHECO e Opsroom erano solo le basi del progetto di Beer di fare del Cile un “sistema vitale” basato sul pensiero cibernetico. Ad esempio, c’è il mai realizzato Cyberfolk, che consisteva in migliaia di “contatori algedonici” accanto a radio o televisori. Utilizzando questi dispositivi, i cittadini avrebbero potuto esprimere la loro opinione sulla politica in tempo reale e il governo avrebbe ricevuto un feedback diretto sui suoi piani politici.

    Il lavoro su Cybersyn e sui suoi componenti è proseguito in Cile, nonostante il peggioramento delle condizioni economiche e le pressioni politiche dell’opposizione e degli Stati Uniti. Alcune parti di Cybersyn hanno svolto un ruolo cruciale e positivo nelle crisi politiche. Tuttavia, singole tecnologie sono state estratte dal modello cibernetico durante queste minacce. L’incidente principale fu uno sciopero contro il governo Allende, sostenuto da diecimila proprietari di camion, negozi di alimentari, ingegneri, medici e avvocati, che ebbe luogo nell’ottobre 1972. Durante lo sciopero, alti funzionari governativi si riunirono in una stanza e utilizzarono la rete telex per ricevere dati e coordinare i rivenditori o i camionisti fedeli. Utilizzando la rete di comunicazione capillare, hanno mantenuto i rifornimenti e lo sciopero è terminato. Dopo aver compreso i potenziali vantaggi della nuova infrastruttura di comunicazione in questa situazione critica, diverse agenzie governative e ministeri hanno continuato a utilizzare le connessioni telex, ma non hanno lavorato alla modellazione cibernetica dell’intero settore statale.

    Si possono tracciare dei paralleli con gli sviluppi dell’Unione Sovietica. Sia OGAS che Cybersyn si basavano su una sofisticata cibernetica e miravano a un cambiamento fondamentale delle strutture economiche. Per questo motivo, è stato proposto l’uso di tecnologie informatiche e di comunicazione innovative su larga scala. Tuttavia, quando i modelli e la loro implementazione raggiunsero un livello critico di utilizzo potenziale, diverse sezioni statali estrassero singoli componenti – sistemi di telecomunicazione, reti informatiche, strumenti di elaborazione e archiviazione dei dati – dalle idee cibernetiche generali. Di conseguenza, l’innovazione tecnologica ha contribuito a stabilizzare o addirittura a rafforzare le strutture di potere esistenti, invece di riformarle radicalmente.

    Conclusione, ovvero, come organizzarsi

    Anche se le circostanze politiche, economiche, culturali e tecnologiche sono molto diverse tra l’Unione Sovietica e il Cile, possiamo riscontrare tendenze simili di frammentazione e smantellamento dei piani cibernetici socialisti di massa. Come possono questi risultati storici aiutare le speculazioni odierne sul futuro della politica emancipatrice? Per essere più precisi: come organizzarsi dentro e dopo il capitalismo?

    L’intervento accelerazionista enfatizza una prospettiva non dogmatica sul potenziale tecnologico in una mentalità speculativa sui futuri possibili e sul presente contingente. Tuttavia, Srnicek e Williams si oppongono al dogma della politica popolare della sinistra contemporanea. La loro comprensione delle strategie di navigazione verso futuri emancipatori promuove a sua volta una cultura del pensiero utopico e reti politiche radicali, comprese le organizzazioni gerarchiche. Srnicek e Williams seguono un’idea di contro-egemonia nei sottocampi ideologici e materiali della cultura, della produzione di conoscenza e delle infrastrutture tecniche. Come abbiamo visto nella storia del cibercomunismo, bisogna tenere presente che l’implementazione di strutture di rete computerizzate e automatizzate dipende da un processo decisionale a più livelli e dall’accettazione di diverse classi di sviluppatori e utenti. È molto probabile che anche organizzazioni come quelle proposte da Srnciek e Williams debbano affrontare tali limiti strutturali.

    Le strutture organizzative formali tendono a generare strutture informali. Questo livello informale poi (apparentemente paradossalmente) stabilizza queste gerarchie o offre la possibilità di rallentare la comunicazione organizzativa e i modelli decisionali. Questi risultati sociologici di base devono essere presi in considerazione quando si ipotizzano specifiche richieste organizzative. Soprattutto quando queste richieste si affiancano all’accelerazione dell’innovazione tecnologica. Per quanto riguarda l’appello del Manifesto accelerazionista ai think tank di sinistra e agli organismi politici strettamente organizzati, ogni ulteriore indagine deve tenere presente che il cambiamento delle strutture di potere consolidate è sempre problematico e sarà contestato quando queste stesse strutture si troveranno di fronte a una possibile destabilizzazione sistematica. L’equilibrio tra un minimo di controllo generale, da un lato, e strutture aperte per l’innovazione tecnologica e sociale, dall’altro, rimane una questione che deve essere affrontata (ancora una volta) dal pensiero critico. Si potrebbe ipotizzare se le organizzazioni previste da Srnicek e Williams mostreranno le stesse tendenze a decelerare e frammentare le innovazioni di massa, come abbiamo visto negli esempi sovietico e cileno.

    Per comprendere queste insidie per l’innovazione tecnologica è necessaria una teoria sociologica che faccia luce sulle strutture e sui meccanismi interni della sfera politica autoreferenziale e delle organizzazioni autoreferenziali che vi agiscono. La sociologia politica e la teoria organizzativa possono identificare le caratteristiche formali/informali, le dipendenze di percorso, l’adattamento selettivo e la riproduzione autoreferenziale delle burocrazie statali e dei partiti politici senza ridurle a conflitti ideologici o a motivazioni umane individuali. In questa prospettiva è comunque molto discutibile che le organizzazioni formali sostituiscano la loro libertà con decisioni contingenti da parte di equivalenti funzionali come sistemi tecno-cibernetici autonomi.

    L’ultima riflessione riguarda una società post-capitalista speculativa. In entrambi gli esempi, la riorganizzazione cibernetica verso il comunismo è stata decelerata da uno Stato socialista. Quindi, gli Stati hanno agito in modo opposto a quanto previsto dai socialisti per circa duecento anni. Vorrei solo sottolineare la parte finale di questa famosa citazione di Friedrich Engels: “Il primo atto con cui lo Stato si presenta come rappresentante dell’intera società – la presa di possesso dei mezzi di produzione in nome della società – è anche il suo ultimo atto indipendente come Stato. L’ingerenza dello Stato nelle relazioni sociali diventa, in un ambito dopo l’altro, superflua, per poi spegnersi da sola. Il governo delle persone è sostituito dall’amministrazione delle cose e dalla conduzione dei processi di produzione. Lo Stato non viene “abolito”. Si appassisce”. In particolare, questa “sostituzione” può essere messa in relazione con i sogni cibernetici degli ultimi settant’anni, che speravano nella sostituzione della politica umana, corruttibile e ideologicamente confusa, con un’autonoma “amministrazione delle cose e dei processi produttivi” basata sull’informazione. Questo può essere ben immaginato con modelli tecno-cibernetici completi che funzionano senza intoppi e senza un cattivo processo decisionale umano. Cybersyn e OGAS erano in effetti destinati a riorganizzare e in parte a sostituire il “governo delle persone”. Ma, come abbiamo visto, gli Stati gestiti da persone non sono riusciti ad appassire a causa dei riassetti cibernetici, ma anzi si sono rafforzati frammentando le possibilità tecnologiche ed epistemiche dei cibercomunismi.

    Gli Stati socialisti, e in particolare l’Unione Sovietica, divennero infatti ultra-robusti mentre erano già nati come sistema politico oppressivo. Perché questo sia accaduto è ancora una domanda difficile (e le risposte vanno dai riferimenti alle circostanze storiche della Rivoluzione d’Ottobre alle analisi delle radici autoritarie del leninismo), ma i fatti indicano che le argomentazioni derivate dal materialismo storico dovrebbero essere trattate con attenzione. Srnicek e Williams hanno seppellito l’idea di Lenin di un partito rivoluzionario esclusivo e della sua rivoluzione, tuttavia non sono convinto che un’idea di egemonia e contro-egemonia si sia storicamente dimostrata la strategia migliore.

    Una domanda per l’accelerazionismo contemporaneo potrebbe quindi essere: Che cos’è lo Stato oggi, dovrebbe essere abolito e come dovrebbe essere organizzata una società post-capitalista nel suo complesso? Oppure ripetere le formule di Lenin con la profonda speranza di avere risposte migliori di quelle che conosciamo: Cosa fare e da dove cominciare?

    Paul Buckermann è un sociologo interessato all’arte e alla tecnologia. (Dal 2016) Assistente di ricerca presso il NCCR eikones dell’Università di Lucerna (CH). (2014-2016) Assistente di ricerca presso il gruppo di formazione alla ricerca Automatismi finanziato dalla DFG: Cultural Techniques of Complexity Reduction presso l’Università di Paderborn (DE). Paul è attualmente co-curatore di un libro sulle comprensioni tecnologiche della politica emancipatoria (marzo 2017 presso Unrast).

  • Grazie al lavoro di traduzione di Socialforge e di Progetto X nasce la pagina di documentazione in italiano su Podemos, che contiene la versione italiana dello Statuto,  del Codice etico, del Documento organizzativo, del Programma per le elezioni europee, quello per le elezioni regionali spagnole e quello per le elezioni nazionali spagnole. Il sito contiene anche un blog in cui saranno inserite iniziative legate a Podemos.

  • di Aaron Vansintjan, Institute of Social Ecology – 1 settembre 2016

    Più di un anno fa ho vissuto a Barcellona, dove ho avuto la fortuna di assistere alla vittoria alle elezioni comunali di un movimento sociale, in gran parte alimentato da cooperative, squat ed altri spazi autonomi. Avevo trascorso l’anno coinvolto in un gruppo che studia e sostiene la “decrescita”: l’idea che dobbiamo ridimensionare la produzione ed il consumo per avere una società più equa, e che quindi dobbiamo smantellare l’ideologia della “crescita economica a tutti i costi”. Come potete immaginare, passano gran parte del loro tempo cercando di chiarire idee sbagliate: “No, non siamo contrari alla crescita degli alberi. Sì, vorremmo anche che i bambini crescessero. Sì, ci piacciono anche le cose belle come l’assistenza sanitaria”.

    Ma da un anno vivo a Londra. Là, l’ideologia attivista sembrava essere permeata dagli “accelerazionisti”, i quali sostengono che il capitalismo e le sue tecnologie dovrebbero essere spinti oltre i propri limiti, per creare un nuovo futuro post-capitalista.

    L’accelerazionismo è quasi come se, dopo aver cercato di eludere un buco nero, l’equipaggio di una astronave decidesse che la migliore linea d’azione fosse quella di tornare indietro e lasciarsi risucchiare – “hey, potrebbe esserci qualcosa di bello dall’altra parte!” Dopo un anno di esperienze in alcuni circoli di attivisti londinesi, ora capisco meglio da dove viene: decenni di tagli del governo, schiacciamento dei sindacati, finanziarizzazione totale della città e mancanza di accesso alle risorse per l’organizzazione della comunità hanno fatto sì che gli attivisti londinesi sono sistematicamente in crisi: esausti, isolati e sempre sulla difensiva.

    Questi due mondi si sono incontrati in un triste sabato pomeriggio lo scorso inverno in un evento chiamato “Future Society Forum”. Dopo una breve introduzione di Nick Srnicek, un eminente accelerazionista, attivisti di tutta Londra sono stati invitati a riflettere su come potrebbe essere un’utopia di sinistra.

    La sala era divisa in diversi tavoli tematici: lavoro, salute, ambiente e risorse, istruzione, ecc. Per prima cosa ci è stato chiesto di inserire dei post-it con idee per il “futuro” specifico di ogni tema. (Comicamente, qualcuno aveva messo il “reddito di base” su ogni singolo tema prima ancora che l’evento fosse iniziato – un tentativo di messaggistica subliminale?) Quindi, ci è stato chiesto di dividerci in gruppi per discutere ogni tema.

    Dato il mio background, ho deciso che avrei potuto contribuire maggiormente al tema “ambiente”, anche se ero certamente interessato a unirmi anche agli altri. Dopo una discussione di 15 minuti, è giunto il momento per ogni gruppo di fornire informazioni all’assemblea plenaria.

    Non sorprende che il gruppo “ambiente” abbia immaginato una società decentralizzata in cui le risorse fossero gestite dalla bioregione: un’economia partecipativa, a bassa tecnologia ed a basso consumo, dove tutti devono fare un pò di agricoltura e un pò di pulizia, e dove la città è perfettamente integrata con la campagna. Sono abbastanza sicuro di aver sentito delle risatine mentre la nostra utopia veniva letta ad alta voce.

    Il gruppo “lavoro”, d’altra parte, immaginava un futuro con macchine che avrebbero fatto tutto per noi, richiedendo grandi fabbriche, dove tutto il lavoro (se ce n’era) fosse ricompensato allo stesso modo, dove nessuno doveva fare quello che non voleva, in cui i sistemi informatici high-tech controllavano l’economia. In altre parole, “il comunismo di lusso completamente automatizzato”.

    Parliamo della distorsione da selezione (NdT La distorsione da selezione è una caratteristica di un campione di dati osservati che è da attribuirsi alle limitazioni delle tecniche di osservazione impiegate per ottenere tali dati anziché a caratteristiche intrinseche di ciò che si osserva).

    Tuttavia, una parte di me si aspettava più di una risatina. Ma la sfida diretta non è mai arrivata. Gli accelerazionisti rimproveravano ai decrescitisti di avere un’utopia divoratrice di larve mentre rimuginavano sui loro tecno-feticci. Era solo un armistizio per prepararsi a una battaglia più grande lungo la strada, o c’era davvero meno animosità di quanto immaginassi?

