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  • In questo discorso Jean-Luc Mélenchon, uno dei protagonisti della battaglia contro l’aumento dell’età pensionabile in Francia, ci ricorda che la vita non è una merce e che il nostro tempo non deve essere dedicato solo al lavoro come vorrebbero i padroni ed i loro servi politici.

    @lafionda_rivista

    In questi giorni in Francia è in corso la protesta contro la riforma delle pensioni voluta dal presidente neoliberista Macron. In questo discorso, Jean-Luc Mélenchon, un nome che non ha bisogno di presentazioni, ci ricorda che la vita non è una merce e il tempo non può e non deve essere dedicato solo al lavoro come vorrebbero politici e padroni. Siete d’accordo? Ci vorrebbe un Mélenchon anche in Italia? #francia #mélenchon #macron #pensioni #franceinsoumise #proteste #sciopero #dalmondo #tempo #tempolibero #lavoro #vita

    ♬ suono originale – La Fionda
  • Ventisei compagnie di delivery dovranno pagare un’aliquota dell’1,25% sui ricavi. La sindaca: «Una tassa pionieristica che colpisce un modello commerciale insostenibile: congestiona il traffico e aumenta l’inquinamento». Parigi studia qualcosa di simile, in Colorado invece già si paga da luglio: 27 centesimi per tutte le consegne su strada. L’Italia per adesso ha rinunciato all’idea.

    Il commercio elettronico è in grandissima forma. Negli ultimi dieci anni – complice anche la pandemia – ha visto crescere di almeno dieci volte il volume delle vendite. Un esempio su tutti: nel 2021 le vendite di Amazon a livello globale hanno superato i 450 miliardi di dollari e in otto Paesi europei, Italia inclusa, il colosso del retail online ha incassato oltre 50 miliardi di euro. Ma è solo la punta dell’iceberg. L’attività di delivery o consegna a domicilio – esplosa anche nel segmento food – registra una accelerata senza precedenti e non sembra destinata a rallentare. Il nostro Paese non sfugge a questo trend. Secondo uno studio di Netcomm (Consorzio del Commercio Digitale), in collaborazione con The European House-Ambrosetti, la rete del valore dell’e-commerce e del digital retail in Italia genera ricavi per circa 58,6 miliardi di euro, ha un impatto del 19,2% sulla crescita di fatturato del totale delle attività economiche italiane e solo nel 2021 raggruppava 723 mila imprese.

    È il pianeta della sharing economy. Che ha cambiato le regole del mercato e la vita dei consumatori. Certo, per velocità e comodità il delivery soddisfa appieno i nuovi bisogni delle persone, ma provoca anche ricadute negative sul territorio: contrazione delle vendite nei piccoli negozi e nel commercio di prossimità, congestione del traffico, aumento dell’inquinamento ambientale e acustico.

    Da anni si discute di applicare a questi colossi tasse green o eco-contributi anche per il ridotto apporto in termini di imposte pagate. È illuminante in questo senso la recente analisi di Mediobanca sui bilanci dei primi 25 colossi mondiali di software e web con ricavi superiori a 12 miliardi di euro: 9 operano nell’e-commerce, 3 nel transport & food delivery. Grazie al fatto che metà dell’utile prima delle imposte viene tassato in Paesi a fiscalità agevolata, nel triennio 2019-2021 queste 25 big companies hanno registrato un risparmio fiscale di 36,3 miliardi di dollari.

    Si tratta di una aliquota dell’1,25% sui ricavi delle compagnie ed è stata definita dopo un calcolo sull’occupazione dello spazio pubblico e sul fatturato delle aziende. Interessante capire come sono stati realizzati questi calcoli dagli economisti della capitale della Catalogna. Che prezzo dare, per esempio, all’uso dello spazio pubblico? È presto detto: il calcolo si è basato sul costo di utilizzo di un parcheggio blu o verde e un tempo di occupazione, il 5% del totale possibile.

    La tassa sarà applicata anche nel caso in cui le aziende subappaltino l’attività ad altre imprese o a lavoratori autonomi ma sarà pagata dall’operatore principale delle consegne. Nel caso di gruppi di aziende, sarà l’azienda con il fatturato annuo più alto a pagare. Non vengono dunque tassati consumatore finale, piccolo fattorino autonomo, consegne nei punti di ritiro come negozi o biglietterie. L’importo da pagare da parte del gruppo di operatori non potrà superare i 2,6 milioni di euro all’anno.

    Gli amministratori di Barcellona l’hanno definita una “tassa pioneristica per regolare l’uso dello spazio pubblico” e per evitare il dominio di alcune piattaforme, sostenendo concretamente il tessuto commerciale locale. Dunque, l’obiettivo è riportare equilibrio nella concorrenza, garantendo ai piccoli commercianti condizioni fiscali uguali a quelle delle grandi strutture digitali, e ridurre l’impatto negativo sulla congestione del traffico e sull’inquinamento causato dall’aumento delle consegne di pacchi a domicilio che saturano lo spazio pubblico. Nel presentare questa novità, il sindaco di Barcellona Ada Colau, ha sottolineato che ci troviamo di fronte a «modelli commerciali insostenibili sia in termini sociali che ecologici. Per effettuare massicce consegne a domicilio, le grandi aziende di e-commerce riempiono le città di auto, congestionando le strade, inquinando l’aria e mettendo a rischio il commercio locale. Il loro modello si basa su un lavoro per lo più precario e spesso non pagano nemmeno le tasse dove operano». L’aliquota dell’1,25% ha richiesto oltre tre anni di lavoro. Un iter complesso anche per mancanza di precedenti e sostenuto dall’organismo europeo Erc, European Research Council.

    È indubbio che ci troviamo di fronte ad una tassa innovativa, finora mai applicata in altre città spagnole o Paesi europei, che offre una risposta locale ad una sfida globale. Oggi può sembrare una piccola goccia nell’oceano ma velocemente potrebbe diventare apripista e imporsi in altre città a difesa di attività economiche compatibili con sostenibilità, transizione digitale e tassazione più equa. L’urgenza di giustizia fiscale e mobilità locale ecologica si fa sentire d’altronde da tempo dentro molte amministrazioni. Per esempio a Parigi dove da mesi si fa strada l’ipotesi di un eco contributo di pochi centesimi a pacco. Oltreoceano, in Colorado, lo scorso luglio è stata invece approvata una tassa di 27 centesimi su tutte le consegne su strada che dovrebbe generare un introito per le casse statali di circa 1,2 miliardi di dollari nel prossimo decennio. Soldi che andranno a incrementare gli investimenti per progetti stradali locali e per accelerare la transizione verso i veicoli elettrici.

    E nel piccolo giardino di casa nostra? Qualcosa si muove? In realtà ben poco. Per ora il governo Meloni ha rinunciato alla tassa verde o Amazon Tax. La legge di Bilancio varata lo scorso novembre avrebbe dovuto contenere un tributo sulle consegne effettuate con mezzi inquinanti, non elettrici, non ibridi. Ma il polverone sollevato ha convinto tutti a desistere. Ora però Barcellona apre nuove possibilità e lancia la palla dentro le singole amministrazioni comunali. L’esperienza spagnola può fare scuola e diventare un modello replicabile.

    Fonte: Mondo Economico

  • La mente umana non è, come ChatGPT e i suoi simili, un motore statistico ingombrante per la corrispondenza dei modelli. È un sistema sorprendentemente efficiente ed elegante che opera con piccole quantità di informazioni; non cerca di dedurre correlazioni brutali tra i dati, ma di creare spiegazioni.

    di Ian Roberts, Jeffrey Watumull, Noam Chomsky, New York Times – 08/03/2023

    Jorge Luis Borges scrisse che vivere in un’epoca di grandi pericoli e promesse significa sperimentare sia la tragedia che la commedia, con “l’imminenza di una rivelazione” nella comprensione di noi stessi e del mondo. Oggi i nostri presunti progressi rivoluzionari nell’intelligenza artificiale sono in effetti motivo di preoccupazione e di ottimismo. Ottimismo perché l’intelligenza è il mezzo con cui risolviamo i problemi. Preoccupazione perché temiamo che il filone più popolare e alla moda dell’A.I. – l’apprendimento automatico – degradi la nostra scienza e svilisca la nostra etica incorporando nella nostra tecnologia una concezione fondamentalmente errata del linguaggio e della conoscenza.

    ChatGPT di OpenAI, Bard di Google e Sydney di Microsoft sono meraviglie dell’apprendimento automatico. In parole povere, prendono enormi quantità di dati, ne cercano gli schemi e diventano sempre più abili nel generare risultati statisticamente probabili, come un linguaggio e un pensiero apparentemente simili a quelli umani. Questi programmi sono stati acclamati come i primi barlumi all’orizzonte dell’intelligenza artificiale generale, quel momento a lungo profetizzato in cui le menti meccaniche supereranno i cervelli umani non solo quantitativamente in termini di velocità di elaborazione e dimensioni della memoria, ma anche qualitativamente in termini di intuizione intellettuale, creatività artistica e ogni altra facoltà distintivamente umana.

    Quel giorno potrebbe arrivare, ma la sua alba non è ancora spuntata, contrariamente a quanto si legge nei titoli iperbolici e si calcola con investimenti avventati. La rivelazione borgesiana della comprensione non si è verificata e non si verificherà – e, a nostro avviso, non può verificarsi – se programmi di apprendimento automatico come ChatGPT continueranno a dominare il campo dell’A.I. Per quanto questi programmi possano essere utili in alcuni ambiti ristretti (possono essere utili nella programmazione di computer, per esempio, o nel suggerire rime per versi leggeri), sappiamo dalla scienza della linguistica e dalla filosofia della conoscenza che differiscono profondamente dal modo in cui gli esseri umani ragionano e usano il linguaggio. Queste differenze pongono limitazioni significative a ciò che questi programmi possono fare, codificandoli con difetti ineliminabili.

    È comico e tragico allo stesso tempo, come avrebbe potuto notare Borges, che tanto denaro e tanta attenzione si concentrino su una cosa così piccola – una cosa così banale se confrontata con la mente umana, che a causa del linguaggio, secondo le parole di Wilhelm von Humboldt, può fare “un uso infinito di mezzi finiti”, creando idee e teorie di portata universale.

    La mente umana non è, come ChatGPT e i suoi simili, un motore statistico ingombrante per la corrispondenza dei modelli, che si ingozza di centinaia di terabyte di dati ed estrapola la risposta più probabile a una conversazione o la risposta più probabile a una domanda scientifica. Al contrario, la mente umana è un sistema sorprendentemente efficiente e persino elegante che opera con piccole quantità di informazioni; non cerca di dedurre correlazioni brutali tra i dati, ma di creare spiegazioni.

    Per esempio, un bambino che acquisisce una lingua sta sviluppando – inconsciamente, automaticamente e rapidamente a partire da dati minuscoli – una grammatica, un sistema stupendamente sofisticato di principi e parametri logici. Questa grammatica può essere intesa come un’espressione del “sistema operativo” innato, geneticamente installato, che conferisce agli esseri umani la capacità di generare frasi complesse e lunghi ragionamenti. Quando i linguisti cercano di sviluppare una teoria sul perché una determinata lingua funziona come funziona (“Perché queste frasi – ma non quelle – sono considerate grammaticali?”), stanno costruendo consapevolmente e faticosamente una versione esplicita della grammatica che il bambino costruisce istintivamente e con una minima esposizione alle informazioni. Il sistema operativo del bambino è completamente diverso da quello di un programma di apprendimento automatico.

    Infatti, tali programmi sono bloccati in una fase pre-umana o non-umana dell’evoluzione cognitiva. Il loro difetto più profondo è l’assenza della capacità più critica di qualsiasi intelligenza: dire non solo ciò che è il caso, ciò che è stato il caso e ciò che sarà il caso – questa è la descrizione e la previsione – ma anche ciò che non è il caso e ciò che potrebbe o non potrebbe essere il caso. Questi sono gli ingredienti della spiegazione, il marchio della vera intelligenza.

    Ecco un esempio. Supponiamo di avere in mano una mela. Ora lasciate andare la mela. Osservate il risultato e dite: “La mela cade”. Questa è una descrizione. Una previsione potrebbe essere l’affermazione “La mela cadrà se apro la mano”. Entrambe hanno valore e possono essere corrette. Ma una spiegazione è qualcosa di più: Include non solo descrizioni e previsioni, ma anche congetture controfattuali come “Qualsiasi oggetto del genere cadrebbe”, più la clausola aggiuntiva “a causa della forza di gravità” o “a causa della curvatura dello spazio-tempo” o altro. Questa è una spiegazione causale: “La mela non sarebbe caduta se non fosse stato per la forza di gravità”. Questo è pensare.