    Per capire meglio da dove provenissero, ho deciso di controllare di cosa parlavano questi accelerazionisti. Ho preso una copia elettronica di “Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro” (Nero, 2018) ed ho letto il “Manifesto Accelerazionista” (Laterza, 2018)— entrambi scritti da Alex Williams e Nick Srnicek.

    Quando ho finito di leggere le opere dei più importanti accelerazionisti (da allora ho appreso che Williams e Srnicek ora prendono le distanze dal termine, per non essere confusì con le tensioni più di destra del movimento), ho capito che la decrescita e l’accelerazionismo in realtà hanno più aspetti in comune di quanto pensassi inizialmente, sia in termini pratici (politiche e strategia), sia nelle loro posizioni ideologiche generali. E hanno molto da imparare l’una dall’altro.

    Quello che segue è un pò come una relazione: una conversazione tra i due. Ci saranno alcune critiche, ma anche alcune impollinazioni incrociate. La mia discussione ruota attorno a un paio di temi: l’importanza del pensiero utopico, della tecnologia, dell’economia e della strategia politica.

    Se c’è comunanza c’è anche differenza. Com’è possibile che, considerando così tanti accordi, abbiano a portata di mano un inquadramento così oppositivo del problema? In conclusione, suggerisco che la nozione di “velocità” – e le loro opinioni divergenti su di essa – è l’aspetto fondamentale per ogni posizione.

    Pensiero utopico

    Come ha scritto David Graeber in un altro gustoso saggio, i movimenti sociali oggi stanno sperimentando una sorta di “fatica disperata”: non si accontentano più di commiserarsi solo per i tagli ai servizi sociali, c’è stata una rinascita nel pensiero futuristico e positivo.

    In effetti, sembra che un principio chiave che unisce l’accelerazionismo e la decrescita sia la loro promozione di idee utopiche. Ciò potrebbe sorprendere coloro che non hanno familiarità con la letteratura sulla decrescita – di recente, un intero libro era dedicato ad attaccare l’ipotesi della decrescita come antimoderna e come una forma di “ecologia dell’austerità”. Tuttavia, il fatto è che i pensatori della decrescita hanno riflettuto molto su come andare oltre la fuga primitivista dal moderno e immaginare un futuro a basse emissioni di carbonio, democratico e giusto. Nonostante le connotazioni negative che possono derivare da una parola come “decrescita”, ci sono state molte proposte positive e lungimiranti all’interno del movimento. I concetti chiave qui includono “desiderio”, ovvero l’enfasi che una transizione giusta non dovrebbe essere forzata ma dovrebbe provenire dalla volontà politica delle persone; “commoning” – in cui la ricchezza è gestita collettivamente piuttosto che privatizzata; il sostegno a politiche innovative come il reddito di base ed il reddito massimo nonché la riforma fiscale ecologica; la rianimazione della richiesta di Paul Lafargue per “il diritto di essere pigri”; l’abbraccio di “immaginari” ispirati dalle “nowtopie”, esperimenti di sussistenza effettivamente esistenti che puntano a diversi futuri possibili.

    Lo stesso vale per gli accelerazionisti. In effetti, il punto di partenza del libro di Srnicek e Williams è che gran parte dell’attivismo di sinistra negli ultimi decenni ha abbandonato le utopie fantasiose e creative che caratterizzavano le lotte di sinistra del passato. In effetti, l’attivismo progressista, per loro, è stato in gran parte limitato a ciò che chiamano “politica popolare”: un’ideologia attivista che è si occupa solo del suo piccolo ambito, si concentra su azioni immediate e temporanee piuttosto che su organizzazioni a lungo termine, si concentra sul tentativo di creare prefigurazioni di “micro-mondi” perfetti piuttosto che ottenere un cambiamento di sistema ad ampio raggio. Questo, sostengono, è sintomatico del più ampio momento politico, in cui il consenso al partito unico neoliberista ha precluso ogni capacità di ideare politiche e mondi alternativi. E così propongono una visione del futuro che sia allo stesso tempo moderna e consapevole delle attuali tendenze economiche. Come il movimento per la decrescita, propongono che l’ideologia dominante a favore del lavoro debba essere smantellata, ma a differenza della decrescita, la prendono da un’altra direzione: proponendo un mondo in cui le persone non devono sottomettersi alla fatica ma possono invece perseguire i propri interessi lasciando che le macchine facciano tutto il lavoro, in altre parole il “comunismo di lusso completamente automatizzato”.

    Ciò che unisce i due è una strategia controegemonica che crea immaginari ed etiche alternative, che sfida il momento neoliberista insistendo sul fatto che altri mondi sono possibili e, in effetti, desiderabili. Per gli studiosi come Demaria ed altri, la decrescita non è un concetto a sé stante ma una “cornice interpretativa” che riunisce una costellazione di termini e movimenti. Per gli accelerazionisti, parte della strategia consiste nel promuovere una nuova serie di rivendicazioni “universali” che consentano la messa in essere di nuove sfide politiche. Inoltre, chiedono una “ecologia delle organizzazioni” – pensate think tank, ONG, collettivi, gruppi di pressione, sindacati, che possono tessere insieme una nuova egemonia. Per entrambi, è necessario minare le ideologie esistenti, da un lato, fornendo loro forti confutazioni, e, dall’altro, istituendone di nuove (ad esempio post-lavoro, convivialità). Il risultato sono due proposte forti per futuri alternativi che non hanno paura di sognare in grande.

    Pluralismo economico, monismo politico?

    Quarant’anni dopo che il padrino neoconservatore Irving Kristol ha criminalizzato la Nuova Sinistra per “aver rifiutato di pensare economicamente” nel suo famoso discorso alla Mont Pelerin Society, è interessante che questi due quadri emergenti stiano ancora una volta centrando l’economia nella loro analisi. In effetti, entrambi i quadri propongono politiche economiche sorprendentemente simili. Condividono richieste come il reddito di base universale, la riduzione dell’orario di lavoro e la democratizzazione della tecnologia. Tuttavia, differiscono in altre richieste: Williams e Srnicek sottolineano il potenziale dell’automazione per affrontare la disuguaglianza e concentrarsi sul ruolo dei progressi tecnologici nell’ulteriore sfida alla precarietà o nella liberazione della società. Come parte di questo, parlano a lungo dell’importanza dell’innovazione guidata dallo Stato e dei sussidi per la ricerca e lo sviluppo e di come questo debba essere rivendicato dalla sinistra. Al contrario, studiosi della decrescita come Giorgos Kallis e Samuel Alexander hanno proposto una piattaforma più diversificata di politiche, che vanno dal reddito minimo e massimo, alla riduzione dell’orario di lavoro e alla condivisione del tempo, alla riforma bancaria e finanziaria, alla pianificazione e al bilancio partecipativo, alla riforma fiscale ecologica, al sostegno finanziario e legale per l’economia solidale, alla riduzione della pubblicità, ed alla abolizione del PIL come indicatore di progresso. Queste sono solo alcune delle molte politiche proposte dai sostenitori della decrescita – il punto è, tuttavia, che i decrescitisti tendono a sostenere un’ampia piattaforma politica piuttosto che un insieme di “facili vittorie” strategiche che cambiano il sistema.

    In più punti del loro libro, Srnicek e Williams esortano la sinistra a impegnarsi ancora una volta con la teoria economica. Sostengono che, mentre l’economia tradizionale deve essere sfidata, strumenti come la modellazione, l’econometria e la statistica saranno cruciali per sviluppare una visione positiva e rinnovata del futuro.

    In effetti, verso la fine del libro, fanno un’offerta per un’economia “pluralista”. Sulla scia della crisi del 2008, la sinistra ha risposto con un “keynesismo improvvisato”. Poiché l’attenzione era stata in gran parte concentrata su una critica del capitalismo, c’era una grave mancanza di teorie economiche alternative a cui attingere. Esortano a riflettere su questioni contemporanee che non sono facilmente affrontate dalla teoria economica keynesiana o marxista: la stagnazione secolare, “il passaggio ad un’economia informativa, fondata sulla post-scarsità”, approcci alternativi al quantitative easing e possibilità di una piena automazione ed un reddito di base universale, tra gli altri. Sostengono che c’è bisogno per la sinistra di “pensare attraverso un sistema economico alternativo” che attinga da tendenze innovative che vanno dalla “teoria monetaria moderna (MMT) all’economia della complessità, dall’economia ecologica a quella partecipativa”,

    Tuttavia, sono rimasto deluso da quelle che consideravano forme economiche “plurali”. C’era poca menzione della vasta gamma di campi eterodossi come l’economia istituzionale, l’economia post-keynesiana, la teoria dei beni comuni, l’economia ambientale, l’economia ecologica e la teoria del post-sviluppo. Sono questi campi che hanno offerto alcune delle sfide più forti all’economia neoclassica e farebbero bene a impegnarsi nel loro studio.

    Questo divario non è minore. Piuttosto, riflette questioni più profonde all’interno dell’intero quadro accelerazionista. Per un libro che menziona il cambiamento climatico come uno dei principali problemi che dobbiamo affrontare – menzionato anche nella prima frase del loro Manifesto Accellerazionista – c’è sorprendentemente poco impegno con le questioni ambientali. Eppure sono questi campi economici eterodossi non menzionati che hanno fornito alcune delle risposte più utili all’attuale crisi ambientale, arrivando persino a fornire modelli robusti e analisi econometriche per testare le proprie affermazioni.

    Lo stesso divario non si trova nella letteratura sulla decrescita. In effetti, il movimento è stato ispirato in larga misura da economisti ribelli come Nicholas Georgescu-Røegen, Cornelius Castoriadis, Herman Daly, Eleanor Ostrom e JK Gibson-Graham. Le sessioni sulla decrescita sono ora la norma in molte conferenze di economia eterodossa, proprio come le conferenze sulla decrescita sono in gran parte dominate dalle discussioni sull’economia.

    Prendendo con calma le lezioni dall’economia istituzionale, i pensatori della decrescita hanno sottolineato che non ci sono panacee: nessuna singola politica farà il trucco, è necessaria una piattaforma politica diversificata e complementare per compensare i circuiti di feedback che possono derivare dall’interazione tra diverse politiche.

    Da questo punto di vista, le politiche strategiche proposte dagli accelerazionisti – reddito di base, automazione, riduzione dell’orario di lavoro – iniziano a sembrare piuttosto semplicistiche. Concentrarsi su tre politiche fondamentali rende la lettura elegante e semplici i cartelli per le manifestazioni, ma ha anche un prezzo: quando queste politiche vengono attuate e producono effetti negativi imprevisti, ci sarà poca volontà politica di continuare a sperimentarle. Preferirei scommettere su una solida piattaforma multi-politica, abbastanza resiliente da affrontare i circuiti di feedback negativi e non troppo dogmatica su quale dovrebbe essere implementata per prima.

    Un punto di forza degli accelerazionisti è la loro enfasi sul fatto che le politiche economiche si realizzano attraverso la politica e quindi devono essere vinte attraverso l’organizzazione politica. In tal modo, compiono il passo cruciale oltre l’economicismo, il termine usato da Antonio Gramsci per riferirsi alla sinistra che ha messo in attesa l’attivismo antiegemonico fino a quando le “condizioni economiche” non lo avrebbero favorito. Lo stesso non si può sempre dire della sinistra ambientalista: scarsità, limiti ambientali – questi sono spesso imposti come spettri apolitici che prevalgono su tutte le altre preoccupazioni.

    Eppure, nonostante tutte le loro richieste per una visione unitaria e utopica, rimango preoccupato per il tipo di utopia che hanno proposto e quindi per il tipo di politica che ritengono necessaria. Mentre la “politica popolare” è in parte una definizione promettente di attivismo che non riesce a crescere, diventa anche facilmente un modo per respingere tutto ciò che non si adatta alla loro idea di cosa sia realmente la politica .

    Prendiamo, ad esempio, la loro eliminazione della risposta popolare argentina alla crisi finanziaria. Sotto il loro sguardo, la “svolta nazionale su larga scala verso l’orizzontalismo” che ha coinvolto le assemblee di quartiere dopo la recessione del 1998 “è rimasta una risposta localizzata alla crisi” e “non si è mai avvicinata al punto di sostituire lo Stato”. Le fabbriche gestite dai lavoratori non sono riuscite a crescere e “sono rimaste necessariamente incorporate nelle relazioni sociali capitaliste”. In conclusione, affermano che il “momento” dell’Argentina è stato “semplicemente un balsamo per i problemi del capitalismo, non un’alternativa”. Sostengono che si trattasse semplicemente di una risposta di emergenza, non di un concorrente.

    Ma questa è una visione molto problematica di ciò che costituisce “il politico”. Attingendo a decenni di rapporti sulle lotte popolari dell’America Latina e sul coinvolgimento in esse, Raùl Zibechi sostiene che, a seguito dell’abbandono neoliberista da parte dello stato, i contadini, i popoli indigeni e gli abitanti delle baraccopoli stanno creando nuovi mondi e risorse che operano in modo diverso dalla logica dello stato e del capitale. Queste nuove società non fanno richieste ai partiti politici e non sviluppano programmi per la riforma elettorale. Invece, si organizzano ” con/tro ” (con e contro) le istituzioni esistenti “riterritorializzando” i loro mezzi di sussistenza, costruendo economie diverse e orizzontali e sollevandosi in rivolta nei momenti critici.

    Sotto lo sguardo di Zibechi, la stessa reazione popolare argentina è descritta come un momento in cui “l’impossibile diventa visibile”. Ciò che ribolliva sotto la superficie si rivela “come un fulmine che illumina il cielo notturno”. Piuttosto che essere “risposte di emergenza”, la risposta argentina era pratica e strategica, non così spontanea e disorganizzata come descrivono Srnicek e Williams.

    Allo stesso modo con la politica di genere; anche se Williams e Srnicek riconoscono le teorie economiche femministe sulla cura e sul lavoro riproduttivo, ciò che si qualifica come politica “reale” rientra in regni molto egemonici: lobbismo, formazione di think tank, piattaforme politiche, sindacati e modelli economici. Ma che dire di altri tipi di resistenza, come quelle evidenziate da Zibechi: collettivi per l’infanzia, insediamenti occupati e organizzati autonomamente, scuole e cliniche organizzate dalla comunità, cucine collettive e blocchi stradali? Come si inseriscono queste pratiche, ora chiamate “commoning”, nella loro “ecologia delle organizzazioni”?

    Temo che gli accelerazionisti, come la contrarietà ad assumere i contadini come agenti rivoluzionari da parte di Friedrich Engels, rifiutino implicitamente la possibilità che le lotte indigene e antiestrattiviste siano importanti potenziali alleati. Se il successo politico è misurato esclusivamente da obiettivi statalisti, le vittorie non stataliste rimarranno invisibili.

    Al contrario, i pensatori della decrescita hanno collaborato con studiosi del post-sviluppo come Ashish Kothari e Alberto Acosta, e hanno contribuito a creare una rete mondiale di giustizia ambientale, formando alleanze con gli stessi gruppi che sarebbero i più colpiti da un aumento dell’automazione e il minimo probabilmente trarrà vantaggio da politiche accelerazioniste come il reddito di base.

    Sfortunatamente, ciò che Srnicek e Williams chiamano “politica popolare” finisce per giustificare la loro visione specifica della politica, una visione che è piuttosto sorprendentemente una visione del Nord, incapace di staccarsi dalle idee egemoniche degli attori politici “giusti”. Secondo questa logica, il movimento argentino “fallì” perché non poteva replicare o sostituire lo Stato. A tal fine, potrebbero trovare utile impegnarsi con teorici subalterni, studi sulla decolonializzazione, studiosi del post-sviluppo, i quali hanno tutti sfidato in modi diversi le concezioni occidentali di come si presentano resistenza, alternative e progresso. Inoltre, potrebbero interagire con i teorici dei beni comuni che dimostrano come le pratiche di commoning aprano alternative molto reali al neoliberismo. Al di là delle alleanze teoriche,questo potrebbe aiutarli a non respingere i movimenti “falliti” semplicemente perché non cercano di copiare lo Stato.

    Tecnologia, efficienza e metabolismo

    Per molti di sinistra, la tecnologia è secondaria rispetto alle politiche redistributive (welfare, sanità, equità occupazionale) e l’innovazione è il regno delle aziende private, non del governo.

    Al contrario, gli accelerazionisti riconoscono che la tecnologia è un motore chiave del cambiamento sociale ed economico. Per Srnicek e Williams, un importante obiettivo strategico all’interno della sinistra sarebbe politicizzare la tecnologia, trasformare le macchine capitaliste per obiettivi socialisti. Dobbiamo prendere il controllo della tecnologia, democratizzarla, se vogliamo affrontare le molteplici questioni che l’umanità deve affrontare oggi. Questo gesto “moderno”, che evita il primitivismo e la voglia di tornare a un passato “più semplice”, è sicuramente apprezzato.

    Srnicek e Williams dedicano gran parte del libro a discutere di come l’automazione stia trasformando le relazioni sociali ed economiche in tutto il mondo. Non solo la robotizzazione del posto di lavoro rende inutili così tanti lavoratori nel Nord del mondo, ma l’automazione sta iniziando ad avere i suoi effetti in paesi in rapido sviluppo come la Cina. Arrivano al punto di collegare l’informatizzazione di vaste fasce di umanità – abitanti delle baraccopoli, migranti rurali-urbani – come un’indicazione che il capitalismo non ha più nemmeno bisogno del suo “esercito di riserva del lavoro”. L’avvento dell’automazione significa che potremmo entrare di nuovo in un mondo di disoccupazione di massa, dove la manodopera diventa a buon mercato e tutto il potere sarà nelle mani del datore di lavoro.

    La loro risposta a questo è piuttosto coraggiosa: piuttosto che fuggire da questa “realtà” moderna, suggeriscono di spingere per una sempre maggiore automazione – alla fine ponendo fine alla necessità di lavoro meccanico e realizzando un “comunismo di lusso completamente automatizzato” – la loro visione di un futuro desiderabile. In questo contesto, sostengono che gli investimenti pubblici nell’innovazione saranno fondamentali per raggiungere questo obiettivo.

    Ma anche se l’automazione fosse in aumento, sono scettico su come potrebbe limitare l’espansione verso l’esterno del capitalismo. Come ha sostenuto Peter Linebaugh, i luddisti si opposero all’automazione non solo perché stava costando loro il lavoro, ma perché sapevano che l’automazione della produzione tessile significava la schiavitù e il coinvolgimento nel sistema capitalista di milioni di schiavi e di indigeni nelle colonie. L’automazione, da questo punto di vista, è un problema locale supportato da una prospettiva miope nordica: non eliminerà il disboscamento in continua espansione, i recinti, la distruzione dei mezzi di sussistenza e la creazione di classi itineranti costrette nell’economia estrattivista. Indipendentemente dal fatto che l’automazione sia capitalista o comunista, senza essere regolamentata, è destinata ad aumentare i conflitti ambientali a livello globale. Ma l’aumento dei tassi di estrazione delle risorse non è menzionato come un problema nel libro,né propongono un’alleanza strategica con le persone colpite dall’industria estrattiva.

    Questo porta a quello che è forse il divario più frustrante dell’intero libro: le loro proposte ambientali molto deboli. Anche se l’attuale crisi ambientale è chiaramente menzionata all’inizio del libro come uno dei problemi più urgenti dell’umanità, non forniscono alcuna chiara proposta politica. Ci sono due eccezioni; quando discutono del motivo per cui l’automazione potrebbe effettivamente essere una buona cosa, menzionano anche che una maggiore efficienza ridurrebbe l’uso di energia. Altrove, suggeriscono che il passaggio a una settimana lavorativa di quattro giorni limiterebbe anche il consumo di energia del pendolarismo.

    Ma l’efficienza non funziona in questo modo. In qualsiasi regime politico in cui non ci sono limiti o regolamenti sufficienti sull’uso totale di energia e materiali nella società (capitalista o comunista) e i profitti degli investimenti sono investiti in una maggiore produzione, i progressi nell’efficienza faranno aumentare esponenzialmente il rendimento energetico e materiale. Questo è chiamato effetto di rimbalzo o paradosso di Jevons. Quindi, senza limitare in qualche modo l’uso delle risorse e dell’energia (ad esempio tassandole), qualsiasi progresso in termini di efficienza porterà probabilmente a un uso maggiore delle risorse, non inferiore. Allo stesso modo, non vi è alcuna garanzia che troncare la settimana lavorativa sarà più rispettoso dell’ambiente. Efficienza e più tempo libero possono portare altrettanto facilmente a più danni ecologici, non meno.

    È qui che le analisi accelerazioniste e decrescitiste differiscono maggiormente. La decrescita prende come questione chiave il “metabolismo” dell’economia, ovvero quanta energia e materiali utilizza. Poiché l’innovazione consente l’accelerazione di questo metabolismo e poiché un aumento del metabolismo ha impatti sociali ed ecologici disastrosi, troppo spesso scaricati su persone che non beneficiano della tecnologia, è necessario un processo decisionale collettivo sui limiti della tecnologia.

    In questo modo, semplicemente riappropriarsi della tecnologia, o renderla più efficiente, non è sufficiente. Infatti, senza trasformare totalmente il modo in cui il capitalismo reinveste il suo surplus – richiedendo una trasformazione fondamentale dei sistemi finanziari – l’automazione purtroppo aiuterà a espandere il capitalismo, piuttosto che consentirci di superarlo.

    Se il capitalismo cerca sempre di collettivizzare i costi e privatizzare i profitti, allora il comunismo non dovrebbe concentrarsi sulla collettivizzazione dei profitti e sull’esternalizzazione degli impatti a persone lontane o alle generazioni future. Questo è il pericolo del “comunismo di lusso completamente automatizzato”. Questi pericoli non sono discussi nei testi accelerazionisti, ma dovrebbero esserlo.

    Forse questa è la differenza ideologica chiave: gli accelerazionisti compiono un gesto modernista così estremo da rifiutare la necessità di limitare la loro utopia: ci sono solo possibilità. Al contrario, la decrescita si basa su limiti politicizzanti che, fino ad ora, sono stati lasciati alla sfera privata. Ciò potrebbe significare dire, per usare le parole di un dipendente di Wall Street, “preferirei di no” ad alcune tecnologie.

    Cos’è la velocità?

    Dice qualcosa sui tempi in cui due importanti segmenti della sinistra radicale hanno gravitato sui termini “decrescita” e “accelerazionismo”, all’incirca l’opposto che si potrebbe ottenere. Ovviamente non è una novità: simili filoni opposti hanno svolto la loro parte nei movimenti sociali del passato: dovremmo distruggere le macchine o prenderle nelle nostre mani? Dovremmo afferrare i regni dello Stato o rinnegarlo definitivamente?

    Eppure anche qui c’è qualcosa di piuttosto nuovo: l’introduzione della questione della velocità nel pensiero di sinistra. Lo fanno in modi molto diversi. Per la decrescita, “crescita” è l’accelerazione dei flussi energetici e materiali del sistema economico a tassi esponenziali, così come l’ideologia che la giustifica. Chiamiamo questa, velocità socio-metabolica. Il loro progetto politico si riduce quindi a sfidare quell’ideologia a testa alta, così come a ripensare la teoria economica per consentire alle società di garantire il benessere, ma anche di trasformare il modo in cui l’energia e i materiali vengono usati, necessari per un sistema economico più giusto.

    Gli accelerazionisti, d’altra parte, pensano alla velocità in modo molto più figurato: si riferiscono al concetto marxista delle condizioni materiali delle relazioni umane – per loro accelerare significa andare oltre i limiti del capitalismo, che richiede una posizione totalmente moderna. Questa è la velocità socio-politica: il cambio di marcia delle relazioni sociali, come risultato del cambiamento dei sistemi tecnologici.

    Entrambi, penso, hanno messo il dito su una questione cruciale dei nostri tempi, ma da direzioni leggermente diverse: può essere democratizzato ciò che ci dà la modernità – una colossale rete infrastrutturale globale di estrazione, trasporto e fabbricazione? Per gli accelerazionisti, ciò richiederebbe rendere quella rete più efficiente e modificare i sistemi politici per renderla più facile da convivere, spostando gli ingranaggi delle relazioni sociali oltre il capitalismo. Per i decrescitisti, richiederebbe il rallentamento di quel sistema e lo sviluppo di sistemi alternativi al di fuori di esso. Non credo che questi due obiettivi si escludano a vicenda. Ma richiederebbe andare oltre le formule semplicistiche per il cambiamento di sistema da un lato e le posizioni anti-moderne dall’altro.

    Ma vale anche la pena fare un ulteriore passo avanti e chiedersi se quel sistema infrastrutturale accetterebbe davvero di buon grado questi cambi di marcia, o se semplicemente ucciderà il passeggero.

    Per navigare in questa domanda è utile rivolgersi brevemente al più importante “filosofo della velocità”: Paul Virilio. In Velocità e politica (Multhipla, 1982), Virilio traccia come i cambiamenti nelle relazioni sociali siano stati determinati dalla maggiore velocità di persone, macchine e armi. Attraverso gli occhi di Virilio, la storia della lunga emersione dell’Europa dal feudalesimo nella modernità del XX secolo è stata quella del crescente metabolismo dei corpi e delle tecnologie. Ogni regime successivo significava una ricalibrazione di questa velocità, accelerandola, gestendola. Per Virilio, i sistemi politici – siano essi totalitari, comunisti, capitalisti o repubblicani – sono emersi sia come risposta a questo cambiamento di velocità sia come un modo per gestire la coesistenza umano-tecnologica.

    Ciò che è importante per questa discussione è che Virilio non separa i due tipi di velocità: cambiare i rapporti sociali significava anche cambiare i tassi metabolici: sono gli stessi e devono essere teorizzati simultaneamente.

    Ciò potrebbe essere utile sia per la decrescita che per l’accelerazionismo. Mentre la decrescita non ha un’analisi succinta di come rispondere ai mutevoli regimi socio-tecnici di oggi – il punto di forza dell’accelerazionismo – allo stesso tempo l’accelerazionismo sotto-teorizza i maggiori flussi materiali ed energetici risultanti da questo cambio di marcia. In altre parole, l’efficienza da sola può limitare i suoi effetti disastrosi. Come hanno sottolineato i teorici della decrescita, i limiti ambientali devono essere politicizzati; il controllo sulla tecnologia deve quindi essere democratizzato; I tassi metabolici devono essere rallentati se si vuole che la Terra rimanga vivibile.

    Per concludere, l’accelerazionismo si presenta come una metafora troppo sottile. Uno schizzo sul tovagliolo dopo un’eccitante cena, i dettagli più fini colorati negli anni successivi, ma il tovagliolo sembra un pò consumato.

    Bisogna dare grandi risposte a domande senza risposta e non una semplicistica esortazione a “spostare gli ingranaggi del capitalismo”. Quando le marce vengono cambiate, il problema dei limiti metabolici non sarà risolto semplicemente attraverso l ‘”efficienza”: bisogna riconoscere che una maggiore efficienza e automazione hanno, e probabilmente lo farebbero ancora, portato ad un aumento dell’estrattivismo ed all’aumento delle ingiustizie ambientali a livello globale. O un altro: cosa significa “accelerazionismo” nel contesto di una macchina da guerra che storicamente ha prosperato sulla velocità, sulla logistica e sulla conquista della distanza? È possibile un’accelerazione non violenta, e come sarebbe la lotta di classe in quello scenario?