    Il punto cruciale dell’apprendimento automatico è la descrizione e la previsione; non prevede meccanismi causali o leggi fisiche. Naturalmente, qualsiasi spiegazione di tipo umano non è necessariamente corretta; siamo fallibili. Ma questo fa parte di ciò che significa pensare: per essere giusti, deve essere possibile sbagliare. L’intelligenza non consiste solo in congetture creative, ma anche in critiche creative. Il pensiero di tipo umano si basa su possibili spiegazioni e sulla correzione degli errori, un processo che limita gradualmente le possibilità che possono essere considerate razionalmente. (Come disse Sherlock Holmes al dottor Watson: “Quando hai eliminato l’impossibile, ciò che rimane, per quanto improbabile, deve essere la verità”).

    Ma ChatGPT e programmi simili sono, per loro stessa concezione, illimitati in ciò che possono “imparare” (cioè memorizzare); sono incapaci di distinguere il possibile dall’impossibile. A differenza degli esseri umani, per esempio, che sono dotati di una grammatica universale che limita le lingue che possiamo imparare a quelle con un certo tipo di eleganza quasi matematica, questi programmi imparano con la stessa facilità le lingue umanamente possibili e quelle umanamente impossibili. Mentre gli esseri umani sono limitati nei tipi di spiegazioni che possiamo razionalmente ipotizzare, i sistemi di apprendimento automatico possono imparare sia che la terra è piatta sia che la terra è rotonda. Si tratta solo di probabilità che cambiano nel tempo.

    In breve, ChatGPT e i suoi fratelli sono costituzionalmente incapaci di bilanciare la creatività con i vincoli. O generano in eccesso (producendo sia verità che falsità, appoggiando decisioni etiche e non) o generano in difetto (mostrando assenza di impegno in qualsiasi decisione e indifferenza alle conseguenze). Data l’amoralità, la falsa scienza e l’incompetenza linguistica di questi sistemi, possiamo solo ridere o piangere per la loro popolarità.

    Chomsky e Roberts sono professori di linguistica. Watumull è direttore di IA presso un’azienda scientifica e tecnologica.

  • Possiamo elencare molte prospettive che propongono diversi obiettivi economici post-capitalistici. Dobbiamo vedere ogni prospettiva come un contendente contro gli altri? E se avessero obiettivi compatibili? Potremmo cercare di combinare le loro virtù primarie in una nuova prospettiva globale? Una prospettiva comprensiva sarebbe in grado di soddisfare tutti i nostri principali desideri? Potrebbe raggiungere la fattibilità pratica e includere solo le caratteristiche degne di nota?

    Ispirati da questa speranza, riassumiamo qui molto brevemente nove prospettive economiche attualmente in conflitto. Proponiamo poi una decima prospettiva composita, concepita per colmare le divisioni e stabilire collegamenti tra le altre nove. Si noti, tuttavia, che consideriamo solo l’economia post-capitalista. Si potrebbero considerare anche le componenti postrazziste, postsessiste, postautoritarie e postinsostenibili della società, per cercare analogamente una sinergia imprevista ma gradita tra le “prospettive contendenti”. Se le prospettive economiche possono unificarsi, forse possono unificarsi anche le prospettive per altri aspetti della vita e poi per una sintesi di tutti gli aspetti.

    Ecco quindi le principali affermazioni di nove prospettive economiche che spesso si contendono piuttosto che unificarsi.

    L’economia marxista mainstream (MME) cerca principalmente di eliminare la proprietà privata dei mezzi di produzione per eliminare a sua volta una classe capitalista proprietaria che accumula profitti e decide i risultati. I sostenitori dell’MME differiscono su cosa fare con i mezzi di produzione liberati. Rendere statalista la proprietà dei beni? Consegnare la proprietà di ogni luogo di lavoro ai suoi lavoratori? Istituire un bene comune produttivo? Nonostante queste differenze, i sostenitori dell’MME concordano sull’obiettivo generale: porre fine al dominio di classe dei capitalisti, in modo che i lavoratori controllino le proprie circostanze e traggano beneficio dai propri sforzi. Al di là di questo, per l’allocazione alcuni sostenitori dell’MME propongono la pianificazione centrale. Altri propongono i mercati. Ma i sostenitori dell’MME concordano sul fatto che l’allocazione dovrebbe fornire ai lavoratori e ai consumatori il controllo su risultati meritevoli.
    L’Economia Marxista Conciliare (ECM) si estende da Anton Pannekoek a Rosa Luxembourg a Cornelius Castoriadis e oltre. L’ECM vuole che i consigli dei lavoratori propongano e decidano le politiche del luogo di lavoro. Vuole che i consigli dei consumatori propongano e decidano i consumi individuali e collettivi. Alcuni sostenitori dell’ECM affermano che tali decisioni dovrebbero sempre essere prese a maggioranza. Altri sostengono che gli attori dovrebbero decidere i risultati in proporzione al grado di incidenza dei risultati stessi. Ciò potrebbe avvenire a maggioranza, per consenso o in qualsiasi altro modo. L’ECM vuole che l’allocazione raggiunga gli obiettivi prefissati senza sprecare beni di valore e che sia autogestita. Per questo motivo, l’ECM rifiuta tipicamente la pianificazione centrale e i mercati e cerca un’alternativa decentralizzata.

    L’economia anarchica (AE) si estende da Bakunin a Kropotkin, fino a Goldman, all’anarcosindacalismo e, più recentemente, a Chomsky. L’AE rifiuta la proprietà privata dei mezzi di produzione e ogni autoritarismo. Propone tipicamente i beni comuni produttivi e l’autogestione dei consigli. Riconosce la necessità di metodi di voto e stili di deliberazione diversi a seconda delle situazioni. In particolare, al di là di tutto ciò, aggiunge al nostro mix emergente di obiettivi desiderabili la consapevolezza che esiste una terza classe che Bakunin inizialmente chiamava “intellettuali”, che Barbara e John Ehrenreich molto più tardi chiamarono “classe manageriale professionale” e che Albert e Hahnel poco dopo chiamarono “classe dei coordinatori”, ma che tutti concordano sulla capacità di diventare una classe dirigente che opera al di sopra dei lavoratori. AE cerca una produzione e un consumo degni e autogestiti da coloro che sono coinvolti. Pertanto, AE rifiuta il dominio di classe. Aggiunge al nostro menu emergente di obiettivi che dovremmo eliminare la divisione dei lavoratori in una classe potenziata che si erge a governare una classe depotenziata.

    L’economia solidale (SE) si considera un termine ombrello più che una visione specifica. Si chiede: Le persone si avvantaggiano reciprocamente rispetto all’avanzamento a spese l’una dell’altra? L’obiettivo della SE è che i lavoratori e i consumatori abbiano interessi reciproci e condivisi. Per quanto riguarda il modo preciso di raggiungere tali obiettivi, la SE è molto diversificata, ma tutti i suoi accordi mirano a far sì che gli attori si allontanino dall’antagonismo e si dirigano verso la solidarietà. La SE rifiuta che alcuni beneficino a spese di altri. Vuole che tutti godano di vantaggi reciproci. Favorisce implicitamente gli approcci che promuovono la solidarietà senza indebiti svantaggi. Rifiuta implicitamente gli approcci che ostacolano la solidarietà, tra cui la divisione in classi e l’allocazione a somma zero dall’alto verso il basso o competitiva. Aggiunge esplicitamente il raggiungimento della solidarietà al nostro menu di obiettivi emergenti.

    La Green Economy (GE) ha anche molte versioni, ma tutte concordano sul fatto che la vita economica dovrebbe essere sostenibile e svolgersi in reciprocità con le relazioni ambientali. Supponiamo che un settore della produzione utilizzi una quantità di risorse critiche superiore a quella che l’ambiente o le persone sono in grado di sostituire o rimpiazzare ogni anno. È chiaro che quella risorsa col tempo si esaurirà. Allo stesso modo, supponiamo che un settore produca qualche sottoprodotto che saccheggia l’ambiente in modo distruttivo e che non possiamo ridurre o mitigare ogni anno. È chiaro che quella spoliazione può diventare insostenibile. La GE cerca istituzioni che tengano conto della riduzione degli input necessari e della profusione di output dannosi. Favorisce le istituzioni che facilitano la reciprocità ambientale. Rifiuta le istituzioni che ostacolano la reciprocità ambientale. I sostenitori della GE differiscono su come raggiungere i loro obiettivi, ma la maggior parte concorda sul fatto che le vecchie forme economiche di proprietà, decisione e allocazione sono decisamente poco ecologiche.

    L’economia della decrescita (DGE) è una GE che stabilisce che l’attuale uso di risorse insostituibili e l’attuale produzione di materiali dannosi sono, in somma, già troppo grandi per continuare. La DGE avverte in anticipo che una certa quantità di attività economica attuale è insostenibile ed è altamente improbabile che diventi sostenibile attraverso innovazioni tecnologiche o sociali. La DGE esorta a “decrescere” le industrie non sostenibili. I sostenitori della decrescita differiscono notevolmente su quali siano i tagli da apportare, ma concordano sul fatto che il processo decisionale democratico dovrebbe informare tali scelte. La DGE sostiene anche che le scelte dovrebbero essere de-colonizzate e perseguire l’equità. Ne consegue che una DGE, come una GE, aggiunge alla nostra agenda la necessità di scelte produttive per giudicare adeguatamente la sostenibilità e per decidere quali investimenti correttivi fare o quale decrescita intraprendere.

    L’economia femminista (FE) guarda all’attività economica dal punto di vista della parentela. Essa apporta due aggiunte primarie alla nostra agenda per quanto riguarda gli obiettivi specificamente economici. 1) La vita economica non deve produrre differenze sistemiche nei costi o nei benefici dovute al sesso, al genere o a qualsiasi altro attributo legato alla parentela. 2) La vita economica deve rispettare, accogliere e certamente non sovvertire le ulteriori implicazioni del cambiamento sociale femminista, comprese le intuizioni e i cambiamenti nella vita domestica, nelle preferenze e nelle pratiche sessuali, nelle relazioni tra genitori e figli e nelle implicazioni dell’attività di cura su coloro che la intraprendono, comprese le concezioni modificate su chi dovrebbe essere.

    L’Economia intercomunalista (IE) guarda all’attività economica dal punto di vista delle circoscrizioni culturali. Anch’essa apporta due aggiunte primarie per quanto riguarda gli obiettivi specificamente economici. 1) La vita economica non deve produrre differenze sistemiche nei costi o nei benefici a causa della razza, dell’etnia, della religione o di qualsiasi altro attributo legato alla comunità. 2) La vita economica deve rispettare, assecondare e certamente non sovvertire le ulteriori implicazioni del cambiamento sociale intercomunitario, tra cui, in particolare, le intuizioni e i cambiamenti riguardanti le relazioni reciproche tra le comunità culturali e i loro confini e soprattutto le innovazioni riguardanti la protezione di tutte le comunità culturali dalla dominazione o dalla negazione da parte di altre.

    L’Economia Antiautoritaria (AAE) guarda all’attività economica dal punto di vista della cittadinanza e della politica. Inoltre, apporta due aggiunte primarie per quanto riguarda gli obiettivi specificamente economici. 1) La vita economica non deve produrre differenze sistemiche nei costi o nei benefici a causa di qualsiasi attributo sociale o personale che possa produrre un’indebita elevazione o subordinazione politica. 2) La vita economica deve rispettare, assecondare e certamente non sovvertire le ulteriori implicazioni del cambiamento sociale politico, compresi, in particolare, i diritti, le responsabilità e le procedure imposte dalla politica.

    Concepire un’economia globale

    Anche se proposto in modo così ridicolmente sintetico come sopra, il nostro insieme di nove riassunti è certamente un boccone. Non riusciamo nemmeno a pronunciare la somma di tutto, MME-ECM-AE-SE-GE-DGE-FE-IE-AAE. Ma la nostra concisione nel riassumere le priorità principali di ogni prospettiva non è stata casuale. Abbiamo enfatizzato i desideri positivi primari. Abbiamo de-enfatizzato le differenze sui mezzi per raggiungere i desideri positivi primari. Il nostro compito risultante: Proporre una prospettiva unificante che possa raggiungere le intuizioni positive centrali di tutte e nove le prospettive ed evitare le caratteristiche che una qualsiasi delle nove prospettive rifiuterebbe.

    Per cominciare, per soddisfare i desideri fondamentali dei marxisti mainstream, una visione comprensiva dovrà chiaramente eliminare la proprietà privata dei beni produttivi. A tal fine, una prospettiva inclusiva potrebbe proporre un bene comune produttivo. Se la società giudica le proposte dei potenziali produttori socialmente valide e sostenibili dal punto di vista ambientale, essi possono utilizzare i beni produttivi di proprietà comune per produrre prodotti socialmente utili.

    Inoltre, per raggiungere gli obiettivi del conciliarismo, una prospettiva inclusiva potrebbe proporre che per autogestire la produzione e il consumo i lavoratori e i consumatori possano utilizzare luoghi opportunamente concepiti, chiamati consigli. Non solo la prospettiva consiliarista vuole che i lavoratori e i consumatori supervisionino la vita economica, ma anche le altre, supponendo che i lavoratori e i consumatori che lo fanno si dimostrino praticabili e coerenti con gli altri obiettivi di ciascuna prospettiva. Tuttavia, i sostenitori di ciascuna delle nove prospettive potrebbero ragionevolmente chiedersi come una prospettiva globale proponga di garantire che i consigli dei lavoratori e dei consumatori prendano decisioni informate e sagge.

    Passando agli anarchici, in che modo una nuova prospettiva potrebbe includere l’obiettivo di AE di eliminare una classe di potere che governa i lavoratori? Come potrebbe garantire che i lavoratori siano ben equipaggiati per autogestirsi in modo intelligente? Dal momento che un fattore chiave che influisce su questi obiettivi è rappresentato dalle implicazioni di potere delle attività economiche quotidiane, una prospettiva comprensiva potrebbe cercare condizioni che preparino ogni lavoratore a partecipare efficacemente alle delibere e alle decisioni del consiglio. Sebbene solo la prospettiva anarchica lo richieda, se una nuova divisione del lavoro che garantisca un’uguale responsabilizzazione potesse essere dimostrata valida e praticabile, è difficile capire perché una qualsiasi delle altre otto prospettive si opporrebbe.

    Lo stesso calcolo si applica al raggiungimento della solidarietà, come sottolineato da SE. Perché una nuova economia dovrebbe rifiutare attori che si avvantaggiano reciprocamente invece di attori che si avvantaggiano solo a spese l’uno dell’altro? Una prospettiva inclusiva potrebbe quindi esortare a far sì che la produzione, il consumo e l’allocazione allineino il più possibile gli interessi di tutti gli attori e non costringano i loro interessi a un’opposizione debilitante. Invece di una corsa a perdifiato in cui solo pochi sopravvivono mentre gli altri sono umiliati, subordinati e impoveriti, le istituzioni economiche dovrebbero far sì che tutti gli attori economici abbiano interessi principalmente condivisi piuttosto che principalmente contrari. Un passo primario potrebbe essere quello di rendere i redditi equi, in modo che quando io ne traggo beneficio tu non ne perda e viceversa. Un altro passo primario potrebbe essere quello di organizzare un processo decisionale che non assomigli a un calderone di interessi contrastanti. Un terzo passo potrebbe essere quello di sostituire l’allocazione competitiva con un’allocazione che unifichi i partecipanti.

    Poi ci sono le economie verdi e della decrescita. La loro aggiunta alla nostra crescente lista di obiettivi è che quando i lavoratori e i consumatori decidono cosa produrre e consumare, dovrebbero tenere conto dei costi e dei benefici ambientali, personali e sociali. A tal fine, una prospettiva comprensiva potrebbe proporre un nuovo sistema di allocazione al posto dei mercati e della pianificazione centrale, perché dall’analisi dei loro incentivi e della loro logica sappiamo che i mercati e la pianificazione centrale stabiliscono una spinta all’accumulo indipendentemente dall’impatto su qualsiasi cosa che non sia l’aumento dei profitti e il mantenimento delle gerarchie di ricchezza e potere esistenti. Quando ridurre o addirittura invertire la crescita di un settore a causa del suo utilizzo di risorse essenziali o della sua produzione di sottoprodotti dannosi deve essere deciso democraticamente. Un’economia dovrebbe quindi rivelare sostituzioni potenzialmente mitiganti per le risorse in diminuzione o sviluppare mezzi per usarle in modo più parsimonioso, e dovrebbe sviluppare mezzi per ridurre o eliminare i sottoprodotti negativi attraverso innovazioni organizzative o tecniche – o, quando necessario, dovrebbe decrescere in modo equo.

    Infine, e con un impatto generale, in accordo con gli obiettivi dell’economia intercomunitaria, femminista e antiautoritaria, una prospettiva comprensiva potrebbe cercare di prevenire la produzione o il consumo che generano gerarchie materiali o di potere di ricchezza, circostanze o influenza. Potrebbe allo stesso tempo rispettare le conquiste che derivano dall’intersezione tra parentela/genere, cultura/comunità e innovazioni politiche, in quanto ciascuna di esse emerge e viene promossa dalle trasformazioni di queste sfere di vita intersecate dall’economia. E, naturalmente, potrebbe trattare le altre economie all’esterno in accordo con i valori che rispetta e realizza all’interno.

    Economia partecipativa?

    La discussione precedente suggerisce quali tipi di proposte potrebbero spingere i sostenitori di ciascuna delle nove prospettive evidenziate ad accordarsi su una visione economica globale e comprensiva. E, in effetti, una decima prospettiva esistente, chiamata economia partecipativa, cerca di maturare proprio in questa direzione. Le sue istituzioni economiche fondamentali sono i beni comuni produttivi, i consigli di autogestione dei lavoratori e dei consumatori, una nuova divisione del lavoro chiamata complessi lavorativi equilibrati, una remunerazione equa per la durata, l’intensità e l’onerosità del lavoro socialmente valutato (oltre a un reddito pieno per chi non può lavorare) e, infine, per l’allocazione, una pianificazione partecipativa al posto dei mercati e della pianificazione centrale.

    Ecco gli obiettivi principali delle nove prospettive, per ognuno dei quali indichiamo brevemente come l’economia partecipativa potrebbe raggiungerli.

    Eliminare il dominio di classe capitalista. Per raggiungere questo obiettivo, l’economia partecipativa sostituisce la proprietà privata dei beni produttivi con un bene comune produttivo da cui i produttori propongono di prendere in prestito i beni per produrre beni socialmente utili.

    Istituire consigli di autogestione dei lavoratori e dei consumatori. A tal fine, l’Economia partecipativa istituisce direttamente consigli di lavoratori e consumatori autogestiti e federazioni di consigli per autogestire la produzione e il consumo locali e anche decisioni di allocazione su scala più ampia.

    Garantire la capacità dei lavoratori di prendere decisioni informate ed eliminare una classe di coordinatori autorizzati che governano i lavoratori dall’alto. Per raggiungere questo obiettivo, l’economia partecipativa elimina la “divisione aziendale del lavoro” capitalista (e “socialista” del XX secolo), che dà potere a circa il 20% di tutti i produttori rispetto a circa l’80% di tutti i produttori. Al suo posto l’economia partecipativa istituisce “complessi lavorativi equilibrati”. In questo modo i posti di lavoro sono una combinazione di alcuni compiti potenzianti e altri depotenzianti, in modo che ogni lavoro sia comparabilmente potenziante rispetto a tutti gli altri. Non esiste una classe di lavoratori potenziati al di sopra di quelli depotenziati. Inoltre, tutti gli attori economici godono di circostanze quotidiane che trasmettono informazioni, competenze, fiducia, disposizione e accesso adatti a un processo decisionale intelligente e autogestito.
    Garantire la solidarietà di lavoratori e consumatori. L’economia partecipativa realizza la solidarietà grazie a tre caratteristiche principali. In primo luogo, il reddito è equo per tutti e non è in alcun modo funzione di interazioni a somma zero. Il reddito aumenta solo per motivi legati alla durata, all’intensità o all’onerosità del lavoro socialmente utile. Questo non svantaggia nessuno, né il reddito sale così tanto da provocare confronti invidiosi. Quando si ottiene di più, lo si merita. Inoltre, il reddito di una persona sale quando sale il reddito di tutti. In secondo luogo, la vostra voce sulle decisioni è come quella di tutti gli altri. Tutti si attengono alla stessa norma di autogestione. Allo stesso modo, nell’economia partecipativa gli attori determinano ed esprimono le loro preferenze in accordo con le preferenze degli altri e in base ad esse. Gli attori cercano un risultato complessivo alla luce delle implicazioni per se stessi e per gli altri, piuttosto che cercare un risultato esclusivamente personale a prescindere dalle implicazioni per gli altri.

    Tenere adeguatamente conto degli effetti ambientali delle scelte economiche e, quando necessario, investire in mezzi sostenibili per realizzare la produzione e il consumo desiderati o, quando necessario, ridurre le industrie non sostenibili. Per raggiungere questo obiettivo, l’Economia partecipativa utilizza la pianificazione partecipativa per tenere conto degli effetti ambientali. Inoltre, un’economia partecipativa può accogliere in modo non distruttivo le innovazioni e le politiche ecologiche concepite e decise al di fuori dell’economia.

    Non consentire vantaggi sistemici materiali o di influenza in base a parentela, sesso, età, identità sessuale, razza, etnia, nazione o altre differenziazioni culturali. Rispettare gli obiettivi extra-economici come richiesto dall’economia femminista, intercomunitaria e antiautoritaria. L’economia partecipativa ottiene tutto questo per il semplice fatto che in essa nessun gruppo elettorale può avere un vantaggio materiale o di influenza sistemico, perché tutti i redditi sono equi e tutti i processi decisionali sono autogestiti. Per poter accogliere innovazioni più sottili, complesse o di altro tipo che riguardano la parentela, la cultura e le innovazioni politiche, un’economia partecipativa all’interno di una società deve intersecarsi con altri regni in modo coerente e gli unici aspetti di un’economia partecipativa che potrebbero interferire con questo sono le sue virtù riguardanti il reddito economico, le circostanze e il grado di voce in capitolo nel processo decisionale.

    Non intendiamo dire che questo breve saggio dimostri che l’economia partecipativa possa essere una decima prospettiva unificante per le altre nove. Affermiamo solo che fa progressi sufficienti in questa direzione, in modo che se pensate che avere una visione economica unificante possa giovare all’attivismo anticapitalista, allora forse potreste anche concordare sul fatto che vale la pena di lavorare per arrivare a una prospettiva comprensiva. Un passo potrebbe essere quello di esporre, discutere ed esplorare in modo più completo i dieci approcci alla visione economica qui proposti, con la speranza di promuovere una maggiore unità al posto del proliferare della conflittualità.

    Cosa comprende l’Economia Partecipativa? L’Economia Partecipativa può trasformare MME-ECM-AE-SE-GE-DGE-FE-IE-AAE in PE? Sta a voi e al tempo decidere.

    Fonte: Z Network

  • Non sapete che
    Stanno parlando di una rivoluzione?
    Sembra un sussurro.

    -Tracy Chapman

    Nel mondo in generale, il fatto che un gruppo di persone comuni si riunisca in una zona remota del Venezuela per determinare democraticamente la propria produzione e il proprio modo di vivere in una comune potrebbe sembrare del tutto irrilevante. Agli occhi della maggior parte di coloro che formano l’opinione pubblica, questo sarebbe un non-evento per eccellenza. Per essere sicuri, non è mai una notizia. Tuttavia, se esistesse un’agenzia di stampa rivoluzionaria, la formazione di questa comune e i suoi progressi sarebbero oggetto di articoli in prima pagina, con titoli a caratteri cubitali come EXTRA! È STATA FORMATA UNA NUOVA COMUNE! o I COMUNARDI FANNO UN PASSO AVANTI!

    Cosa rende le comuni e i loro progressi così importanti? Per spiegare il loro significato, bisogna fare appello a qualcosa che non è immediatamente visibile: i rapporti sociali e soprattutto i rapporti di produzione. Nella nostra società odierna, poiché è una società capitalista, un insieme di categorie economiche astratte governa l’economia e la società. Ne è una prova la serietà con cui le persone consultano la sezione economica di un giornale, incontrando numeri e statistiche molto astratte che le inducono ad agire e a sentirsi in modo diverso, fino a entrare in depressione o euforia. Allo stesso modo, nessuno ci penserebbe due volte a strappare una banconota da 100 dollari, che alla fine è solo un pezzo di carta, da una pozzanghera sporca. Poi c’è il processo lavorativo: un numero incalcolabile di persone dedica ore e ore alla realizzazione di oggetti, tra cui terribili bombe o pubblicità dannose, per i quali non ha alcun interesse, ma lo fa perché “è un lavoro” e riceve uno stipendio.

    Al centro di questo sistema capitalistico astratto, persino misterioso, e dei comportamenti sconcertanti che induce – immaginate di spiegare a un extraterrestre perché una persona ricca si deprime vedendo il Dow Jones crollare! – è la produzione di valore. Nella nostra società, produciamo la maggior parte delle cose non per la loro utilità, ma perché possono essere vendute, e vendute con profitto. Nel marxismo questo fenomeno è noto come dominio del valore di scambio sul valore d’uso. I suoi effetti cambiano letteralmente la terra. Il carattere di ciò che viene prodotto non è più importante finché genera profitto, mentre le quantità prodotte non sono mai sufficienti, poiché i profitti devono sempre aumentare. Il risultato è un’immensa sofferenza umana e un crescente disastro ambientale. Nel sistema del capitale, la maggior parte degli esseri umani viene trasformata in meri generatori di valore economico, mentre il lavoro domestico e di cura che non genera valore viene sottovalutato e l’ambiente naturale viene trasformato in una mera risorsa da sfruttare all’infinito.