    Per essere onesti, anche la parola “decrescita” non risponde a molte grandi domande. Si è discusso poco sulla possibilità di una decelerazione di massa quando, come mostra Virilio, tutti i cambiamenti di massa nelle relazioni sociali sono storicamente avvenuti attraverso l’accelerazione. L’egemonia può rallentare? Se la decrescita manca di una solida teoria su come realizzare il cambio di regime, allora l’accelerazionismo di Williams e Srnicek non consente un vocabolario pluralista che guarda oltre la sua idea ristretta di ciò che costituisce il cambiamento di sistema. Eppure, i fautori di ciascuna ideologia si troveranno probabilmente nella stessa stanza nei decenni a venire. Nonostante il loro “brand” opposto, probabilmente dovrebbero parlare. Hanno molto da imparare l’uno dall’altro.

    Aaron Vansintjan sta attualmente completando un dottorato di ricerca in politica alimentare e gentrificazione presso il Birkbeck College dell’Università di Londra. È co-editore di Uneven Earth , un sito web lento che politicizza le questioni ambientali.

  • di Aaron Vansintjan – Institute of Social Ecology, 2016
    (Traduzione di Marco Giustini)

    Più di un anno fa ho vissuto a Barcellona, dove ho avuto la fortuna di assistere alla vittoria alle elezioni comunali di un movimento sociale, in gran parte alimentato da cooperative, squat ed altri spazi autonomi. Avevo trascorso l’anno coinvolto in un gruppo che studia e sostiene la “decrescita”: l’idea che dobbiamo ridimensionare la produzione ed il consumo per avere una società più equa, e che quindi dobbiamo smantellare l’ideologia della “crescita economica a tutti i costi”. Come potete immaginare, passano gran parte del loro tempo cercando di chiarire idee sbagliate: “No, non siamo contrari alla crescita degli alberi. Sì, vorremmo anche che i bambini crescessero. Sì, ci piacciono anche le cose belle come l’assistenza sanitaria“.

    Ma da un anno vivo a Londra. Là, l’ideologia attivista sembrava essere permeata dagli “accelerazionisti”, i quali sostengono che il capitalismo e le sue tecnologie dovrebbero essere spinti oltre i propri limiti, per creare un nuovo futuro post-capitalista.

    L’accelerazionismo è quasi come se, dopo aver cercato di eludere un buco nero, l’equipaggio di una astronave decidesse che la migliore linea d’azione fosse quella di tornare indietro e lasciarsi risucchiare – “hey, potrebbe esserci qualcosa di bello dall’altra parte!” Dopo un anno di esperienze in alcuni circoli di attivisti londinesi, ora capisco meglio da dove viene: decenni di tagli del governo, schiacciamento dei sindacati, finanziarizzazione totale della città e mancanza di accesso alle risorse per l’organizzazione della comunità hanno fatto sì che gli attivisti londinesi sono sistematicamente in crisi: esausti, isolati e sempre sulla difensiva.

    Questi due mondi si sono incontrati in un triste sabato pomeriggio lo scorso inverno in un evento chiamato “Future Society Forum“. Dopo una breve introduzione di Nick Srnicek, un eminente accelerazionista, attivisti di tutta Londra sono stati invitati a riflettere su come potrebbe essere un’utopia di sinistra.

    La sala era divisa in diversi tavoli tematici: lavoro, salute, ambiente e risorse, istruzione, ecc. Per prima cosa ci è stato chiesto di inserire dei post-it con idee per il “futuro” specifico di ogni tema. (Comicamente, qualcuno aveva messo il “reddito di base” su ogni singolo tema prima ancora che l’evento fosse iniziato – un tentativo di messaggistica subliminale?) Quindi, ci è stato chiesto di dividerci in gruppi per discutere ogni tema.

    Dato il mio background, ho deciso che avrei potuto contribuire maggiormente al tema “ambiente”, anche se ero certamente interessato a unirmi anche agli altri. Dopo una discussione di 15 minuti, è giunto il momento per ogni gruppo di fornire informazioni all’assemblea plenaria.

    Non sorprende che il gruppo “ambiente” abbia immaginato una società decentralizzata in cui le risorse fossero gestite dalla bioregione: un’economia partecipativa, a bassa tecnologia ed a basso consumo, dove tutti devono fare un pò di agricoltura e un pò di pulizia, e dove la città è perfettamente integrata con la campagna. Sono abbastanza sicuro di aver sentito delle risatine mentre la nostra utopia veniva letta ad alta voce.

    Il gruppo “lavoro”, d’altra parte, immaginava un futuro con macchine che avrebbero fatto tutto per noi, richiedendo grandi fabbriche, dove tutto il lavoro (se ce n’era) fosse ricompensato allo stesso modo, dove nessuno doveva fare quello che non voleva, in cui i sistemi informatici high-tech controllavano l’economia. In altre parole, “il comunismo di lusso completamente automatizzato”.

    Parliamo della distorsione da selezione (NdT La distorsione da selezione è una caratteristica di un campione di dati osservati che è da attribuirsi alle limitazioni delle tecniche di osservazione impiegate per ottenere tali dati anziché a caratteristiche intrinseche di ciò che si osserva).

    Tuttavia, una parte di me si aspettava più di una risatina. Ma la sfida diretta non è mai arrivata. Gli accelerazionisti rimproveravano ai decrescitisti di avere un’utopia divoratrice di larve mentre rimuginavano sui loro tecno-feticci. Era solo un armistizio per prepararsi a una battaglia più grande lungo la strada, o c’era davvero meno animosità di quanto immaginassi?

    Per capire meglio da dove provenissero, ho deciso di controllare di cosa parlavano questi accelerazionisti. Ho preso una copia elettronica di “Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro” (Nero, 2018) ed ho letto il “Manifesto Accelerazionista” (Laterza, 2018)— entrambi scritti da Alex Williams e Nick Srnicek.

    Quando ho finito di leggere le opere dei più importanti accelerazionisti (da allora ho appreso che Williams e Srnicek ora prendono le distanze dal termine, per non essere confusì con le tensioni più di destra del movimento), ho capito che la decrescita e l’accelerazionismo in realtà hanno più aspetti in comune di quanto pensassi inizialmente, sia in termini pratici (politiche e strategia), sia nelle loro posizioni ideologiche generali. E hanno molto da imparare l’una dall’altro.

    Quello che segue è un pò come una relazione: una conversazione tra i due. Ci saranno alcune critiche, ma anche alcune impollinazioni incrociate. La mia discussione ruota attorno a un paio di temi: l’importanza del pensiero utopico, della tecnologia, dell’economia e della strategia politica.

    Se c’è comunanza c’è anche differenza. Com’è possibile che, considerando così tanti accordi, abbiano a portata di mano un inquadramento così oppositivo del problema? In conclusione, suggerisco che la nozione di “velocità” – e le loro opinioni divergenti su di essa – è l’aspetto fondamentale per ogni posizione.

    Pensiero utopico

    Come ha scritto David Graeber in un altro gustoso saggio, i movimenti sociali oggi stanno sperimentando una sorta di “fatica disperata”: non si accontentano più di commiserarsi solo per i tagli ai servizi sociali, c’è stata una rinascita nel pensiero futuristico e positivo.

    In effetti, sembra che un principio chiave che unisce l’accelerazionismo e la decrescita sia la loro promozione di idee utopiche. Ciò potrebbe sorprendere coloro che non hanno familiarità con la letteratura sulla decrescita – di recente, un intero libro era dedicato ad attaccare l’ipotesi della decrescita come antimoderna e come una forma di “ecologia dell’austerità”. Tuttavia, il fatto è che i pensatori della decrescita hanno riflettuto molto su come andare oltre la fuga primitivista dal moderno e immaginare un futuro a basse emissioni di carbonio, democratico e giusto. Nonostante le connotazioni negative che possono derivare da una parola come “decrescita”, ci sono state molte proposte positive e lungimiranti all’interno del movimento. I concetti chiave qui includono “desiderio”, ovvero l’enfasi che una transizione giusta non dovrebbe essere forzata ma dovrebbe provenire dalla volontà politica delle persone; “commoning” – in cui la ricchezza è gestita collettivamente piuttosto che privatizzata; il sostegno a politiche innovative come il reddito di base ed il reddito massimo nonché la riforma fiscale ecologica; la rianimazione della richiesta di Paul Lafargue per “il diritto di essere pigri”; l’abbraccio di “immaginari” ispirati dalle “nowtopie“, esperimenti di sussistenza effettivamente esistenti che puntano a diversi futuri possibili.

    Lo stesso vale per gli accelerazionisti. In effetti, il punto di partenza del libro di Srnicek e Williams è che gran parte dell’attivismo di sinistra negli ultimi decenni ha abbandonato le utopie fantasiose e creative che caratterizzavano le lotte di sinistra del passato. In effetti, l’attivismo progressista, per loro, è stato in gran parte limitato a ciò che chiamano “politica popolare”: un’ideologia attivista che è si occupa solo del suo piccolo ambito, si concentra su azioni immediate e temporanee piuttosto che su organizzazioni a lungo termine, si concentra sul tentativo di creare prefigurazioni di “micro-mondi” perfetti piuttosto che ottenere un cambiamento di sistema ad ampio raggio. Questo, sostengono, è sintomatico del più ampio momento politico, in cui il consenso al partito unico neoliberista ha precluso ogni capacità di ideare politiche e mondi alternativi. E così propongono una visione del futuro che sia allo stesso tempo moderna e consapevole delle attuali tendenze economiche. Come il movimento per la decrescita, propongono che l’ideologia dominante a favore del lavoro debba essere smantellata, ma a differenza della decrescita, la prendono da un’altra direzione: proponendo un mondo in cui le persone non devono sottomettersi alla fatica ma possono invece perseguire i propri interessi lasciando che le macchine facciano tutto il lavoro, in altre parole il “comunismo di lusso completamente automatizzato”.

    Ciò che unisce i due è una strategia controegemonica che crea immaginari ed etiche alternative, che sfida il momento neoliberista insistendo sul fatto che altri mondi sono possibili e, in effetti, desiderabili. Per gli studiosi come Demaria ed altri, la decrescita non è un concetto a sé stante ma una “cornice interpretativa” che riunisce una costellazione di termini e movimenti. Per gli accelerazionisti, parte della strategia consiste nel promuovere una nuova serie di rivendicazioni “universali” che consentano la messa in essere di nuove sfide politiche. Inoltre, chiedono una “ecologia delle organizzazioni” – pensate think tank, ONG, collettivi, gruppi di pressione, sindacati, che possono tessere insieme una nuova egemonia. Per entrambi, è necessario minare le ideologie esistenti, da un lato, fornendo loro forti confutazioni, e, dall’altro, istituendone di nuove (ad esempio post-lavoro, convivialità). Il risultato sono due proposte forti per futuri alternativi che non hanno paura di sognare in grande.

    Pluralismo economico, monismo politico?

    Quarant’anni dopo che il padrino neoconservatore Irving Kristol ha criminalizzato la Nuova Sinistra per “aver rifiutato di pensare economicamente” nel suo famoso discorso alla Mont Pelerin Society, è interessante che questi due quadri emergenti stiano ancora una volta centrando l’economia nella loro analisi. In effetti, entrambi i quadri propongono politiche economiche sorprendentemente simili. Condividono richieste come il reddito di base universale, la riduzione dell’orario di lavoro e la democratizzazione della tecnologia. Tuttavia, differiscono in altre richieste: Williams e Srnicek sottolineano il potenziale dell’automazione per affrontare la disuguaglianza e concentrarsi sul ruolo dei progressi tecnologici nell’ulteriore sfida alla precarietà o nella liberazione della società. Come parte di questo, parlano a lungo dell’importanza dell’innovazione guidata dallo Stato e dei sussidi per la ricerca e lo sviluppo e di come questo debba essere rivendicato dalla sinistra. Al contrario, studiosi della decrescita come Giorgos Kallis e Samuel Alexander hanno proposto una piattaforma più diversificata di politiche, che vanno dal reddito minimo e massimo, alla riduzione dell’orario di lavoro e alla condivisione del tempo, alla riforma bancaria e finanziaria, alla pianificazione e al bilancio partecipativo, alla riforma fiscale ecologica, al sostegno finanziario e legale per l’economia solidale, alla riduzione della pubblicità, ed alla abolizione del PIL come indicatore di progresso. Queste sono solo alcune delle molte politiche proposte dai sostenitori della decrescita – il punto è, tuttavia, che i decrescitisti tendono a sostenere un’ampia piattaforma politica piuttosto che un insieme di “facili vittorie” strategiche che cambiano il sistema.

    In più punti del loro libro, Srnicek e Williams esortano la sinistra a impegnarsi ancora una volta con la teoria economica. Sostengono che, mentre l’economia tradizionale deve essere sfidata, strumenti come la modellazione, l’econometria e la statistica saranno cruciali per sviluppare una visione positiva e rinnovata del futuro.

    In effetti, verso la fine del libro, fanno un’offerta per un’economia “pluralista”. Sulla scia della crisi del 2008, la sinistra ha risposto con un “keynesismo improvvisato”. Poiché l’attenzione era stata in gran parte concentrata su una critica del capitalismo, c’era una grave mancanza di teorie economiche alternative a cui attingere. Esortano a riflettere su questioni contemporanee che non sono facilmente affrontate dalla teoria economica keynesiana o marxista: la stagnazione secolare, “il passaggio ad un’economia informativa, fondata sulla post-scarsità”, approcci alternativi al quantitative easing e possibilità di una piena automazione ed un reddito di base universale, tra gli altri. Sostengono che c’è bisogno per la sinistra di “pensare attraverso un sistema economico alternativo” che attinga da tendenze innovative che vanno dalla “teoria monetaria moderna (MMT) all’economia della complessità, dall’economia ecologica a quella partecipativa”,

    Tuttavia, sono rimasto deluso da quelle che consideravano forme economiche “plurali”. C’era poca menzione della vasta gamma di campi eterodossi come l’economia istituzionale, l’economia post-keynesiana, la teoria dei beni comuni, l’economia ambientale, l’economia ecologica e la teoria del post-sviluppo. Sono questi campi che hanno offerto alcune delle sfide più forti all’economia neoclassica e farebbero bene a impegnarsi nel loro studio.