    È proprio per queste ragioni che, quando le persone si riuniscono e decidono di lavorare e di relazionarsi tra loro non in base al valore economico e ai profitti, ma in nome della soddisfazione dei loro veri bisogni – cioè per amore della vita e non del capitale – come sta accadendo attualmente in Venezuela, si tratta di un evento di importanza storica mondiale. Può non esserci un titolo di giornale e può sembrare un semplice sussurro ma, per richiamare i termini della canzone di Tracy Chapman, è un sussurro rivoluzionario. Questo perché il passaggio di una comune alla produzione per bisogni e valori d’uso reali, non per un mercato anonimo, e con il controllo democratico della propria produzione, segna l’inizio di una profonda trasformazione che potrebbe cambiare completamente il mondo, consentendo sia una fioritura umana senza precedenti sia la sopravvivenza del pianeta.

    L’emergere del progetto comunitario

    La costruzione di comuni è iniziata in Venezuela come parte del processo esteso di liberazione nazionale ed emancipazione sociale noto come Processo Bolivariano. Tale processo è iniziato ufficialmente nel 1999, quando un outsider politico chiamato Hugo Chávez ha preso il potere attraverso le elezioni con un progetto i cui principi guida erano “democrazia partecipativa e protagonismo”. La ricerca del Processo Bolivariano di un’emancipazione sociale attraverso forme massificate di partecipazione democratica ha portato a una serie di esperimenti continui e altamente creativi con modelli di organizzazione popolare, tra cui i consigli comunitari e le cooperative.

    Il Processo Bolivariano, nel corso del tempo, si è dichiarato antimperialista nel 2004 e socialista nel 2006. Nel 2009, dopo una riflessione autocritica sulle vicissitudini e i limiti del processo politico fino a quel momento, la strategia del progetto è stata adattata al socialismo basato sulla comune come cellula di base. Un anno dopo la dichiarazione di Chávez in tal senso, sono state introdotte una serie di leggi rivoluzionarie che hanno fornito un quadro giuridico per la costruzione di comuni, ma a quel punto la gente aveva già iniziato a costruire comuni in alcuni luoghi, come il comune di El Panal a Caracas1 e il comune di El Maizal nello stato di Lara2 . In breve tempo, il Paese era pieno di progetti comunali nascenti e pieni di speranza.

    Come stabilito sia nei discorsi di Chávez che nelle nuove leggi, le comuni dovevano essere costruite unendo i consigli comunitari, essenzialmente forme di governo locale di base, sotto la figura ombrello del comune. Le comuni avevano la caratteristica aggiuntiva che, a differenza dei consigli comunitari, sarebbero state anche entità economiche, con mezzi di produzione sotto controllo collettivo e comunitario. È proprio come entità economiche e politiche, con un controllo democratico della produzione da parte della base, che Chávez concepì le comuni come cellule fondamentali del socialismo: erano i luoghi in cui, come disse, “doveva nascere il socialismo” (cfr. Aló Presidente n. 13).

    È importante notare che le comuni venezuelane non erano destinate a essere progetti sparsi, isolati e completamente autonomi, ma a far parte di una transizione sociale globale verso il socialismo in cui, attraverso la progressiva estensione delle comuni in tutto il Paese, la società venezuelana si sarebbe trasformata e persino lo Stato sarebbe finito per scomparire. Per questo motivo, Chávez arrivò a dire che una comune isolata è in realtà “controrivoluzionaria”. Ogni comune era un punto d’appoggio per una nuova logica socialista che mirava a egemonizzare l’intera società.

    Teoria e tradizione popolare

    La comune, così come si sta sviluppando in Venezuela, ha importanti precedenti teorici, uno dei quali è il pensiero epocale di Karl Marx, che auspicava una società post-capitalista basata sulla produzione “liberamente associata” e celebrava sia la Comune di Parigi sia le comuni contadine russe (obshchina o mir in russo) come forme favorevoli al socialismo. Un’altra influenza fondamentale sul progetto comunale venezuelano è il filosofo marxista ungherese István Mészáros4 , che ha contrapposto il sistema comunale e il suo metabolismo democratico al sistema gerarchico del capitale. Mészáros, che era vicino a Chávez, ha condotto un’ampia riflessione sulle carenze del socialismo del XX secolo per non essere riuscito a superare quella che definiva la logica antidemocratica o il metabolismo del capitale e a sostituirla con il controllo popolare della produzione che esiste nelle comuni.

    Tuttavia, le comunanze in Venezuela non provengono semplicemente da un mondo di idee e teorie pure, né devono essere viste come calate dall’alto. Molti ricorderanno che Marx ha detto che la teoria può cambiare il mondo quando diventa una forza materiale che afferra le masse. Questa affermazione, fatta nel 1843, è senza dubbio corretta. Tuttavia, Marx avrebbe dovuto aggiungere che la teoria di solito fa presa sulle masse perché si collega a idee, progetti e sogni che esse stesse hanno sviluppato. Questo è ciò che accade generalmente nelle rivoluzioni, ed è certamente il caso dell’idea comunitaria in Venezuela. Questo perché le comunità hanno una lunga storia nel territorio venezuelano. Da un lato, i numerosi popoli indigeni – Arawak, Caribi e altri – che abitavano questa parte del “nord del Sudamerica” erano solitamente organizzati in comunità autogestite e senza classi. D’altra parte, quando gli africani schiavizzati si ribellarono e fuggirono, formarono quelle che i venezuelani chiamano cumbes, comunità marocchine egualitarie, diffuse in tutto il territorio. Queste avevano un proprio governo e spesso erano in grado di resistere all’avanzata dei coloni spagnoli.

    “Poiché in queste comunità non ci sono padroni e il lavoro è auto-organizzato, di solito è più piacevole e sempre più significativo del lavoro svolto sotto il dominio antidemocratico del capitale”.

    Questa eredità di organizzazione comunitaria non fa parte di un passato remoto del Paese. Sopravvive in alcune comunità indigene relativamente autonome, ma anche in pratiche materiali diffuse di solidarietà e mutuo soccorso che persistono sia in contesti urbani che rurali. Per fare solo due esempi, nelle città e nei paesi venezuelani la gente a volte esegue le cayapas, che sono processi di lavoro collettivo simili a quelli dei fienili, e organizza i sancochos di quartiere o pasti a base di zuppa condivisi. Entrambe le tradizioni indicano la sopravvivenza di pratiche comunitarie anche nella cultura venezuelana moderna e mainstream. A ciò si aggiunge un forte impegno nei confronti dei valori di solidarietà, mutualità ed egualitarismo della classe operaia venezuelana. Tutto ciò significa che quando il Processo Bolivariano si è orientato verso la comune – un cambiamento che è diventato ufficiale nel 2009 – ha incontrato un terreno fertile. Il progetto comunale è stato colto dalle masse. Si trattava di un’idea che riconoscevano come coerente non solo con i loro obiettivi di emancipazione sociale e indipendenza, ma coincideva anche con un immaginario collettivo di lunga data riguardo ai mezzi per raggiungere tali obiettivi.

    Vita e lavoro nelle comunità

    La forza di questa sintesi è testimoniata dalla vivacità con cui l’edilizia comunale viene portata avanti oggi nel Paese. Nonostante l’importanza del quadro giuridico e del discorso ufficiale del governo, le comunanze venezuelane sono all’insegna dell’autoemancipazione, del protagonismo delle persone. Questo significa, da un lato, che le comunità di successo saranno molto varie nella loro composizione, riflettendo soluzioni creative ai diversi problemi e sfide di una determinata regione del Paese o di una specifica comunità. Dall’altro, significa che di solito rappresentano un’iniziativa essenzialmente proattiva presa dal basso, anche se questo impulso popolare riceve legittimazione e talvolta sostegno materiale dallo Stato.

    Ad esempio, nella Comune di El Maizal, un gruppo di persone, alcune delle quali ex braccianti, ha dato vita alla propria comunità occupando una fattoria dove si coltivava il mais e si allevava il bestiame, per poi metterla al lavoro per produrre cibo per sé e per la comunità. Nella Comune Che Guevara5 , ai piedi delle Ande, una cooperativa di caffè di lunga data, costruita anni prima grazie al duro lavoro di quadri esperti provenienti per lo più dalla Colombia, ha scelto di diventare formalmente una comune dopo la dichiarazione di Chávez del 2009. Nel Comune di El Panal, a Caracas, un’organizzazione rivoluzionaria molto combattiva ha promosso la formazione di un panificio, di un laboratorio tessile e, in seguito, di progetti di allevamento urbano di tilapia e maiali in regime di proprietà comunale. Nella Comune di Cinco Fortalezas, a Cumanacoa,6 un gruppo di donne rivoluzionarie, le cui famiglie erano state lavoratrici a giornata, ha guidato il progetto di confisca di una hacienda di canna da zucchero e ha poi lottato per ottenere i mezzi per la lavorazione dello zucchero.

    I principali mezzi di produzione di una comune – siano essi agricoli, industriali o di servizio – sono sotto il controllo democratico dei comunardi. Questo controllo dal basso si esprime al meglio nelle assemblee mensili della comunità, insieme alle riunioni periodiche dei comitati che si occupano di tutto, dalla produzione alle attività culturali e alle finanze. Poiché in queste comunità non ci sono capi e il lavoro è auto-organizzato, di solito è più piacevole e sempre più significativo di quello svolto sotto il dominio antidemocratico del capitale. In genere, le persone si muovono tra diversi compiti, rompendo così la routine e la divisione tecnica del lavoro imposte dal sistema del capitale. Lungo il percorso, imparano a conoscere l’intero processo produttivo. I prodotti di una comune possono essere consumati all’interno della comunità o venduti all’esterno per generare un surplus, che in parte torna alla produzione e in parte viene destinato a progetti sociali, come centri per le donne, mense gratuite, scuole, assistenza agli anziani e ai malati, spese mediche e funerarie e così via.

    Sfide e soluzioni

    Non tutto è roseo nelle comunità del Paese. Spesso emergono conflitti interni e contraddizioni con i funzionari governativi e con i vicini che non fanno parte del progetto. Allo stesso modo, in un Venezuela sottoposto a un crudele blocco statunitense, la maggior parte delle comunità è drasticamente a corto di risorse. Ci sono anche residui problematici della vecchia società, come i residui di interessi personali, gerarchia e machismo.

    “Per ogni leader eroico e visibile c’erano migliaia, se non milioni, di persone che formavano comitati rivoluzionari, cordones industriales, ayllus, palenques, caracoles e asambleas barriales”.
    Tuttavia, il fatto che le persone nelle comuni lavorino in condizioni non alienate, producendo per se stesse e per le loro comunità e non per un mercato anonimo, partecipando a un movimento diretto a costruire un mondo post-capitalista migliore, sostenibile e giusto, fa la differenza. Le comunità sono punti di partenza validi. Sono piccole e imperfette, ma sono solide nel senso che il nuovo metabolismo sociale democratico che incarnano – anche se per ora solo in un microcosmo – è in grado di estendersi oltre la comune isolata all’intera società, mentre apre una finestra su un futuro migliore che mette al centro la vita nelle sue ricche manifestazioni e non l’accumulo di capitale.

    Per affrontare le numerose sfide che si trovano ad affrontare, le comunità venezuelane perseguono una serie di strategie. Queste includono l’educazione politica e la mística, il coordinamento tra le comunità e un rapporto dialettico con il potere statale. Discuteremo brevemente di ciascuna di esse.

    1. Educazione politica e mística. Le comunità sono inevitabilmente preda della natura centrifuga e conflittuale della società capitalista che ereditano e che ovviamente persiste nella società venezuelana in generale. Tuttavia, l’educazione alla teoria rivoluzionaria – sapere dove si va e da dove si viene – se combinata con la democrazia interna, può aiutare a mantenere la natura collaborativa del progetto e a superare molti dei problemi legati alla transizione al socialismo. È in parte per questo motivo che molti comuni hanno sviluppato iniziative educative: El Maizal ha la scuola Yordanis Rodríguez, El Panal ha la Pluriversidad Patria Grande e il comune di Che Guevara organizza regolarmente laboratori di educazione politica.

    Da parte sua, la mística si riferisce ad attività culturali, persino spirituali, che servono a creare coesione comunitaria. Queste possono includere canti, rituali e spazi speciali, o più in generale opere d’arte come murales e sculture. Questo aiuta a sviluppare un registro simbolico che è particolarmente importante nella misura in cui le comunità sono lavori in corso e sempre imperfetti. Il registro simbolico è un modo per segnalare che le attività che esteriormente possono assomigliare a quelle esistenti nel mondo extracomunitario sono impregnate di una nuova intenzionalità o di una nuova direzione. Esempi di mística in questo senso ampio sono lo spazio del mandala nel comune di Cinco Fortalezas, il busto di Chávez sotto l’albero di saman nel comune di El Maizal e i murales di figure rivoluzionarie nel comune di Che Guevara.

    2. Coordinamento e unità. Le comunità venezuelane funzionanti sono sparse sul territorio. Questo isolamento le rende più deboli di fronte allo Stato e all’economia capitalista generale che persiste nel Paese. Questo, a sua volta, fa sì che le comunità facciano molte concessioni alla produzione di merci e siano più facilmente infettate dai valori e dalle gerarchie capitalistiche. Per questo motivo, sono stati introdotti numerosi tentativi di collegare i comuni, sia per condividere i loro prodotti al di fuori del mercato capitalista, sia per accrescere il loro potere politico.

    Alcune di queste iniziative di coordinamento sono state promosse dallo Stato, come il progetto del Ministero dei Comuni di formare blocchi di Comuni nel 2014 e il suo attuale sforzo di organizzare “circuiti economici comunali”. Tuttavia, il più promettente e ambizioso degli sforzi per collegare e potenziare i Comuni del Paese è l’Unione dei Comuni7 . L’Unione dei Comuni ha cercato di sviluppare reti di scambio tra i comuni e ha organizzato workshop sulla leadership, la comunicazione e il femminismo. I suoi obiettivi sono di vasta portata e includono la costruzione di una federazione di comuni e la sostituzione dello Stato attuale con uno “Stato comunale”.

    3. Rapporto con lo Stato. Il potere popolare in Venezuela, di cui le comuni sono l’espressione più recente e più potente, ha generalmente perseguito un rapporto dialettico con il potere statale durante gli oltre due decenni del processo bolivariano. Ciò segna una differenza significativa rispetto a movimenti più radicalmente autonomi, come lo Zapatismo contemporaneo in Messico, che rifiuta la partecipazione alla politica statale. L’efflorescenza del potere popolare che si è verificata nel corso del processo bolivariano – probabilmente, emergendo su una scala mai vista prima nella storia dell’America Latina – parla chiaramente dei meriti del suo approccio dialettico al potere statale.

    Tuttavia, l’attuale Stato venezuelano, anche se parzialmente trasformato, non lo è completamente. Ciò significa che le comunità in Venezuela si trovano in un continuo tira e molla con il potere statale. Dallo Stato cercano non solo protezione e legittimazione legale, ma anche risorse e finanziamenti. Questa situazione generale è fonte di quelle che a volte vengono chiamate, non senza una notevole dose di eufemismo, “tensioni creative”. Lo Stato raramente trasferisce potere politico o risorse significative senza lottare, il che significa che i Comuni si trovano, a loro volta, a corteggiare, esigere e, a volte, a far vergognare lo Stato affinché gli consegni una parte delle sue rendite petrolifere e di altri redditi per il progetto di accumulazione socialista.

    Il futuro delle Comuni

    L’America Latina è conosciuta in tutto il mondo per le sue figure e i suoi movimenti rivoluzionari. Le rivoluzioni di Haiti, del Messico, di Cuba e del Nicaragua, insieme all’insurrezione colombiana, hanno fatto sì che il continente fosse riconosciuto in tutto il mondo per la sua storia di eroismo nell’imbracciare le armi contro i più potenti nemici imperialisti – e talvolta anche di vittoria! Questa corrente di lotta antimperialista e socialmente emancipatrice è proseguita nell’ondata di processi progressisti che hanno preso forma nel primo decennio del XXI secolo.

    I movimenti rivoluzionari dell’America Latina sono spesso simboleggiati da figure quasi gigantesche: Tupac Amaru II, Toussaint L’Ouverture, Emiliano Zapata, César Augusto Sandino, Che Guevara, Fidel Castro e Hugo Chávez. Tuttavia, un aspetto meno noto ma ancora più importante dei processi rivoluzionari latinoamericani è sempre stata la costruzione del potere popolare – organizzazione e responsabilizzazione di base – che ha sostenuto ognuno di questi processi storici. In altre parole, per ogni leader eroico e visibile c’erano migliaia, se non milioni, di persone che formavano comitati rivoluzionari, cordones industriales, ayllus, palenques, caracoles e asambleas barriales – tra le tante espressioni del potere popolare che erano motori di base essenziali di queste rivoluzioni.

    Ora i comunardi venezuelani stanno scrivendo un nuovo capitolo di questo sforzo di autoemancipazione combinato con la lotta antimperialista. Il loro slogan “Comune o niente!” è una parola che si sente in bocca ai costruttori di comunità di tutto il Paese. Se questo slogan è in chiara continuità con la tradizione di potere popolare dell’America Latina, è anche espressione del bivio che l’umanità si trova ad affrontare e per il quale la via comunitaria al socialismo offre una soluzione convincente. Questo perché lo slogan esprime che capitale e comune sono opposti, due metabolismi completamente contrari. L’uno offre la possibilità di mettere al centro le persone e la natura, mentre l’altro rappresenta la loro subordinazione a un meccanismo distruttivo di espansione della produzione di valore che potrebbe presto rendere impossibile la vita sul pianeta. Di fronte all’abisso che il nulla del capitale ci pone davanti, un movimento ampio e in crescita ha scelto di costruire un futuro sostenibile e socialista basato sulla comune. Vi invitano a fare altrettanto!

    Note

    • 01 Cira Pascual Marquina and Chris Gilbert, El Panal Commune (Part I): Communal Production in a Country Under Siege, Venezuelanalysis Source
    • 02 Chris Gilbert, Red Current, Pink Tide: A Visit to El Maizal Commune in Venezuela, Monthly Review Source
    • 03 Ricardo Vaz, The Revolutionary Aló Presidente Teórico #1, Venezuelanalysis Source
    • 04 Chris Gilbert, Mészáros and Chávez: The Philosopher and the Llanero, Monthly Review Source
    • 05 Chris Gilbert, A Commune Called ‘Che’: A Socialist Holdout in the Venezuelan Andes, Monthly Review Source
    • 06 Cira Pascual Marquina and Chris Gilbert, Rebellious Sugarcane Growers: Voices from Cinco Fortalezas Commune (Part I), Venezuelanalysis Source
    • 07 Chris Gilbert, A Milestone: Venezuela’s Communard Union Stages Its Foundational Congress, Venezuelanalysis Source
     

    Fonte: Progressive International

  • Incontro pubblico del 1 luglio 2022 all’Ex Centrale del Latte di Bologna, organizzato dal Circolo Nomade Accelerazionista sul potenziale politico del peer-to-peer e dei commons con Michel Bawuens, fondatore della P2P Foundation e co-autore di “Peer2Peer: The Commons Manifesto”, e Andrea Fumagalli, economista militante neo-operaista e vice-presidente del Basic Income Network Italia.

  • Jean-Luc Mélenchon: “per me la parola crescita è vietata”

    di Hervè Kempf, Reporterre – 19 aprile 2012

    Intervista a Jean-Luc Mélenchon di Reporterre su Vimeo

    In un’intervista esclusiva a Reporterre, Jean-Luc Mélenchon parla dell’ecologia come non ha mai fatto prima. Per lui, “l’ecologia politica è il nuovo paradigma organizzativo della sinistra”.

    Jean-Luc Mélenchon ha rilasciato un’intervista esclusiva a Reporterre, incentrata sulle questioni ecologiche. In tre sequenze successive, spiega prima il suo percorso intellettuale verso l’ecologia, poi la pianificazione ecologica e la regola verde, infine parla di nucleare, energia ed espansione urbana.

    Riconosce il suo debito teorico con i Verdi. Per lui, “l’ecologia politica è stata uno shock intellettuale”. Ricorda la sua posizione sull’uscita dal nucleare, ma sottolinea la “straordinaria sfida” che rappresenta l’uscita dalle energie fossili. E prende le distanze dalla crescita come nessun politico ha mai fatto.

    “L’ecologia politica è stata per me uno shock intellettuale”.

    Il candidato del Front de Gauche indica che per molto tempo non ha prestato molta attenzione all’ambiente, per il quale aveva solo una “sensibilità puramente superficiale”. Si è evoluto, in particolare notando “i punti ciechi” del marxismo, e anche sotto l’influenza dei Verdi, verso i quali “riconosce pienamente il nostro debito”, perché “hanno messo il tema sul tavolo”. Da Alain Lipietz ha ripreso “l’idea che l’ecologia politica sia il nuovo paradigma organizzativo della sinistra”.

    L’ecologia politica “è stata per me lo stesso shock intellettuale di quando, all’età di vent’anni, ho letto ‘L’ideologia tedesca’, il libro di Marx che ha avuto l’effetto di una sorta di rivelazione intellettuale”. Per lui, seguendo Marx, la natura è come “il corpo inorganico dell’uomo” e l’uomo è “un episodio della natura stessa”, è “parte della natura, un momento di essa, vincolato dalla stessa legge del caso e della necessità di ogni altra realtà vivente”.

    Questo ha portato all’abbandono della “cecità” della vecchia sinistra “produttivista”. “E poi, soprattutto, il problema era l’adozione dello standard di vita dei ricchi. Quello che i ricchi volevano era buono e quindi doveva essere dato a tutti. Ed è a questo che dobbiamo rinunciare. Perché la ricchezza è sinonimo di irresponsabilità nei modelli di consumo. Nella misura in cui non deve porsi il problema della massa, il problema della responsabilità che si assume, perché pensa che siano pochi, tutto va bene per loro. Ricordo quando si diceva: “Una Mercedes per tutti”. Intendevamo dire: “Quello che hanno i ricchi, lo devono avere tutti gli altri”. Avevamo una visione a-critica del consumo”.

    L’ecologia ci permette di rifondare l’intero paradigma del pensiero di sinistra”.

    Secondo Jean-Luc Mélenchon, “l’ecologia ha permesso di risolvere problemi teorici”. In effetti, l’intera idea progressista si basa sull’uguaglianza. Ma questa è una visione della mente, tutti gli uomini non sono realmente uguali nello stato di natura. Quindi tutti i regimi egualitari sono intrinsecamente totalitari, perché limitano lo stato di natura. “L’ecologia politica chiude questa discussione. Perché? Perché dice che esiste un solo ecosistema compatibile con la vita umana. Quindi tutti gli esseri umani sono simili: se questo ecosistema scompare, scompaiono tutti nello stesso momento. Quindi sono tutti uguali, e uguali, di fronte alla costrizione di questo ecosistema. Da lì deriva tutto il resto, che è oggettivamente fondato. Se abbiamo un solo ecosistema che rende possibile la vita umana e siamo tutti uguali, allora c’è un interesse umano generale. L’interesse generale, di cui abbiamo sentito parlare per anni – e io ero uno di quelli che lo diceva – “l’interesse generale è una costruzione ideologica, l’interesse generale equivale all’interesse del capitale”. No, affatto, c’è un interesse generale umano. Se esiste un interesse generale, come facciamo a sapere qual è? Discutendone”.

    La discussione consente di formulare due idee fondamentali. Non esiste una verità rivelata: “non ne esiste una unica, non siamo mai certi”. E due: “Siamo più intelligenti con molti che come uno, quindi come decideremo? Questa è la democrazia. Secondo quale regola? Cosa è bene per tutti. E cosa è bene per tutti? Ciò che ci rende più uguali e più in sintonia con il nostro ecosistema. E così, alla fine, vediamo che siamo riusciti a rifondere tutti i paradigmi organizzativi del pensiero di sinistra, del socialismo, dell’umanesimo, dell’Illuminismo, della Repubblica e della democrazia, e non abbiamo abbandonato nulla lungo il cammino”.

    “Poi sono passato a un secondo livello: esiste una classe ecologica? “Alcune persone si trovano in una situazione particolare per quanto riguarda l’ambiente. I lavoratori sono in prima linea. Sono loro a maneggiare i prodotti marci. La classe a contatto con la catastrofe ecologica è la classe operaia. La classe di interesse generale è la classe operaia.

    L’aumento del salario minimo è quindi una misura ecologica, perché permette di sostenere meglio l’agricoltura contadina.

    “Per me la parola crescita è vietata”.

    La pianificazione ecologica è lo strumento principe della politica ambientale del Front de Gauche. Perché? Perché “la produzione oggi è interamente controllata dal breve termine”. Le aziende devono presentare un rapporto ogni tre mesi. “Abbiamo bisogno di molto tempo per far divergere la macchina. Pianificare significa rallentare il tempo”.