    Questo divario non è minore. Piuttosto, riflette questioni più profonde all’interno dell’intero quadro accelerazionista. Per un libro che menziona il cambiamento climatico come uno dei principali problemi che dobbiamo affrontare – menzionato anche nella prima frase del loro Manifesto Accellerazionista – c’è sorprendentemente poco impegno con le questioni ambientali. Eppure sono questi campi economici eterodossi non menzionati che hanno fornito alcune delle risposte più utili all’attuale crisi ambientale, arrivando persino a fornire modelli robusti e analisi econometriche per testare le proprie affermazioni.

    Lo stesso divario non si trova nella letteratura sulla decrescita. In effetti, il movimento è stato ispirato in larga misura da economisti ribelli come Nicholas Georgescu-Røegen, Cornelius Castoriadis, Herman Daly, Eleanor Ostrom e JK Gibson-Graham. Le sessioni sulla decrescita sono ora la norma in molte conferenze di economia eterodossa, proprio come le conferenze sulla decrescita sono in gran parte dominate dalle discussioni sull’economia.

    Prendendo con calma le lezioni dall’economia istituzionale, i pensatori della decrescita hanno sottolineato che non ci sono panacee: nessuna singola politica farà il trucco, è necessaria una piattaforma politica diversificata e complementare per compensare i circuiti di feedback che possono derivare dall’interazione tra diverse politiche.

    Da questo punto di vista, le politiche strategiche proposte dagli accelerazionisti – reddito di base, automazione, riduzione dell’orario di lavoro – iniziano a sembrare piuttosto semplicistiche. Concentrarsi su tre politiche fondamentali rende la lettura elegante e semplici i cartelli per le manifestazioni, ma ha anche un prezzo: quando queste politiche vengono attuate e producono effetti negativi imprevisti, ci sarà poca volontà politica di continuare a sperimentarle. Preferirei scommettere su una solida piattaforma multi-politica, abbastanza resiliente da affrontare i circuiti di feedback negativi e non troppo dogmatica su quale dovrebbe essere implementata per prima.

    Un punto di forza degli accelerazionisti è la loro enfasi sul fatto che le politiche economiche si realizzano attraverso la politica e quindi devono essere vinte attraverso l’organizzazione politica. In tal modo, compiono il passo cruciale oltre l’economicismo, il termine usato da Antonio Gramsci per riferirsi alla sinistra che ha messo in attesa l’attivismo antiegemonico fino a quando le “condizioni economiche” non lo avrebbero favorito. Lo stesso non si può sempre dire della sinistra ambientalista: scarsità, limiti ambientali – questi sono spesso imposti come spettri apolitici che prevalgono su tutte le altre preoccupazioni.

    Eppure, nonostante tutte le loro richieste per una visione unitaria e utopica, rimango preoccupato per il tipo di utopia che hanno proposto e quindi per il tipo di politica che ritengono necessaria. Mentre la “politica popolare” è in parte una definizione promettente di attivismo che non riesce a crescere, diventa anche facilmente un modo per respingere tutto ciò che non si adatta alla loro idea di cosa sia realmente la politica .

    Prendiamo, ad esempio, la loro eliminazione della risposta popolare argentina alla crisi finanziaria. Sotto il loro sguardo, la “svolta nazionale su larga scala verso l’orizzontalismo” che ha coinvolto le assemblee di quartiere dopo la recessione del 1998 “è rimasta una risposta localizzata alla crisi” e “non si è mai avvicinata al punto di sostituire lo Stato”. Le fabbriche gestite dai lavoratori non sono riuscite a crescere e “sono rimaste necessariamente incorporate nelle relazioni sociali capitaliste”. In conclusione, affermano che il “momento” dell’Argentina è stato “semplicemente un balsamo per i problemi del capitalismo, non un’alternativa”. Sostengono che si trattasse semplicemente di una risposta di emergenza, non di un concorrente.

    Ma questa è una visione molto problematica di ciò che costituisce “il politico”. Attingendo a decenni di rapporti sulle lotte popolari dell’America Latina e sul coinvolgimento in esse, Raùl Zibechi sostiene che, a seguito dell’abbandono neoliberista da parte dello stato, i contadini, i popoli indigeni e gli abitanti delle baraccopoli stanno creando nuovi mondi e risorse che operano in modo diverso dalla logica dello stato e del capitale. Queste nuove società non fanno richieste ai partiti politici e non sviluppano programmi per la riforma elettorale. Invece, si organizzano ” con/tro ” (con e contro) le istituzioni esistenti “riterritorializzando” i loro mezzi di sussistenza, costruendo economie diverse e orizzontali e sollevandosi in rivolta nei momenti critici.

    Sotto lo sguardo di Zibechi, la stessa reazione popolare argentina è descritta come un momento in cui “l’impossibile diventa visibile”. Ciò che ribolliva sotto la superficie si rivela “come un fulmine che illumina il cielo notturno”. Piuttosto che essere “risposte di emergenza”, la risposta argentina era pratica e strategica, non così spontanea e disorganizzata come descrivono Srnicek e Williams.

    Allo stesso modo con la politica di genere; anche se Williams e Srnicek riconoscono le teorie economiche femministe sulla cura e sul lavoro riproduttivo, ciò che si qualifica come politica “reale” rientra in regni molto egemonici: lobbismo, formazione di think tank, piattaforme politiche, sindacati e modelli economici. Ma che dire di altri tipi di resistenza, come quelle evidenziate da Zibechi: collettivi per l’infanzia, insediamenti occupati e organizzati autonomamente, scuole e cliniche organizzate dalla comunità, cucine collettive e blocchi stradali? Come si inseriscono queste pratiche, ora chiamate “commoning”, nella loro “ecologia delle organizzazioni”?

    Temo che gli accelerazionisti, come la contrarietà ad assumere i contadini come agenti rivoluzionari da parte di Friedrich Engels, rifiutino implicitamente la possibilità che le lotte indigene e antiestrattiviste siano importanti potenziali alleati. Se il successo politico è misurato esclusivamente da obiettivi statalisti, le vittorie non stataliste rimarranno invisibili.

    Al contrario, i pensatori della decrescita hanno collaborato con studiosi del post-sviluppo come Ashish Kothari e Alberto Acosta, e hanno contribuito a creare una rete mondiale di giustizia ambientale, formando alleanze con gli stessi gruppi che sarebbero i più colpiti da un aumento dell’automazione e il minimo probabilmente trarrà vantaggio da politiche accelerazioniste come il reddito di base.

    Sfortunatamente, ciò che Srnicek e Williams chiamano “politica popolare” finisce per giustificare la loro visione specifica della politica, una visione che è piuttosto sorprendentemente una visione del Nord, incapace di staccarsi dalle idee egemoniche degli attori politici “giusti”. Secondo questa logica, il movimento argentino “fallì” perché non poteva replicare o sostituire lo Stato. A tal fine, potrebbero trovare utile impegnarsi con teorici subalterni, studi sulla decolonializzazione, studiosi del post-sviluppo, i quali hanno tutti sfidato in modi diversi le concezioni occidentali di come si presentano resistenza, alternative e progresso. Inoltre, potrebbero interagire con i teorici dei beni comuni che dimostrano come le pratiche di commoning aprano alternative molto reali al neoliberismo. Al di là delle alleanze teoriche,questo potrebbe aiutarli a non respingere i movimenti “falliti” semplicemente perché non cercano di copiare lo Stato.

    Tecnologia, efficienza e metabolismo

    Per molti di sinistra, la tecnologia è secondaria rispetto alle politiche redistributive (welfare, sanità, equità occupazionale) e l’innovazione è il regno delle aziende private, non del governo.

    Al contrario, gli accelerazionisti riconoscono che la tecnologia è un motore chiave del cambiamento sociale ed economico. Per Srnicek e Williams, un importante obiettivo strategico all’interno della sinistra sarebbe politicizzare la tecnologia, trasformare le macchine capitaliste per obiettivi socialisti. Dobbiamo prendere il controllo della tecnologia, democratizzarla, se vogliamo affrontare le molteplici questioni che l’umanità deve affrontare oggi. Questo gesto “moderno”, che evita il primitivismo e la voglia di tornare a un passato “più semplice”, è sicuramente apprezzato.

    Srnicek e Williams dedicano gran parte del libro a discutere di come l’automazione stia trasformando le relazioni sociali ed economiche in tutto il mondo. Non solo la robotizzazione del posto di lavoro rende inutili così tanti lavoratori nel Nord del mondo, ma l’automazione sta iniziando ad avere i suoi effetti in paesi in rapido sviluppo come la Cina. Arrivano al punto di collegare l’informatizzazione di vaste fasce di umanità – abitanti delle baraccopoli, migranti rurali-urbani – come un’indicazione che il capitalismo non ha più nemmeno bisogno del suo “esercito di riserva del lavoro”. L’avvento dell’automazione significa che potremmo entrare di nuovo in un mondo di disoccupazione di massa, dove la manodopera diventa a buon mercato e tutto il potere sarà nelle mani del datore di lavoro.

    La loro risposta a questo è piuttosto coraggiosa: piuttosto che fuggire da questa “realtà” moderna, suggeriscono di spingere per una sempre maggiore automazione – alla fine ponendo fine alla necessità di lavoro meccanico e realizzando un “comunismo di lusso completamente automatizzato” – la loro visione di un futuro desiderabile. In questo contesto, sostengono che gli investimenti pubblici nell’innovazione saranno fondamentali per raggiungere questo obiettivo.

    Ma anche se l’automazione fosse in aumento, sono scettico su come potrebbe limitare l’espansione verso l’esterno del capitalismo. Come ha sostenuto Peter Linebaugh, i luddisti si opposero all’automazione non solo perché stava costando loro il lavoro, ma perché sapevano che l’automazione della produzione tessile significava la schiavitù e il coinvolgimento nel sistema capitalista di milioni di schiavi e di indigeni nelle colonie. L’automazione, da questo punto di vista, è un problema locale supportato da una prospettiva miope nordica: non eliminerà il disboscamento in continua espansione, i recinti, la distruzione dei mezzi di sussistenza e la creazione di classi itineranti costrette nell’economia estrattivista. Indipendentemente dal fatto che l’automazione sia capitalista o comunista, senza essere regolamentata, è destinata ad aumentare i conflitti ambientali a livello globale. Ma l’aumento dei tassi di estrazione delle risorse non è menzionato come un problema nel libro,né propongono un’alleanza strategica con le persone colpite dall’industria estrattiva.

    Questo porta a quello che è forse il divario più frustrante dell’intero libro: le loro proposte ambientali molto deboli. Anche se l’attuale crisi ambientale è chiaramente menzionata all’inizio del libro come uno dei problemi più urgenti dell’umanità, non forniscono alcuna chiara proposta politica. Ci sono due eccezioni; quando discutono del motivo per cui l’automazione potrebbe effettivamente essere una buona cosa, menzionano anche che una maggiore efficienza ridurrebbe l’uso di energia. Altrove, suggeriscono che il passaggio a una settimana lavorativa di quattro giorni limiterebbe anche il consumo di energia del pendolarismo.

    Ma l’efficienza non funziona in questo modo. In qualsiasi regime politico in cui non ci sono limiti o regolamenti sufficienti sull’uso totale di energia e materiali nella società (capitalista o comunista) e i profitti degli investimenti sono investiti in una maggiore produzione, i progressi nell’efficienza faranno aumentare esponenzialmente il rendimento energetico e materiale. Questo è chiamato effetto di rimbalzo o paradosso di Jevons. Quindi, senza limitare in qualche modo l’uso delle risorse e dell’energia (ad esempio tassandole), qualsiasi progresso in termini di efficienza porterà probabilmente a un uso maggiore delle risorse, non inferiore. Allo stesso modo, non vi è alcuna garanzia che troncare la settimana lavorativa sarà più rispettoso dell’ambiente. Efficienza e più tempo libero possono portare altrettanto facilmente a più danni ecologici, non meno.

    È qui che le analisi accelerazioniste e decrescitiste differiscono maggiormente. La decrescita prende come questione chiave il “metabolismo” dell’economia, ovvero quanta energia e materiali utilizza. Poiché l’innovazione consente l’accelerazione di questo metabolismo e poiché un aumento del metabolismo ha impatti sociali ed ecologici disastrosi, troppo spesso scaricati su persone che non beneficiano della tecnologia, è necessario un processo decisionale collettivo sui limiti della tecnologia.

    In questo modo, semplicemente riappropriarsi della tecnologia, o renderla più efficiente, non è sufficiente. Infatti, senza trasformare totalmente il modo in cui il capitalismo reinveste il suo surplus – richiedendo una trasformazione fondamentale dei sistemi finanziari – l’automazione purtroppo aiuterà a espandere il capitalismo, piuttosto che consentirci di superarlo.

    Se il capitalismo cerca sempre di collettivizzare i costi e privatizzare i profitti, allora il comunismo non dovrebbe concentrarsi sulla collettivizzazione dei profitti e sull’esternalizzazione degli impatti a persone lontane o alle generazioni future. Questo è il pericolo del “comunismo di lusso completamente automatizzato”. Questi pericoli non sono discussi nei testi accelerazionisti, ma dovrebbero esserlo.

    Forse questa è la differenza ideologica chiave: gli accelerazionisti compiono un gesto modernista così estremo da rifiutare la necessità di limitare la loro utopia: ci sono solo possibilità. Al contrario, la decrescita si basa su limiti politicizzanti che, fino ad ora, sono stati lasciati alla sfera privata. Ciò potrebbe significare dire, per usare le parole di un dipendente di Wall Street, “preferirei di no” ad alcune tecnologie.

    Cos’è la velocità?