    “Secondo punto: non siamo più nella politica dell’offerta”. In altre parole, non si tratta di sostenere ciecamente la produzione di qualcosa. Si tratta di condurre una politica della domanda. Ma analizzando come diventa ecologicamente responsabile e mettendo in discussione i bisogni, secondo “un imperativo comune a tutte le riflessioni e a tutte le riorganizzazioni della produzione e dello scambio, che sarebbe la regola verde, cioè ridurre l’impronta ecologica della produzione, e farlo in modo serio e metodico” .

    Jean-Luc Mélenchon ha abbandonato il dogma della crescita: “Il PIL [prodotto interno lordo] è uno strumento di misura estremamente grezzo, non è utile per quello che dobbiamo fare”. Infatti, è “la doxa, è la battaglia delle parole”. Quando si ingoia la parola, si ingoia anche la grammatica. Quando si ingoia la parola PIL, si ingoia la parola crescita, e poi si ingoia una parola che non si pronuncerà mai, cioè la parola irresponsabilità”.

    “Per me la parola crescita è vietata, dico ‘rilancio dell’attività’, non parlo mai di crescita nei miei discorsi. Non è che la crescita sia un problema, ma so bene cosa significa. Inoltre, la ripresa dell’attività implica una diminuzione in alcuni settori”.

    Alcune produzioni dovranno crescere, come i servizi alla persona, la cura dei più piccoli, delle persone che hanno bisogno di assistenza, ma altre produzioni dovranno diminuire.

    Per il candidato del Front de Gauche c’è “una rottura ideologica fondamentale con la socialdemocrazia: non stiamo dicendo che distribuiremo i frutti della crescita! La socialdemocrazia è organicamente legata al produttivismo quando dice di [distribuire i frutti della crescita], poiché dichiara che non c’è progresso sociale se non nel quadro del produttivismo. Noi pensiamo esattamente il contrario, pensiamo che ci sia progresso economico solo se c’è progresso umano e sociale”.

    Mélenchon ha riconosciuto che il Partito Comunista non è arrivato al suo stesso punto: “i comunisti non propongono di condividere i frutti della crescita, propongono di condividere tutto”, ma “la discussione non è stata molto avanzata… C’è molto dibattito all’interno del Partito Comunista”. “Voglio convincere i miei compagni comunisti che l’ecologia è la risposta alle domande che si pongono, non qualcosa che nega le loro preoccupazioni – questa è la loro principale paura”.

    Il candidato critica poi aspramente la pubblicità: “è una tassa privata: sei condizionato e paghi per il tuo condizionamento”. “Dobbiamo fermare l’orgia”.

    L’oceano è la nuova frontiera

    Sul tema dell’abbandono del nucleare, Jean-Luc Mélenchon “chiede di non essere ipocriti: o è pericoloso, e allora è alla prima centrale che è pericoloso, o non lo è, e allora prendiamo altre misure. Ma l’approccio metà capra e metà cavolo non ha senso in un’area come questa”. La sua posizione? “La mia convinzione personale, che non è quella del Front de Gauche: Sono favorevole a uscirne”.

    Precisa: qualunque cosa accada, avremo bisogno della ricerca nucleare, in particolare per la gestione delle scorie, e quindi “continueremo la ricerca fondamentale”.

    Inoltre, Mélenchon vuole sviluppare due nuove energie – in cui i lavoratori del nucleare potrebbero essere riqualificati: la geotermia di profondità, “che comanda molte altre attività a monte, nella siderurgia, nella chimica e nell’organizzazione del territorio”, e l’energia dal mare: “Quando avremo il secondo territorio marittimo più grande del mondo, potremo avere qualcosa da dire sull’argomento”.

    Il candidato pone riserve sull’energia solare, a causa “dell’impronta ecologica dei pannelli solari”.

    Soprattutto, ritiene che “l’uscita dalle energie fossili” rappresenti “una sfida straordinaria”, che dovrà mobilitare tecnologie avanzate, comprese le nanotecnologie.

    È stato meno disponibile ad affrontare il tema del risparmio energetico – ma è vero che la durata della discussione era limitata da un’agenda molto fitta -, menzionando solo i “processi produttivi” e le “migliaia di posti di lavoro per la ristrutturazione termica”. Quanto all’inevitabile aumento dei prezzi dell’energia, ha preferito eludere la questione: “Non siamo credibili se ci presentiamo con una dimensione punitiva”.

    Per quanto riguarda l’espansione urbana, Jean-Luc Mélenchon ha riconosciuto che il suo pensiero è limitato: “Non siamo al punto di poter affrontare l’espansione urbana. La questione non viene affrontata come tale nella nostra organizzazione, anche se la situazione non può più continuare, abbiamo raggiunto un danno senza limiti”. Tuttavia, è necessario “combattere l’archetipo che è rimasto nella testa della gente per quarant’anni”, per cui ognuno deve essere “il proprietario della propria casetta”.

    Jean-Luc Mélenchon ha concluso con entusiasmo: dobbiamo “riscoprire l’audacia dei pionieri”. Questo mondo è bello, è nuovo”. E ha una nuova frontiera, l’oceano.

    BONUS: Le mie ispirazioni vengono dall’America Latina. Idee che hanno attraversato l’oceano: “Che se ne vadano tutti”, viene dall’Argentina; il nome “Front de Gauche” proviene dall’Uruguay; “La rivoluzione dei cittadini” è stata presa in prestito dall’Ecuador; ed “il modo di affrontare il sistema mediatico” è imitato da quello che Kirchner ha fatto in Argentina. – – Jean-Luc Mélenchon

    Fonte: https://reporterre.net/Jean-Luc-Melenchon-Je-m-interdis-le-mot-croissance

  • di John J. Mearsheimer, professore dell’Università di Chicago – Meta, 16/06/2022

    Il 16 giugno 2022, il professore dell’Università di Chicago John J. Mearsheimer ha visitato Villa Schifanoia a Firenze per discutere dell’attuale invasione russa in Ucraina ed esplorare le potenziali cause e conseguenze della crisi. L’evento, organizzato dal Centro Robert Schuman e dal Dipartimento di Storia della EUI, ha raccolto quasi 200 partecipanti di persona e online.

    Il politologo, noto per il suo approccio realista, ha sostenuto che gli Stati Uniti sono i principali responsabili della crisi ucraina, anche se Putin ha iniziato la guerra ed è il responsabile della condotta della Russia sul campo di battaglia: “Il mio punto chiave è che gli Stati Uniti hanno spinto in Ucraina delle politiche che Putin e i suoi colleghi vedono come una minaccia esistenziale per il loro Paese […] nello specifico parlo dell’ossessione americana di far entrare l’Ucraina nella NATO e di farne un baluardo occidentale al confine con la Russia”.

    Il professor Mearsheimer ha insistito sul fatto che Mosca non è interessata a far diventare l’Ucraina parte della Russia, ma ad assicurarsi che non diventi un trampolino di lancio per l’aggressione occidentale; e che la Russia non può sentirsi sicura, svilupparsi ed esistere se deve affrontare una minaccia permanente dal territorio dell’attuale Ucraina. Ha insistito sul fatto che, nonostante la narrazione occidentale sulla NATO, l’aspetto determinante per comprendere le cause profonde di questo conflitto è il modo in cui Mosca vede le azioni dell’alleanza.


    La guerra in Ucraina è un disastro multidimensionale, che probabilmente peggiorerà molto nel prossimo futuro. Quando una guerra ha successo, si presta poca attenzione alle sue cause, ma quando l’esito è disastroso, capire come è successo diventa fondamentale. La gente vuole sapere: come siamo finiti in questa terribile situazione?

    Ho assistito a questo fenomeno due volte nella mia vita: la prima con la guerra del Vietnam e la seconda con la guerra in Iraq. In entrambi i casi, gli americani volevano sapere come il loro Paese avesse potuto sbagliare così tanto i calcoli. Dato che gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO hanno giocato un ruolo cruciale negli eventi che hanno portato alla guerra in Ucraina – e ora stanno giocando un ruolo centrale nella conduzione di quella guerra – è opportuno valutare la responsabilità dell’Occidente in questa calamità.

    Oggi esporrò due argomenti principali.

    In primo luogo, gli Stati Uniti sono i principali responsabili della crisi ucraina. Questo non significa negare che Putin abbia iniziato la guerra e che sia responsabile della conduzione della guerra da parte della Russia. Non si vuole nemmeno negare che gli alleati dell’America abbiano una certa responsabilità, ma che seguano in larga misura la guida di Washington sull’Ucraina. La mia affermazione centrale è che gli Stati Uniti hanno portato avanti politiche nei confronti dell’Ucraina che Putin e altri leader russi vedono come una minaccia esistenziale, come hanno ripetutamente fatto per molti anni. In particolare, mi riferisco all’ossessione americana di far entrare l’Ucraina nella NATO e di farne un baluardo occidentale al confine con la Russia. L’amministrazione Biden non era disposta a eliminare questa minaccia con la diplomazia e, anzi, nel 2021 ha riaffermato la volontà degli Stati Uniti di far entrare l’Ucraina nella NATO. Putin ha risposto invadendo l’Ucraina il 24 febbraio di quest’anno.

    In secondo luogo, l’amministrazione Biden ha reagito allo scoppio della guerra raddoppiando l’attacco alla Russia. Washington e i suoi alleati occidentali si sono impegnati a sconfiggere con decisione la Russia in Ucraina e a ricorrere a sanzioni complete per indebolire notevolmente il potere russo. Gli Stati Uniti non sono seriamente interessati a trovare una soluzione diplomatica alla guerra, il che significa che la guerra probabilmente si trascinerà per mesi, se non per anni. Nel frattempo, l’Ucraina, che ha già sofferto molto, subirà un danno ancora maggiore. In sostanza, gli Stati Uniti stanno aiutando l’Ucraina a imboccare il sentiero della primula. Inoltre, c’è il rischio che la guerra si inasprisca, perché la NATO potrebbe essere trascinata nei combattimenti e potrebbero essere usate armi nucleari. Viviamo in tempi pericolosi.

    Vorrei ora esporre la mia argomentazione in modo più dettagliato, iniziando con una descrizione della saggezza convenzionale sulle cause del conflitto ucraino.

    La saggezza convenzionale

    In Occidente si è diffusa la convinzione che Putin sia l’unico responsabile della crisi ucraina e certamente della guerra in corso. Si dice che abbia ambizioni imperiali, cioè che sia intenzionato a conquistare l’Ucraina e anche altri Paesi, allo scopo di creare una grande Russia che assomigli in qualche modo all’ex Unione Sovietica. In altre parole, l’Ucraina è il primo obiettivo di Putin, ma non l’ultimo. Come ha detto uno studioso, Putin “agisce per un obiettivo sinistro e a lungo perseguito: cancellare l’Ucraina dalla mappa del mondo”. Visti i presunti obiettivi di Putin, ha perfettamente senso che la Finlandia e la Svezia si uniscano alla NATO e che l’alleanza aumenti i suoi livelli di forza nell’Europa orientale. La Russia imperiale, dopo tutto, deve essere contenuta.

    Sebbene questa narrazione venga ripetuta in continuazione dai media mainstream e da quasi tutti i leader occidentali, non ci sono prove a sostegno. Nella misura in cui i sostenitori della saggezza convenzionale forniscono prove, queste hanno poca o nessuna attinenza con i motivi che hanno spinto Putin a invadere l’Ucraina. Ad esempio, alcuni sottolineano che Putin ha detto che l’Ucraina è uno “Stato artificiale” o non uno “Stato reale”. Tali commenti opachi, tuttavia, non dicono nulla sulle ragioni che lo hanno spinto a entrare in guerra. Lo stesso vale per la dichiarazione di Putin che considera russi e ucraini come “un unico popolo” con una storia comune. Altri sottolineano che ha definito il crollo dell’Unione Sovietica “la più grande catastrofe geopolitica del secolo”. Naturalmente, Putin ha anche detto: “Chi non ha nostalgia dell’Unione Sovietica non ha cuore. Chi la rivuole indietro non ha cervello”. Altri ancora fanno riferimento a un discorso in cui ha dichiarato che “l’Ucraina moderna è stata interamente creata dalla Russia o, per essere più precisi, dalla Russia bolscevica e comunista”. Ma come ha continuato a dire in quello stesso discorso, in riferimento all’indipendenza dell’Ucraina di oggi: “Certo, non possiamo cambiare gli eventi passati, ma dobbiamo almeno ammetterli apertamente e onestamente”.

    Per sostenere che Putin fosse intenzionato a conquistare tutta l’Ucraina e a incorporarla alla Russia, è necessario fornire le prove che, in primo luogo, pensava che fosse un obiettivo desiderabile, in secondo luogo che fosse un obiettivo fattibile e, in terzo luogo, che intendesse perseguirlo. Non c’è alcuna prova nei documenti pubblici che Putin stesse pensando, e tanto meno intendesse, porre fine all’Ucraina come Stato indipendente e renderla parte della grande Russia quando ha inviato le sue truppe in Ucraina il 24 febbraio.