    Dice qualcosa sui tempi in cui due importanti segmenti della sinistra radicale hanno gravitato sui termini “decrescita” e “accelerazionismo”, all’incirca l’opposto che si potrebbe ottenere. Ovviamente non è una novità: simili filoni opposti hanno svolto la loro parte nei movimenti sociali del passato: dovremmo distruggere le macchine o prenderle nelle nostre mani? Dovremmo afferrare i regni dello Stato o rinnegarlo definitivamente?

    Eppure anche qui c’è qualcosa di piuttosto nuovo: l’introduzione della questione della velocità nel pensiero di sinistra. Lo fanno in modi molto diversi. Per la decrescita, “crescita” è l’accelerazione dei flussi energetici e materiali del sistema economico a tassi esponenziali, così come l’ideologia che la giustifica. Chiamiamo questa, velocità socio-metabolica. Il loro progetto politico si riduce quindi a sfidare quell’ideologia a testa alta, così come a ripensare la teoria economica per consentire alle società di garantire il benessere, ma anche di trasformare il modo in cui l’energia e i materiali vengono usati, necessari per un sistema economico più giusto.

    Gli accelerazionisti, d’altra parte, pensano alla velocità in modo molto più figurato: si riferiscono al concetto marxista delle condizioni materiali delle relazioni umane – per loro accelerare significa andare oltre i limiti del capitalismo, che richiede una posizione totalmente moderna. Questa è la velocità socio-politica: il cambio di marcia delle relazioni sociali, come risultato del cambiamento dei sistemi tecnologici.

    Entrambi, penso, hanno messo il dito su una questione cruciale dei nostri tempi, ma da direzioni leggermente diverse: può essere democratizzato ciò che ci dà la modernità – una colossale rete infrastrutturale globale di estrazione, trasporto e fabbricazione? Per gli accelerazionisti, ciò richiederebbe rendere quella rete più efficiente e modificare i sistemi politici per renderla più facile da convivere, spostando gli ingranaggi delle relazioni sociali oltre il capitalismo. Per i decrescitisti, richiederebbe il rallentamento di quel sistema e lo sviluppo di sistemi alternativi al di fuori di esso. Non credo che questi due obiettivi si escludano a vicenda. Ma richiederebbe andare oltre le formule semplicistiche per il cambiamento di sistema da un lato e le posizioni anti-moderne dall’altro.

    Ma vale anche la pena fare un ulteriore passo avanti e chiedersi se quel sistema infrastrutturale accetterebbe davvero di buon grado questi cambi di marcia, o se semplicemente ucciderà il passeggero.

    Per navigare in questa domanda è utile rivolgersi brevemente al più importante “filosofo della velocità”: Paul Virilio. In Velocità e politica (Multhipla, 1982), Virilio traccia come i cambiamenti nelle relazioni sociali siano stati determinati dalla maggiore velocità di persone, macchine e armi. Attraverso gli occhi di Virilio, la storia della lunga emersione dell’Europa dal feudalesimo nella modernità del XX secolo è stata quella del crescente metabolismo dei corpi e delle tecnologie. Ogni regime successivo significava una ricalibrazione di questa velocità, accelerandola, gestendola. Per Virilio, i sistemi politici – siano essi totalitari, comunisti, capitalisti o repubblicani – sono emersi sia come risposta a questo cambiamento di velocità sia come un modo per gestire la coesistenza umano-tecnologica.

    Ciò che è importante per questa discussione è che Virilio non separa i due tipi di velocità: cambiare i rapporti sociali significava anche cambiare i tassi metabolici: sono gli stessi e devono essere teorizzati simultaneamente.

    Ciò potrebbe essere utile sia per la decrescita che per l’accelerazionismo. Mentre la decrescita non ha un’analisi succinta di come rispondere ai mutevoli regimi socio-tecnici di oggi – il punto di forza dell’accelerazionismo – allo stesso tempo l’accelerazionismo sotto-teorizza i maggiori flussi materiali ed energetici risultanti da questo cambio di marcia. In altre parole, l’efficienza da sola può limitare i suoi effetti disastrosi. Come hanno sottolineato i teorici della decrescita, i limiti ambientali devono essere politicizzati; il controllo sulla tecnologia deve quindi essere democratizzato; I tassi metabolici devono essere rallentati se si vuole che la Terra rimanga vivibile.

    Per concludere, l’accelerazionismo si presenta come una metafora troppo sottile. Uno schizzo sul tovagliolo dopo un’eccitante cena, i dettagli più fini colorati negli anni successivi, ma il tovagliolo sembra un pò consumato.

    Bisogna dare grandi risposte a domande senza risposta e non una semplicistica esortazione a “spostare gli ingranaggi del capitalismo”. Quando le marce vengono cambiate, il problema dei limiti metabolici non sarà risolto semplicemente attraverso l ‘”efficienza”: bisogna riconoscere che una maggiore efficienza e automazione hanno, e probabilmente lo farebbero ancora, portato ad un aumento dell’estrattivismo ed all’aumento delle ingiustizie ambientali a livello globale. O un altro: cosa significa “accelerazionismo” nel contesto di una macchina da guerra che storicamente ha prosperato sulla velocità, sulla logistica e sulla conquista della distanza? È possibile un’accelerazione non violenta, e come sarebbe la lotta di classe in quello scenario?

    Per essere onesti, anche la parola “decrescita” non risponde a molte grandi domande. Si è discusso poco sulla possibilità di una decelerazione di massa quando, come mostra Virilio, tutti i cambiamenti di massa nelle relazioni sociali sono storicamente avvenuti attraverso l’accelerazione. L’egemonia può rallentare? Se la decrescita manca di una solida teoria su come realizzare il cambio di regime, allora l’accelerazionismo di Williams e Srnicek non consente un vocabolario pluralista che guarda oltre la sua idea ristretta di ciò che costituisce il cambiamento di sistema. Eppure, i fautori di ciascuna ideologia si troveranno probabilmente nella stessa stanza nei decenni a venire. Nonostante il loro “brand” opposto, probabilmente dovrebbero parlare. Hanno molto da imparare l’uno dall’altro.

    Fonte: https://social-ecology.org/wp/2016/09/accelerationism-degrowth-lefts-strangest-bedfellows

    Autore: Aaron Vansintjan sta attualmente completando un dottorato di ricerca in politica alimentare e gentrificazione presso il Birkbeck College dell’Università di Londra. È co-editore di Uneven Earth , un sito web lento che politicizza le questioni ambientali.

  • “Viviamo in tempi straordinari che richiedono soluzioni coraggiose e creative. Se riusciremo a immaginare una città diversa, potremo trasformarla.” Ada Colau

    COME RICONQUISTARE LA CITTÀ IN COMUNE: GUIDA PER COSTRUIRE UNA PIATTAFORMA COMUNALE DEI CITTADINI

    E’ stato possibile redigere questa guida grazie al Comitato Internazionale di Barcelona en Comú
    Twitter: @BComuGlobal
    Contatto e-mail: global@bcnencomu.cat
    Barcellona. Marzo 2016
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    Fotografie: Marc Lozano

    INDICE

    • INTRODUZIONE
    • PERCHÉ UNA PIATTAFORMA COMUNALE?
    • COME SI COSTRUISCE UNA PIATTAFORMA DEI CITTADINI VINCENTE?
    • FASE A: PRIMA DEL LANCIO PUBBLICO
    • FASE B: DAL LANCIO ALLA CAMPAGNA ELETTORALE
    • CROWDSOURCING DI UN CODICE ETICO
    • FINANZIAMENTO
    • ELABORAZIONE DI UN PROGRAMMA ELETTORALE “IN COMUNE”
    • COSTRUZIONE DI UNA CANDIDATURA ELETTORALE
    • STRUTTURA DI BARCELONA EN COMÚ DURANTE LA FASE B

     

    INTRODUZIONE

    Fin dall’inizio, quelli di noi che hanno partecipato a Barcelona En Comú erano certi che la ribellione democratica a Barcellona non sarebbe stato solo un fenomeno locale. Vogliamo che Barcellona inneschi una rivoluzione di cittadini in Catalogna, in Spagna, nell’Europa meridionale e oltre.

    Sappiamo che esistono in altre città molte iniziative simili alla nostra che hanno lo scopo di spezzare dal basso l’attuale regime politico ed economico. Ogni città dovrà trovare la propria strada, che intraprenda la via elettorale o meno. Tuttavia, avendo vinto le elezioni a Barcellona, ​​siamo entusiasti di pubblicare questa guida alla filosofia e all’organizzazione di Barcelona En Comú dal nostro lancio all’ingresso nel governo. Ci auguriamo che possa essere utile per la costruzione di piattaforme di cittadini il cui scopo sia di vincere le elezioni locali in tutto il mondo.

    PERCHÉ UNA PIATTAFORMA COMUNALE?

    Barcelona En Comú non è nata dal nulla. Negli anni prima della sua creazione, in un contesto di crisi economica e politica in cui le istituzioni politiche tradizionali non rispondevano ai bisogni della gente, in città si è mobilitato un gran numero di movimenti di cittadini e ha dimostrato il potere di proporre e di mettere in atto soluzioni che hanno i cittadini organizzati.

    • Abbiamo conquistato i social network,
    • Abbiamo conquistato le strade ed
    • Abbiamo conquistato le piazze

    Ma abbiamo riscontrato che le istituzioni stavano bloccando dall’alto quel cambiamento. Non potevamo permetterlo. Pertanto, abbiamo deciso che era arrivato il momento di riprenderci le istituzioni e metterle al servizio del bene comune. Abbiamo deciso di riconquistare la città.

    Tuttavia, abbiamo riscontrato che le istituzioni stavano bloccando il cambiamento dall’alto. Non potevamo permetterlo. Così, abbiamo deciso che era arrivato il momento di riprenderci le istituzioni e metterle al servizio del bene comune. Abbiamo deciso di riconquistare la città. Per noi, “riconquistare la città” significa molto di più che vincere le elezioni locali. Significa mettere in atto un nuovo modello di governo locale, trasparente e partecipativo, ossia controllato dai cittadini. Significa anche attuare politiche eque, redistributive e sostenibili per reagire alla crisi economica e politica.

    La nostra strategia è stata quella di iniziare dal basso, da quello che conosciamo meglio: le nostre strade, i nostri quartieri. La vicinanza dei governi municipali alla popolazione li rende il veicolo migliore che abbiamo per trasferire il cambiamento dalle strade alle istituzioni. Le città sono sempre state un luogo di incontro, di scambio di idee, di innovazione e, se necessario, di rivoluzione.

    La democrazia è nata nelle città e sarà da lì che potremo iniziare a recuperarla.

    Per ulteriori informazioni sul nuovo municipalismo in Spagna, cliccare qui.

    Abbiamo conquistato i social network: http://peoplewitness.net/twitter-for-activists- how-to-achieve-a-successful-social-networks-campaign

    Abbiamo conquistato le strade: http://howtocamp.takethesquare.net/2012/09/05/quick-guide-for-a-revolution-english/

    Abbiamo conquistato le piazze: http://takethesquare.net/wp-content/uploads/2011/07/round_up_all_languages.pdf

    Nuovo municipalismo in Spagna: http://municipalrecipes.cc/

    COME SI COSTRUISCE UNA PIATTAFORMA DEI CITTADINI VINCENTE?

    FASE A: PRIMA DEL LANCIO PUBBLICO

    DECIDERE DI RICONQUISTARE LA CITTÀ E PRESENTARE L’INIZIATIVA AI CITTADINI

    Il primo passo è quello di riunire un gruppo di uomini e donne che vogliono creare una piattaforma di cittadini per formare una candidatura vincente per le elezioni locali. Ciascuna piattaforma dovrebbe emergere dalla realtà sociale della città, essere guidata dai cittadini, fare affidamento sul sostegno più ampio possibile e non essere guidata da nessun partito politico. È essenziale che ci sia, fin dall’inizio, un equilibrio di genere in tutti gli ambiti di attività. Una rivoluzione che non è femminista non è degna di questo nome.

    Ci dovrebbe essere una sola piattaforma di cittadini in ogni città. Se si lancia più di una candidatura comunale di cittadini, tutte le persone coinvolte dovrebbero fare ogni sforzo possibile per farle convergere su obiettivi e proposte concrete e far sì che collaborino, piuttosto che competere nelle elezioni comunali.

    A Barcellona, ​​questo gruppo ha nominato un certo numero di portavoce uomini e donne (alcuni dei quali disposti a presentarsi come candidati) per presentare la piattaforma alla cittadinanza e ai media nei mesi iniziali. I portavoce hanno presentato il progetto a un evento pubblico aperto, invitando i cittadini e le forze politiche affini a partecipare e a farlo proprio. La presentazione ha riguardato inoltre la pubblicazione di un manifesto con la diagnosi del ​​contesto economico, politico e sociale della città e un testo di Principi e Impegni che riassumeva i principali obiettivi della piattaforma.

    Il video della presentazione è visibile qui.

    Manifesto: https://guanyembarcelona.cat/lets-win-Barcelona/

    Principi e Impegni: https://guanyembarcelona.cat/es/compromisos/ Video della presentazione: https://www.youtube.com/watch?v=xCLxp3IHZTg

    FASE B: DAL LANCIO ALLA CAMPAGNA ELETTORALE

    OTTENERE IL CONSENSO DELLA POPOLAZIONE

    Il passo successivo è quello di raccogliere un certo numero di firme di sostegno (a Barcellona, ​​una città di 1,6 milioni di abitanti, il nostro obiettivo era quello di raccoglierne 30.000 da giugno ad agosto 2014), e presentare il progetto in incontri pubblici in diversi quartieri in tutta la città. L’obiettivo degli incontri pubblici è sia parlare del progetto sia prendere nota delle preoccupazioni e delle proposte dei residenti della città. È essenziale, per iniziare in questo modo, dimostrare che vi sono altri modi di fare politica – ascoltando, partecipando, collaborando – fin dall’inizio.

    Video sulle riunioni di quartiere: https://www.youtube.com/watch?v=sTWt2ipXKOY

    CROWDSOURCING DI UN CODICE ETICO

    Una piattaforma di cittadini non mira soltanto a cambiare le politiche locali. Mira anche a cambiare le regole del gioco e a creare nuovi modi di fare politica. Un modo fondamentale per raggiungere questo obiettivo è elaborare, discutere e approvare un codice etico pubblicamente e in modo trasparente.

    Il codice etico è un documento che definisce le pratiche che coloro, che occupano posizioni pubbliche per elezione o nomina, dovrebbero mettere in atto per assicurare una amministrazione responsabile che rimanga in contatto con la vita reale.

    |||UNTRANSLATED_CONTENT_START|||out in order to ensure a responsible administration that remains in touch with real life.|||UNTRANSLATED_CONTENT_END|||

    Essa pone dei limiti agli stipendi e alle spese, assicurando che chiunque possa impegnarsi in politica ma, contemporaneamente, pone fine ai privilegi che hanno portato i rappresentanti politici a perdere di vista i cittadini comuni. Il codice etico dovrebbe includere meccanismi di trasparenza finanziaria efficiente e di affidabilità, nonché meccanismi per coinvolgere i cittadini nella vita pubblica.

    Il codice etico di Barcelona En Comú è stato redatto sulla base dell’attività precedente delle forze politiche coinvolte nel progetto, di una giornata di dibattito di persona e dell’approvazione attraverso una piattaforma online.

    Leggete il codice etico di Barcelona En Comú.

    |||UNTRANSLATED_CONTENT_START|||Video about the neighbourhood meetings: https://www.youtube.com/watch?v=sTWt2ipXKOY|||UNTRANSLATED_CONTENT_END|||

    Processo per la redazione del codice etico: http://www.eldiario.es/catalunya/Guanyem-ICV-EUiA-Podemos-Procés-Constituent_0_328267839.html Codice etico di Barcelona En Comú: https://guanyembarcelona.cat/es/codigo-etico-gobernar-obedeciendo/

    FINANZIAMENTO

    Come piattaforma abbiamo una politica di trasparenza e di contabilità chiara e rendiamo pubbliche entrate ed uscite. Ci impegniamo a non contrarre prestiti bancari e a basare il nostro sostegno su prestiti e donazioni di singoli individui.

    ELABORAZIONE DI UN PROGRAMMA ELETTORALE “IN COMUNE”

    Il processo collettivo di preparazione del nostro programma elettorale è iniziato nell’estate del 2014, quando i vari quartieri e gruppi politici di Barcelona En Comú (aperti chiunque volesse partecipare) hanno eseguito le diagnosi delle proprie aree, approfondendo le direzioni espresse nel manifesto generale.

    Grazie al lavoro di quei primi mesi, alla fine del 2014 i gruppi dedicati alle politiche hanno elaborato dei documenti di riferimento. Tali documenti hanno costituito la base dei numerosi processi partecipativi utilizzati per redigere il programma elettorale.

    Le proposte iniziali generate da quell’attività sono state sottoposte a due fasi di dibattito pubblico, aperto, di persona, online e di feedback. La prima fase ha consentito l’apporto di contributi alle proposte iniziali e la seconda ha permesso ai partecipanti di indicare le priorità per l’elenco definitivo delle misure di politica.

    Questi processi hanno prodotto:

    • Un mandato dei cittadini composto da 40 misure, nell’ordine di priorità attribuita dai cittadini, che hanno formato il nucleo del programma elettorale Barcelona En Comú.

    • Un insieme di richieste dei cittadini per ogni quartiere e circoscrizione della città.

    • Proposte di politiche per tutta la città su temi diversi.

    I gruppi politici del Barcellona En Comú hanno portato avanti le attività di raccolta, sintesi, sviluppo e valutazione della fattibilità di tutte le proposte avanzate.

    Il nostro programma “in comune” è un documento che ha lo scopo di arricchire il dialogo con i cittadini. Non si tratta di una serie di promesse elettorali, piuttosto, è un fermo

    impegno che guiderà tutto il nostro lavoro nel Comune. Questo è essenziale per far sì che i cittadini possano essere coinvolti di nuovo con entusiasmo nella vita politica. Per questo motivo il nostro programma include meccanismi di attuazione e di responsabilità.

    Diagramma del processo di sviluppo del programma Barcelona en Comú

    Programma Barcellona En Comú: https://barcelonaencomu.cat/es/programa⇥7

    COSTRUIRE UNA CANDIDATURA ELETTORALE

    Barcelona En Comú non è una coalizione o una zuppa alfabetica di sigle di partito. Abbiamo evitato logiche di partito tradizionali e costruito un nuovo spazio che, rispettando l’identità di tutte le persone coinvolte, va oltre la somma delle sue parti, ed è aperto a persone che non hanno mai partecipato precedentemente alla politica elettorale.

    Una parte del DNA di una piattaforma per i cittadini è che le persone partecipano come individui. Non ci sono quote per i gruppi politici coinvolti. Questa è ciò che chiamiamo ‘confluenza’. E ‘una filosofia di collaborazione sulla base di priorità condivise e obiettivi concreti, non di mercanteggiamenti tra le parti. Richiede flessibilità e generosità da tutte le parti, e per tutti di contribuire con i loro punti di forza e risorse uniche per un progetto condiviso da tutti.

    Nel redigere la lista elettorale Barcellona En Comú, abbiamo preso in considerazione l’equilibrio tra le forze politiche e gli attivisti e la parità di genere. La lista finale era composta da entrambi i gruppi politici che erano già stati eletti dal CE a Barcellona e quelle che non lo erano.

    Guanyem Barcellona: driver originali del progetto, formato da tanti attivisti provenienti da movimenti sociali

    ICV-EUiA: partito con consiglieri al Comune di Barcellona

    Podemos: nuovo partito senza rappresentanza nel Comune di Barcellona

    Procés Costituent: movimento sociale catalano senza rappresentanza nel Comune di Barcellona

    Equo: partito ambientalista senza rappresentanza nel Comune di Barcellona

    Per avere più informazioni sui rappresentanti eletti di Barcellona En Comú: clicca qui.

    STRUTTURA DI BARCELONA EN COMÚ DURANTE LA FASE B

    Una rivoluzione democratica è impossibile senza la partecipazione attiva dei cittadini e delle proposte disegnate collettivamente. La struttura organizzativa in ogni città varia a seconda del contesto, ma deve sempre essere orizzontale e trasparente, e ci devono essere meccanismi chiari per permettere alle persone che vogliono aderire al progetto di partecipare.

    Cerchiamo di trovare un equilibrio tra orizzontalità ed efficacia, pur mantenendo un fermo impegno per la democrazia interna e la parità di genere. Questo compromesso implica far sì che ognuno si senta a suo agio nel dibattito e negli spazi per il processo decisionale, che le persone possano combinare la loro attività sulla piattaforma con il lavoro e responsabilità familiari, e che gli strumenti digitali non diventino un ostacolo alla partecipazione a causa dell’età o del reddito.

    Coordinamento del Comitato

    Segreteria del Comitato

    Finanze

    Logistica e amministrazione

    Ufficio Legale

    Sede Centrale

    Credito

    Minute

    Merchandising

    Partiti

    Processi legali

    Plenaria

    Coordinamento del Comitato · Segreteria del Comitato

    Logisticas⇥Organizzazione

    Partecipazione online

    Facilitazione

    Coordinamento del Comitato

    Segreteria del Comitato

    Coordinamento del programma elettorale

    Monitoraggio dell’agenda comunale

    Gruppo di vicinato En Comú Quartiere

    Gruppo di vicinato En Comú

    Gruppo di vicinato En Comú

    Gruppo di vicinato En Comú

    gruppi

    Gruppo di vicinato En Comú

    Gruppo di vicinato En Comú

    Gruppo di vicinato En Comú

    Gruppo di vicinato En Comú

    Gruppo di vicinato En Comú

    Gruppo di vicinato En Comú

    Gruppi territoriali

    Coordinamento

    Portavoce

    Direzione delle Relazioni con i gruppi politici

    Comitato di campagna

    Rappresentanti dei comitati, dei gruppi politici e gruppi di quartiere

    Rappresentanti dell’UAMI

    partiti politici · Personale tecnico

    Comitato dei contenuti

    Programma elettorale

    Gruppi di politiche

    Educazione sanitaria

    Lavoro, disuguaglianze, precarietà e Economia della povertà e dell’ambiente

    Alloggio e migrazioni urbanistiche

    Società dell’ informazione, cultura, genero e diversità sessuale

    Governo locale, trasparenza e la partecipazione nel turismo

    Sicurezza e diritti civili

    Coordinamento del Comitato

    Segreteria del Comitato

    Comunicazione

    Politiche e Programma

    Estensione

    Campagna elettorale

    Comunicazione

    Analisi dei dati

    Coordinamento del Comitato · Segreteria

    Stampa

    Scrittura · Revisione testi · Social media · Web

    Disegno grafico · Video

    GRUPPI TERRITORIALI

    1.1. GRUPPI DI VICINATO

    Si tratta di assemblee di quartiere o di circoscrizione in cui tutti i residenti locali che desiderano possono partecipare. Sono rappresentati e collegati con il resto di Barcellona En Comú tramite il coordinatore di vicinato, in cui partecipano due persone per ogni gruppo di quartiere.

    Il ruolo dei gruppi di quartiere di Barcellona En comu è quello di:

    Incoraggiare e accogliere la partecipazione. Tenere workshops e condividere strumenti di partecipazione on-line e assistere a residenti locali nel loro uso.

    Spargere la voce sul progetto Barcelona En Comú organizzando incontri pubblici e la distribuzione di materiali di comunicazione, in particolare durante la campagna elettorale.

    Effettuare una diagnosi della situazione nel quartiere e come essa colpisce gli uomini e le donne residenti. Creare spazi di dibattito ed elaborare proposte.

    Entrare in contatto con i gruppi locali di quartiere (ONG, movimenti sociali, attivisti) che possono apportare conoscenza ed esperienza in materia di quartiere, rispettando il mantenimento dell’autonomia di tali gruppi.

    Coordinare con il Comitato dei Contenuti e Gruppi di Politiche

    1.2 COORDINATORE di VICINATO

    Questo è lo spazio che facilita, accompagna e unisce i gruppi di quartiere

    di Barcellona En Comú. E ‘uno spazio per lo scambio di idee e di proposte al fine di elaborare le diagnosi e le politiche per il programma elettorale. E ‘il ponte che permette alle idee e consultazioni di essere comunicati tra i gruppi di quartiere e alla Plenaria e il team di coordinamento. E’ composto da due rappresentanti per ogni gruppo di quartiere e una squadra della sottocommissione di estensione territoriale, che modera le sue riunioni.

    COMITATI TECNICI

    Si tratta di gruppi di lavoro che svolgono le attività quotidiane essenziali per il funzionamento

    della piattaforma. Ogni comitato definisce il proprio formato e l’organizzazione interna. Coloro che desiderano partecipare a questi comitati dovranno inviare una richiesta di partecipare a uno degli incontri regolari per nuovi collaboratori.

    I comitati attivi durante

    Fase B di Barcellona En Comú:

    Comitato dei Contenuti: coordina la preparazione e il funzionamento dei Gruppi di Politiche e l’elaborazione di proposte per il programma elettorale.

    Comitato di Comunicazione: pianifica e svolge la strategia di comunicazione. Le sue aree di lavoro sono: il sito e il server, grafica, social network, stampa, video, streaming, mailing, traduzione e correzione.

    Comitato di Logistica e Nance: fornisce supporto logistico ad altri spazi, amministra le finanze dell’organizzazione, e organizza il supporto legale.

    Comitato Cofluence: gestisce i rapporti con le forze politiche con le quali la piattaforma vuole candidarsi alle elezioni e lavora per rendere questo possibile.

    Estensione territoriale: coordina l’attività della piattaforma nei quartieri e distretti.

    Collaboratori: aiuta le persone che entrano in contatto con la richiesta di essere coinvolti nel progetto.

    Organizzazione interna: elabora i protocolli e sviluppa la struttura organizzativa di ciascuna fase del progetto. Aiuta a l’introduzione di meccanismi di partecipazione online.

    COORDINAMENTO

    3.1. TEAM DI COORDINAMENTO

    Questo è lo spazio esecutivo di Barcellona En Comú. Prende decisioni operative e urgenti e identifica le decisioni strategiche importanti che dovrebbero essere prese in plenaria.

    Questo gruppo è responsabile di una visione globale del processo (strategia, tabella di marcia, calendario generale, l’analisi di attualità, ecc), e del coordinamento del resto dell’organizzazione. Si compone della piattaforma di portavoce e di candidati elettorali e le loro squadre di supporto, due rappresentanti per ogni comitato tecnico, un rappresentante del comitato di estensione territoriale e membri invitati di altri spazi. Altre due persone partecipano alle sue riunioni per moderare e prendere appunti.

    3.2. PLENARIA

    Questo è lo spazio più importante per la comunicazione e il processo decisionale all’interno di Barcellona En Comú, soprattutto in termini di decisioni strategiche e dell’organizzazione interna. Può partecipare chiunque sia attivo in qualsiasi dei comitati o gruppi della piattaforma. Si riunisce almeno una volta ogni due settimane. La plenaria può aprire il processo decisionale per tutti i cittadini attraverso collegamento in linea o altre forme di consultazione.

    ALTRI SPAZI E PROCESSI

    4.1. GRUPPI DI POLITICHE

    Questi sono spazi d’incontro e partecipazione per le organizzazioni e soggetti attivi in ​​diversi settori politici. Il loro ruolo principale è quello di proporre e validare le posizioni politiche della piattaforma, e di valutare le questioni relative alla loro area ed elaborare proposte per il programma elettorale. Due rappresentanti per ogni area partecipano al Comitato di Contenuti.