    In realtà, ci sono prove significative che Putin riconosce l’Ucraina come Paese indipendente. Nell’articolo del 12 luglio 2021 sulle relazioni russo-ucraine, che i sostenitori della saggezza convenzionale spesso indicano come prova delle sue ambizioni imperiali, Putin dice al popolo ucraino: “Volete creare un vostro Stato: siete i benvenuti!”. Per quanto riguarda il modo in cui la Russia dovrebbe trattare l’Ucraina, scrive: “C’è solo una risposta: con rispetto”. Conclude questo lungo articolo con le seguenti parole: “E cosa sarà l’Ucraina, spetta ai suoi cittadini deciderlo”. È difficile conciliare queste dichiarazioni con l’affermazione di voler incorporare l’Ucraina in una grande Russia.

    Nello stesso articolo del 12 luglio 2021 e in un altro importante discorso tenuto il 21 febbraio di quest’anno, Putin ha sottolineato che la Russia accetta “la nuova realtà geopolitica che ha preso forma dopo la dissoluzione dell’URSS”. Lo ha ribadito per la terza volta il 24 febbraio, quando ha annunciato che la Russia avrebbe invaso l’Ucraina. In particolare, ha dichiarato che “non è nostra intenzione occupare il territorio ucraino” e ha chiarito di rispettare la sovranità ucraina, ma solo fino a un certo punto: “la Russia non può sentirsi sicura, svilupparsi ed esistere mentre affronta una minaccia permanente dal territorio dell’attuale Ucraina”. In sostanza, Putin non era interessato a fare dell’Ucraina una parte della Russia; era interessato ad assicurarsi che non diventasse un “trampolino di lancio” per l’aggressione occidentale contro la Russia, un argomento di cui parlerò meglio tra poco.

    Si potrebbe obiettare che Putin stesse mentendo sulle sue motivazioni, che stesse cercando di mascherare le sue ambizioni imperiali. Ho scritto un libro sulla menzogna in politica internazionale – Why Leaders Lie: The Truth about Lying in International Politics – e mi sembra chiaro che Putin non stesse mentendo. Tanto per cominciare, una delle mie principali scoperte è che i leader non mentono molto tra di loro; mentono più spesso al proprio pubblico. Per quanto riguarda Putin, qualunque cosa si pensi di lui, non ha una storia di bugie ad altri leader. Sebbene alcuni sostengano che menta spesso e che non ci si possa fidare di lui, ci sono poche prove che abbia mentito a un pubblico straniero. Inoltre, negli ultimi due anni ha espresso pubblicamente il suo pensiero sull’Ucraina in numerose occasioni e ha sempre sottolineato che la sua principale preoccupazione sono le relazioni dell’Ucraina con l’Occidente, in particolare con la NATO. Non ha mai accennato a voler far diventare l’Ucraina parte della Russia. Se questo comportamento facesse parte di una gigantesca campagna di inganno, non avrebbe precedenti nella storia.

    Forse il miglior indicatore del fatto che Putin non è intenzionato a conquistare e assorbire l’Ucraina è la strategia militare che Mosca ha impiegato fin dall’inizio della campagna. L’esercito russo non ha cercato di conquistare tutta l’Ucraina. Ciò avrebbe richiesto una classica strategia di guerra lampo che mirava a conquistare rapidamente tutta l’Ucraina con forze corazzate supportate da una potenza aerea tattica. Questa strategia, tuttavia, non era fattibile, perché l’esercito d’invasione russo contava solo 190.000 soldati, una forza troppo esigua per sconfiggere e occupare l’Ucraina, che non solo è il Paese più grande tra l’Oceano Atlantico e la Russia, ma ha anche una popolazione di oltre 40 milioni di abitanti. Non sorprende che i russi abbiano perseguito una strategia dagli obiettivi limitati, che si è concentrata sulla cattura o sulla minaccia di Kiev e sulla conquista di un’ampia fascia di territorio nell’Ucraina orientale e meridionale. In breve, la Russia non aveva la capacità di sottomettere tutta l’Ucraina, tanto meno di conquistare altri Paesi dell’Europa orientale.

    Come ha osservato Ramzy Mardini, un altro indicatore significativo degli obiettivi limitati di Putin è che non ci sono prove che la Russia stesse preparando un governo fantoccio per l’Ucraina, coltivando i leader filorussi a Kiev o perseguendo misure politiche che avrebbero reso possibile l’occupazione dell’intero Paese e la sua eventuale integrazione nella Russia.

    Per fare un ulteriore passo avanti, Putin e gli altri leader russi hanno sicuramente capito dalla Guerra Fredda che occupare i Paesi nell’era del nazionalismo è invariabilmente una ricetta per problemi senza fine. L’esperienza sovietica in Afghanistan è un esempio lampante di questo fenomeno, ma più rilevante per la questione in oggetto sono le relazioni di Mosca con i suoi alleati in Europa orientale. L’Unione Sovietica ha mantenuto un’enorme presenza militare in quella regione ed è stata coinvolta nella politica di quasi tutti i Paesi che vi si trovano. Questi alleati, tuttavia, erano spesso una spina nel fianco di Mosca. Nel 1953 l’Unione Sovietica sedò un’importante insurrezione nella Germania dell’Est, poi invase l’Ungheria nel 1956 e la Cecoslovacchia nel 1968 per tenerli in riga. In Polonia si verificarono gravi problemi nel 1956, nel 1970 e di nuovo nel 1980-1981. Sebbene le autorità polacche abbiano affrontato questi eventi, essi sono serviti a ricordare che l’intervento potrebbe essere necessario. L’Albania, la Romania e la Jugoslavia causavano regolarmente problemi a Mosca, ma i leader sovietici tendevano a tollerare il loro comportamento scorretto, perché la loro posizione li rendeva meno importanti per scoraggiare la NATO.

    E l’Ucraina contemporanea? È evidente dal saggio di Putin del 12 luglio 2021 che in quel momento aveva capito che il nazionalismo ucraino è una forza potente e che la guerra civile nel Donbass, in corso dal 2014, aveva fatto molto per avvelenare le relazioni tra Russia e Ucraina. Sapeva sicuramente che la forza d’invasione russa non sarebbe stata accolta a braccia aperte dagli ucraini e che sarebbe stato un compito erculeo per la Russia sottomettere l’Ucraina se avesse avuto le forze necessarie per conquistare l’intero Paese, cosa che non aveva.

    Infine, vale la pena notare che quasi nessuno ha sostenuto che Putin avesse ambizioni imperiali dal momento in cui ha preso le redini del potere nel 2000 fino allo scoppio della crisi ucraina, il 22 febbraio 2014. In realtà, il leader russo è stato invitato al vertice NATO dell’aprile 2008 a Bucarest, dove l’alleanza ha annunciato che l’Ucraina e la Georgia sarebbero diventate membri. L’opposizione di Putin a quell’annuncio non ha avuto quasi alcun effetto su Washington, perché la Russia è stata giudicata troppo debole per fermare un ulteriore allargamento della NATO, così come era stata troppo debole per fermare le ondate di espansione del 1999 e del 2004.

    A questo proposito, è importante notare che l’espansione della NATO prima del febbraio 2014 non mirava a contenere la Russia. Dato il triste stato della potenza militare russa, Mosca non era in grado di perseguire politiche revansciste in Europa orientale. L’ex ambasciatore americano a Mosca Michael McFaul osserva che la presa della Crimea da parte di Putin non era stata pianificata prima dello scoppio della crisi nel 2014; è stata una mossa impulsiva in risposta al colpo di Stato che ha rovesciato il leader filorusso dell’Ucraina. In breve, l’allargamento della NATO non aveva lo scopo di contenere la minaccia russa, ma era invece parte di una politica più ampia volta a diffondere l’ordine internazionale liberale nell’Europa orientale e a far assomigliare l’intero continente all’Europa occidentale.

    È stato solo con lo scoppio della crisi ucraina, nel febbraio 2014, che gli Stati Uniti e i loro alleati hanno improvvisamente iniziato a descrivere Putin come un leader pericoloso con ambizioni imperiali e la Russia come una seria minaccia militare che doveva essere contenuta. Cosa ha causato questo cambiamento? Questa nuova retorica è stata concepita per uno scopo essenziale: permettere all’Occidente di incolpare Putin per lo scoppio dei problemi in Ucraina. E ora che la crisi si è trasformata in una guerra su larga scala, è imperativo assicurarsi che sia l’unico responsabile di questa disastrosa svolta degli eventi. Questo gioco dello scaricabarile spiega perché Putin è ora ampiamente dipinto come un imperialista qui in Occidente, anche se non c’è quasi nessuna prova a sostegno di questa prospettiva.

    Passiamo ora alla vera causa della crisi ucraina.

    La vera causa dei problemi

    La radice della crisi è lo sforzo guidato dagli americani di fare dell’Ucraina un baluardo occidentale ai confini della Russia. Questa strategia si articola su tre assi: integrare l’Ucraina nell’UE, trasformarla in una democrazia liberale filo-occidentale e, soprattutto, incorporarla nella NATO. La strategia è stata messa in moto al vertice annuale della NATO a Bucarest nell’aprile 2008, quando l’alleanza ha annunciato che l’Ucraina e la Georgia “diventeranno membri”. I leader russi hanno reagito immediatamente con indignazione, chiarendo che vedevano questa decisione come una minaccia esistenziale e che non avevano intenzione di lasciare che nessuno dei due Paesi entrasse nella NATO. Secondo un autorevole giornalista russo, Putin “è andato su tutte le furie” e ha avvertito che “se l’Ucraina entra nella NATO, lo farà senza la Crimea e le regioni orientali. Semplicemente cadrà a pezzi”.

    William Burns, oggi a capo della CIA, ma ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca all’epoca del vertice di Bucarest, ha scritto una nota all’allora Segretario di Stato Condoleezza Rice che descrive sinteticamente il pensiero russo in materia. Nelle sue parole: “L’ingresso dell’Ucraina nella NATO è la più brillante di tutte le linee rosse per l’élite russa (non solo per Putin). In più di due anni e mezzo di conversazioni con i principali attori russi, dai tirapiedi nei recessi oscuri del Cremlino ai più acuti critici liberali di Putin, non ho ancora trovato nessuno che veda l’Ucraina nella NATO come qualcosa di diverso da una sfida diretta agli interessi russi”. La NATO, ha detto, “sarebbe vista… come un lancio del guanto di sfida strategico. La Russia di oggi risponderà. Le relazioni russo-ucraine entreranno in un gelo profondo… Si creerà un terreno fertile per l’ingerenza russa in Crimea e nell’Ucraina orientale”.

    Burns, naturalmente, non è stato l’unico politico a capire che l’ingresso dell’Ucraina nella NATO era pericoloso. Al Vertice di Bucarest, infatti, sia il Cancelliere tedesco Angela Merkel che il Presidente francese Nicolas Sarkozy si sono opposti all’adesione dell’Ucraina alla NATO perché sapevano che avrebbe allarmato e irritato la Russia. La Merkel ha recentemente spiegato la sua opposizione: “Ero molto sicura… che Putin non avrebbe permesso che ciò accadesse. Dal suo punto di vista, sarebbe una dichiarazione di guerra”.

    L’amministrazione Bush, tuttavia, si è preoccupata poco delle “linee rosse più luminose” di Mosca e ha fatto pressione sui leader francese e tedesco affinché accettassero di rilasciare un comunicato pubblico in cui si dichiarava che l’Ucraina e la Georgia si sarebbero unite all’alleanza.

    Non sorprende che lo sforzo guidato dagli americani per integrare la Georgia nella NATO sia sfociato in una guerra tra Georgia e Russia nell’agosto 2008, quattro mesi dopo il vertice di Bucarest. Ciononostante, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno continuato a portare avanti i loro piani per fare dell’Ucraina un bastione occidentale ai confini della Russia. Questi sforzi hanno finito per scatenare una grave crisi nel febbraio 2014, dopo che una rivolta sostenuta dagli Stati Uniti ha causato la fuga del presidente filorusso Viktor Yanukovych. Questi è stato sostituito dal primo ministro filo-americano Arseniy Yatsenyuk. In risposta, la Russia si è impossessata della Crimea e ha contribuito ad alimentare una guerra civile tra i separatisti filorussi e il governo ucraino nella regione del Donbass, nell’Ucraina orientale.