    Barcellona En Comú ha attualmente i seguenti gruppi di criteri: salute; educazione; il lavoro, le disuguaglianze, precarietà e povertà; economia e ambiente; alloggi e urbanistica; migrazioni; genere e diversità sessuale; società dell’informazione; cultura; governo locale, la trasparenza e partecipazione; sicurezza e diritti civili.

    4.2. COMITATO DI CAMPAGNA

    Viene impostato ed è attivo durante la fase C (la campagna elettorale). Responsabile per la pianificazione giorno per giorno e l’esecuzione della campagna elettorale.

    4.3 RETI CREATIVE

    Barcellona En Comú è supportato da un gruppo di artisti e designer, il Movimento per la Liberazione Grafica di Barcellona, e una rete di cyber-attivisti, SomComuns. Queste reti diversificano le possibili modalità di partecipazione al progetto, e contribuiscono alla nostra attività di comunicazione.

    MLGB: https://www.facebook.com/mlgbarcelona

    SomComuns: https://twitter.com/somcomuns

    seguici su: bcnencomu

    COME RICONQUISTARE LA CITTÀ EN COMÚ:

    GUIDA PER COSTRUIRE UNA PIATTAFORMA COMUNALE DEI CITTADINI

    (Traduzione: Traduttori per la Pace)


  • La leadership politica è il cuore del nostro moderno sistema democratico. La vera sfida per le organizzazioni in rete è lavorare con, piuttosto che contro, questo fatto vitale.

    Marco Diseriis, Open Democracy – 1 luglio 2015

    In un recente articolo su Open Democracy, l’attivista e regista teatrale di Barcellona Simona Levi ha invitato la leadership di Podemos ad adottare un atteggiamento non egemonico nei confronti delle liste civiche che hanno vinto le recenti elezioni comunali in Spagna. Sostenendo che l’affermazione di Barcelona en Comú, Ahora Madrid e altre liste civiche è in continuità con lo spirito “trasversale” del movimento 15-M, Levi ha invitato il segretario generale di Podemos Pablo Iglesias a non usare questi successi per promuovere l’agenda del suo partito.

    Per sostenere le sue affermazioni, Levi ha notato come, nella sola città di Madrid, Ahora Madrid ha ottenuto 519.000 voti, quasi il doppio di quelli ottenuti da Podemos (287.000) nelle elezioni regionali dello stesso giorno. Risultati simili nel resto della Spagna suggeriscono che mentre Podemos è davvero un attore importante nel rinnovamento della classe politica spagnola, non è affatto l’unico. Come Jordi Vaquer ha recentemente notato, l’ascesa di Ciudadanos e la resistenza del PSOE in molte regioni pongono un vero e proprio dilemma per Podemos di fronte alle elezioni generali di novembre.

    Il partito viola correrà da solo? O cercherà di replicare il modello delle liste civiche a livello nazionale, unendo le forze con altre formazioni politiche? Scegliendo la prima opzione, l’aspirazione populista di Podemos a rappresentare la grande maggioranza della popolazione spagnola potrebbe essere minata da risultati elettorali non proprio impressionanti. Scegliendo la politica di coalizione, il partito potrebbe dover fare dei compromessi che sono anche in contraddizione con il suo appello populista e la sua strategia.

    Il nome del leader

    In questo senso, il dilemma di Podemos va al cuore di ciò che definisce l’identità di un partito populista. Ernesto Laclau – un filosofo politico che ha influenzato sia Iglesias che il segretario politico di Podemos, Íñigo Errejón – è molto chiaro su questo punto. Per Laclau, la caratteristica principale del populismo è che tende a dividere il campo politico in due campi opposti: il popolo contro il potere. Nel costruire questa “frontiera interna” il populismo stabilisce una “catena di equivalenze” tra una pluralità di rivendicazioni non soddisfatte. Questa operazione ruota per Laclau intorno al nome di un leader. È il nome del leader – che sia Pablo Iglesias, Ada Colau o Manuela Carmena – che dà a rivendicazioni che altrimenti avrebbero poco in comune un’espressione simbolica positiva, permettendo a ciò che è negato dal potere di entrare nel campo della rappresentazione.

    Poiché il nome del leader è centrale nel proiettare una “unità retroattiva” su un insieme altrimenti eterogeneo di richieste e soggettività, l’operazione populista è sempre riduttiva e quindi di carattere egemonico. Questo può spiegare perché l’attuale leadership di Podemos ha rifiutato la proposta – avanzata da Pablo Echenique, Teresa Rodríguez e Lola Sánchez lo scorso ottobre – di mettere tre leader alla guida del partito invece di uno. Il recente rifiuto di Pablo Iglesias di formare una coalizione con la Sinistra Unita per le elezioni generali di novembre potrebbe essere letto sulla stessa linea (insieme al rifiuto della “sinistra” come categoria politica).

    Tuttavia, se consideriamo che la stessa leadership ha anche scelto di sostenere le liste civiche nelle elezioni comunali del 24M e probabilmente replicherà questo modello alle prossime elezioni regionali in Catalogna, possiamo capire perché il playbook populista viene applicato con un certo grado di flessibilità.

    La lotta per l’egemonia all’interno del campo popolare

    Ma è così? In una recente intervista, Iglesias ha notato che la vittoria di Barcelona en Comú non deve essere attribuita alla coalizione di partiti che hanno sostenuto la candidatura di Ada Colau, ma alla stessa Ada Colau, “che è stata un referente per qualcosa di nuovo”. Certamente, la storia personale della Colau come attivista e portavoce della PAH, la campagna anti-evasione molto popolare, ha giocato un ruolo importante nel proiettarla verso la più alta carica di Barcellona. Allo stesso tempo, il processo di assemblea aperta che è andato sotto il nome di Guanyem Barcelona/Barcelona en Comú ha permesso ai residenti della città di sviluppare un programma condiviso, selezionare un leader, e finanziare in crowdfunding questo processo senza la mediazione dei partiti politici.

    Per essere sicuri, la candidatura di Colau è stata sostenuta da una coalizione di partiti, che includeva Podemos tra gli altri. Ma la novità della sua candidatura è che è stata avanzata nei quartieri di Barcellona attraverso un processo ampiamente partecipativo che è stato molto simile, come nota Levi, al 15M.

    Così, anche se Iglesias non lo dice, il nome di Ada Colau è un indice della capacità autonoma della società civile di costruire un processo inclusivo – un processo popolare (costituente) che ha già preso il potere istituzionale in diverse città spagnole. Ma se questo è vero, allora Podemos non può pretendere di essere il rappresentante esclusivo della voluntad popular contro gli interessi dell’1%. Come dice Levi nella lettera aperta citata all’inizio di questo articolo: “Podemos da solo non può e non deve rappresentare tutto”. Infatti, la lotta per l’egemonia all’interno del campo popolare è iniziata.

    Tuttavia, perché questa sfida agonistica sia reale e palese, le forze che hanno avviato le liste civiche Guanyem a Barcellona e in altre città dovrebbero scalare questo processo autonomo a livello nazionale. Cioè, avrebbero bisogno di dimostrare che l’esperimento di massa nella democrazia partecipativa che è iniziato con il movimento degli indignados nel 2011 può ora impegnarsi con la politica elettorale al di fuori e oltre il perimetro del sistema tradizionale dei partiti. È un’ipotesi realistica?

    Il potere dell’organizzazione senza organizzazioni

    Lo è e non lo è. Per cominciare, creare una forza politica nazionale da zero implica una moltiplicazione esponenziale dei livelli di mediazione tra gli attori che si impegnano in tale processo. Poiché questo lavoro di mediazione richiede un alto livello di impegno personale e richiede molto tempo, ha storicamente portato alla formazione di una classe professionale di mediatori, o politici di carriera. Affinché la società civile si liberi di questa classe – spesso sminuita dai populisti come parassitaria, avida, incompetente e corrotta – sarebbe necessaria una diversa distribuzione del tempo e delle risorse.

    Nel suo libro best-seller, Here Comes Everybody: The Power of Organizing without Organizations, Clay Shirky sostiene che il social web ha abbassato drasticamente i costi di transazione – in termini di tempo, denaro e risorse – che sono necessari per coordinare l’attività di gruppo. Poiché le caratteristiche native del social web come il tagging e la condivisione incorporano la cooperazione “nell’infrastruttura”, Shirky sostiene che le attività che potrebbero essere storicamente intraprese solo da organizzazioni su larga scala sono ora sempre più coordinate da non professionisti al di fuori di una cornice istituzionale.

    L’amatorialità di massa che vediamo all’opera in Wikipedia, Instagram, YouTube (e nei servizi commerciali come Uber e Airbnb) non è per Shirky altro che il risultato dell’estensione della cooperazione su una scala che non ha precedenti nella storia umana. Ma se il potere dell’organizzazione senza organizzazioni ha avuto un impatto significativo sulle istituzioni e le aziende tradizionali, non è irragionevole credere che presto avrà un impatto sulla politica dei partiti tradizionali.

    Due tipi di tecnopartiti

    In effetti, l’ascesa di “tecnopartiti” come Podemos e Ciudadanos in Spagna e il Movimento Cinque Stelle in Italia mostra che questo processo è già in corso. Queste formazioni hanno costantemente impiegato una vasta gamma di strumenti software e piattaforme online che permettono ai loro membri di discutere e redigere proposte politiche, tenere le loro primarie online, finanziare iniziative e campagne, e persino votare su decisioni che devono essere prese dai loro rappresentanti eletti.

    Per essere sicuri, mentre questi partiti politici incoraggiano apertamente la partecipazione in rete dei propri attivisti, rimangono comunque dei partiti, con una leadership riconoscibile e una struttura organizzativa stabile. Affinché queste strutture siano dissolte e sostituite da un coordinamento ad hoc di cittadini e attivisti non professionisti, questi strumenti software dovrebbero permettere ai cittadini non solo di deliberare ma anche di votare su iniziative specifiche. Infatti, software come Liquid Feedback, AdHocracy e DemocracyOS sono stati progettati proprio per scalare il processo decisionale e implementare un sistema flessibile di delega che in teoria permette a qualsiasi membro di una rete di fare una proposta e assumere una posizione di leadership su un dato argomento.

    È troppo presto per dire quanto siano efficaci e “rivoluzionari” questi software che promettono di scalare la democrazia diretta. Certo, ci sono partiti europei come il Partito Pirata tedesco e il Partito Citizen Network X (un partito spagnolo post-indignados fondato nel 2013) che hanno sperimentato queste tecnologie decisionali avanzate. Impegnati in una politica radicalmente democratica che evita la formazione di una leadership “professionale”, questi partiti sono stati l’istanziazione più vicina di un partito “liquido” che non è altro che un’associazione libera e variabile di cittadini.

    Eppure, dopo inizi promettenti, il Partito Pirata svedese, quello tedesco e il Partito X non sono stati in grado di ottenere un consenso significativo nel test più importante per un partito politico: le elezioni nazionali. Anche se ci sono molte ragioni contingenti per queste performance deludenti, credo che Podemos, M5S e Ciudadanos abbiano un vantaggio relativo rispetto a questi tecnopartiti più piccoli: essere guidati da una leadership carismatica e “telegenica”.

    Perché la leadership conta ancora

    Non solo leader come Pablo Iglesias e Beppe Grillo sono in grado di fare appello a elettori che potrebbero non essere così impegnati nella politica basata sulla rete, ma, come ha recentemente notato Paolo Gerbaudo, la loro retorica populista sutura richieste e soggettività molto diverse nella loro opposizione a un nemico comune. In questo senso, che ci piaccia o no, questi tecnopartiti sembrano avere migliori possibilità di fornire un modello per molti tecnopartiti a venire rispetto a quelle formazioni che identificano la partecipazione in rete con un processo impersonale che non ha bisogno di un punto di ancoraggio centrale.

    Da questo punto di vista, non sono d’accordo con l’affermazione di Levi che Barcelona en Comú non può essere identificata esclusivamente con Ada Colau. Anche se questo è materialmente vero, discorsivamente non lo è. Il nome di Ada Colau garantisce infatti che il processo popolare dietro la sua candidatura ha effettivamente preso il controllo di una rete locale di potere statale. Come sottolinea Manuel Castells, lo Stato è la rete a cui si rivolgono tutte le altre reti (finanziaria, militare, comunicativa), poiché lo Stato ha il potere di definire le regole e le norme della società mantenendo il monopolio della violenza.

    Così, mentre gli indignados potevano sviluppare pratiche di solidarietà reciproca e portare avanti una pluralità di richieste in un campo sociale aperto, candidarsi alle elezioni comporta un cambiamento nella natura della partecipazione politica. Poiché il potere istituzionale simboleggia la comunità nella sua totalità, candidarsi significa impegnarsi in un’operazione intrinsecamente riduttiva ed egemonica. Questo non significa, ovviamente, che il potere statale sia autocratico e che la leadership del partito debba essere inspiegabile e immutabile. Ma la politica pluralista di moltiplicare i fronti di lotta è fruttuosa solo nella misura in cui questi fronti, o piuttosto le organizzazioni dietro di essi, non competono per gli stessi posti.

    Naturalmente, una società civile che aspira a inserirsi nella rete del potere statale può garantire un livello di inclusività che nessun partito politico potrà mai garantire. Ma perché questo sia possibile gli attori coinvolti nel processo devono riconoscere che i propri candidati sono in competizione per rappresentare la totalità della comunità esattamente come i candidati degli altri partiti. In questo senso, il discorso populista non è solo una strategia politica tra le tante, ma, come sottolinea Laclau, una dimensione inestricabile e ontologica della democrazia moderna.

    Ampliare la partecipazione, assicurare il continuo rinnovamento della leadership e garantire che le norme della conversazione e i protocolli decisionali possano essere sempre soggetti a revisione non cambierà questo fatto fondamentale.

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