    Spesso si sente dire che negli otto anni trascorsi tra lo scoppio della crisi nel febbraio 2014 e l’inizio della guerra nel febbraio 2022, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno prestato poca attenzione all’ingresso dell’Ucraina nella NATO. In effetti, la questione era stata tolta dal tavolo e quindi l’allargamento della NATO non poteva essere una causa importante dell’escalation della crisi nel 2021 e del successivo scoppio della guerra all’inizio di quest’anno. Questa linea di argomentazione è falsa. In realtà, la risposta occidentale agli eventi del 2014 è stata quella di raddoppiare la strategia esistente e di avvicinare ulteriormente l’Ucraina alla NATO. L’Alleanza ha iniziato ad addestrare le forze armate ucraine nel 2014, con una media di 10.000 truppe addestrate all’anno negli otto anni successivi. Nel dicembre 2017, l’amministrazione Trump ha deciso di fornire a Kiev “armi difensive”. Altri Paesi della NATO sono entrati presto in azione, inviando ancora più armi all’Ucraina.

    L’esercito ucraino ha anche iniziato a partecipare a esercitazioni militari congiunte con le forze della NATO. Nel luglio 2021, Kiev e Washington hanno ospitato congiuntamente l’operazione Sea Breeze, un’esercitazione navale nel Mar Nero che comprendeva le marine di 31 Paesi e aveva come obiettivo diretto la Russia. Due mesi dopo, nel settembre 2021, l’esercito ucraino ha condotto Rapid Trident 21, che l’Esercito degli Stati Uniti ha descritto come “un’esercitazione annuale progettata per migliorare l’interoperabilità tra le nazioni alleate e partner, per dimostrare che le unità sono pronte a rispondere a qualsiasi crisi”. Lo sforzo della NATO per armare e addestrare le forze armate ucraine spiega in buona parte perché queste si siano comportate così bene contro le forze russe nella guerra in corso. Come titola il Wall Street Journal, “Il segreto del successo militare dell’Ucraina: Anni di addestramento NATO”.

    Oltre ai continui sforzi della NATO per rendere l’esercito ucraino una forza combattente più formidabile, nel 2021 è cambiata la politica che circonda l’adesione dell’Ucraina alla NATO e la sua integrazione nell’Occidente. Sia a Kiev che a Washington c’è stato un rinnovato entusiasmo nel perseguire questi obiettivi. Il Presidente Zelensky, che non aveva mai mostrato grande entusiasmo per l’ingresso dell’Ucraina nella NATO e che era stato eletto nel marzo 2019 su una piattaforma che chiedeva di lavorare con la Russia per risolvere la crisi in corso, all’inizio del 2021 ha invertito la rotta e non solo ha abbracciato l’espansione della NATO, ma ha anche adottato un approccio duro nei confronti di Mosca. Ha fatto una serie di mosse – tra cui la chiusura di stazioni televisive filorusse e l’accusa di tradimento a un amico intimo di Putin – che hanno sicuramente irritato Mosca.

    Il Presidente Biden, che si è insediato alla Casa Bianca nel gennaio 2021, era da tempo impegnato a far entrare l’Ucraina nella NATO ed era anche un super falco nei confronti della Russia. Non sorprende che il 14 giugno 2021, in occasione del vertice annuale di Bruxelles, la NATO abbia emesso il seguente comunicato:

    Ribadiamo la decisione presa al Vertice di Bucarest del 2008, secondo cui l’Ucraina diventerà membro dell’Alleanza con il Piano d’Azione per l’Adesione (MAP) come parte integrante del processo; riaffermiamo tutti gli elementi di quella decisione, così come le decisioni successive, compreso il fatto che ogni partner sarà giudicato in base ai propri meriti. Sosteniamo fermamente il diritto dell’Ucraina di decidere il proprio futuro e il proprio corso di politica estera senza interferenze esterne.

    Il 1° settembre 2021, Zelensky ha visitato la Casa Bianca, dove Biden ha chiarito che gli Stati Uniti sono “fermamente impegnati” nelle “aspirazioni euro-atlantiche dell’Ucraina”. Il 10 novembre 2021, poi, il Segretario di Stato Antony Blinken e il suo omologo ucraino, Dmytro Kuleba, hanno firmato un importante documento: la “Carta del partenariato strategico USA-Ucraina”. L’obiettivo di entrambe le parti, si legge nel documento, è quello di “sottolineare… l’impegno per l’attuazione da parte dell’Ucraina delle riforme profonde e complete necessarie per la piena integrazione nelle istituzioni europee ed euro-atlantiche”. Questo documento si basa esplicitamente non solo sugli “impegni presi per rafforzare il partenariato strategico Ucraina-Stati Uniti dai Presidenti Zelensky e Biden”, ma riafferma anche l’impegno degli Stati Uniti alla “Dichiarazione del Vertice di Bucarest del 2008”.

    In breve, ci sono pochi dubbi sul fatto che a partire dall’inizio del 2021 l’Ucraina abbia iniziato a muoversi rapidamente verso l’adesione alla NATO. Tuttavia, alcuni sostenitori di questa politica sostengono che Mosca non avrebbe dovuto preoccuparsi, perché “la NATO è un’alleanza difensiva e non rappresenta una minaccia per la Russia”. Ma non è così che Putin e gli altri leader russi pensano della NATO ed è quello che pensano che conta. Non c’è dubbio che l’adesione dell’Ucraina alla NATO sia rimasta la “linea rossa più luminosa” per Mosca.

    Per far fronte a questa crescente minaccia, Putin ha dislocato un numero sempre maggiore di truppe russe al confine con l’Ucraina tra il febbraio 2021 e il febbraio 2022. Il suo obiettivo era quello di costringere Biden e Zelensky a cambiare rotta e a interrompere i loro sforzi per integrare l’Ucraina nell’Occidente. Il 17 dicembre 2021, Mosca ha inviato lettere separate all’amministrazione Biden e alla NATO chiedendo una garanzia scritta che: 1) l’Ucraina non sarebbe entrata a far parte della NATO, 2) nessuna arma offensiva sarebbe stata posizionata vicino ai confini della Russia e 3) le truppe e le attrezzature della NATO trasferite in Europa orientale dal 1997 sarebbero state riportate in Europa occidentale.

    In questo periodo Putin ha rilasciato numerose dichiarazioni pubbliche che non lasciano dubbi sul fatto che consideri l’espansione della NATO in Ucraina come una minaccia esistenziale. Parlando al Consiglio del Ministero della Difesa il 21 dicembre 2021, ha dichiarato: “Quello che stanno facendo, o cercando o pianificando di fare in Ucraina, non sta accadendo a migliaia di chilometri di distanza dal nostro confine nazionale. È alle porte di casa nostra. Devono capire che non abbiamo più un posto dove ritirarci. Pensano davvero che non vediamo queste minacce? O pensano che resteremo inerti a guardare le minacce alla Russia?”. Due mesi dopo, in una conferenza stampa del 22 febbraio 2022, pochi giorni prima dell’inizio della guerra, Putin ha dichiarato: “Siamo categoricamente contrari all’ingresso dell’Ucraina nella NATO perché questo rappresenta una minaccia per noi, e abbiamo argomenti a sostegno. Ne ho parlato ripetutamente in questa sala”. Ha poi chiarito che riconosce che l’Ucraina sta diventando un membro de facto della NATO. Gli Stati Uniti e i loro alleati, ha detto, “continuano a rifornire le attuali autorità di Kiev di armi moderne”. Ha poi aggiunto che se questo non venisse fermato, Mosca “si ritroverebbe con una ‘anti-Russia’ armata fino ai denti. Questo è totalmente inaccettabile”.

    La logica di Putin dovrebbe avere perfettamente senso per gli americani, che da tempo sono impegnati nella Dottrina Monroe, che stabilisce che nessuna grande potenza lontana è autorizzata a piazzare forze militari nell’emisfero occidentale.

    Vorrei far notare che in tutte le dichiarazioni pubbliche di Putin nei mesi precedenti la guerra, non c’è un briciolo di prova che stesse pensando di conquistare l’Ucraina e renderla parte della Russia, tanto meno di attaccare altri Paesi dell’Europa orientale. Anche altri leader russi – tra cui il ministro della Difesa, il ministro degli Esteri, il vice ministro degli Esteri e l’ambasciatore russo a Washington – hanno sottolineato la centralità dell’espansione della NATO come causa della crisi ucraina. Il Ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha chiarito il punto in una conferenza stampa del 14 gennaio 2022, quando ha affermato che “la chiave di tutto è la garanzia che la NATO non si espanderà verso est”.

    Tuttavia, gli sforzi di Lavrov e Putin per convincere gli Stati Uniti e i loro alleati ad abbandonare gli sforzi per fare dell’Ucraina un baluardo occidentale al confine con la Russia sono completamente falliti. Il Segretario di Stato Antony Blinken ha risposto alle richieste russe di metà dicembre dicendo semplicemente: “Non c’è nessun cambiamento. Non ci sarà alcun cambiamento”. Putin ha quindi lanciato un’invasione dell’Ucraina per eliminare la minaccia che vedeva nella NATO.

    Dove siamo ora e dove stiamo andando?

    La guerra in Ucraina infuria da quasi quattro mesi. Vorrei ora offrire alcune osservazioni su ciò che è accaduto finora e su dove la guerra potrebbe essere diretta. Affronterò tre questioni specifiche: 1) le conseguenze della guerra per l’Ucraina; 2) le prospettive di escalation, compresa quella nucleare; 3) le prospettive di porre fine alla guerra nel prossimo futuro.

    Questa guerra è un disastro totale per l’Ucraina. Come ho osservato in precedenza, Putin ha chiarito nel 2008 che la Russia avrebbe distrutto l’Ucraina per impedirle di aderire alla NATO. Sta mantenendo la promessa. Le forze russe hanno conquistato il 20% del territorio ucraino e hanno distrutto o gravemente danneggiato molte città e paesi ucraini. Più di 6,5 milioni di ucraini sono fuggiti dal Paese e più di 8 milioni sono sfollati all’interno. Molte migliaia di ucraini – compresi civili innocenti – sono morti o gravemente feriti e l’economia ucraina è in crisi. La Banca Mondiale stima che l’economia ucraina si ridurrà di quasi il 50% nel corso del 2022. Si stima che siano stati inflitti all’Ucraina danni per circa 100 miliardi di dollari e che ci vorrà quasi un trilione di dollari per ricostruire il Paese. Nel frattempo, Kiev ha bisogno di circa 5 miliardi di dollari di aiuti al mese solo per far funzionare il governo.

    Inoltre, sembra che ci siano poche speranze che l’Ucraina possa riottenere presto l’uso dei suoi porti sul Mar d’Azov e sul Mar Nero. Prima della guerra, circa il 70% di tutte le esportazioni e importazioni ucraine – e il 98% delle esportazioni di grano – passavano attraverso questi porti. Questa è la situazione di base dopo meno di 4 mesi di combattimenti. È spaventoso pensare a come sarà l’Ucraina se questa guerra si protrarrà ancora per qualche anno.

    Quali sono dunque le prospettive di negoziare un accordo di pace e di porre fine alla guerra nei prossimi mesi? Mi dispiace dire che non vedo la possibilità che questa guerra finisca in tempi brevi, un’opinione condivisa da politici di spicco come il generale Mark Milley, presidente del JCS, e il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg. La ragione principale del mio pessimismo è che sia la Russia che gli Stati Uniti sono profondamente impegnati a vincere la guerra ed è impossibile trovare un accordo che veda la vittoria di entrambe le parti. Per essere più precisi, la chiave per un accordo dal punto di vista della Russia è rendere l’Ucraina uno Stato neutrale, ponendo fine alla prospettiva di integrare Kiev nell’Occidente. Ma questo risultato è inaccettabile per l’amministrazione Biden e per gran parte dell’establishment della politica estera americana, perché rappresenterebbe una vittoria per la Russia.

    I leader ucraini hanno naturalmente un’agenzia e si potrebbe sperare che spingano per la neutralizzazione per risparmiare ulteriori danni al loro Paese. In effetti, Zelensky ha menzionato brevemente questa possibilità nei primi giorni della guerra, ma non l’ha mai perseguita seriamente. Ci sono poche possibilità, tuttavia, che Kiev spinga per la neutralizzazione, perché gli ultranazionalisti ucraini, che detengono un potere politico significativo, non hanno alcun interesse a cedere alle richieste della Russia, specialmente a quelle che dettano l’allineamento politico dell’Ucraina con il mondo esterno. È probabile che l’amministrazione Biden e i Paesi della sponda orientale della NATO, come la Polonia e gli Stati baltici, sostengano gli ultranazionalisti ucraini su questo tema.

    Per complicare ulteriormente le cose, come ci si comporta con le ampie porzioni di territorio ucraino che la Russia ha conquistato dall’inizio della guerra e con il destino della Crimea? È difficile immaginare che Mosca rinunci volontariamente a uno qualsiasi dei territori ucraini che ora occupa, tanto meno a tutto, poiché gli obiettivi territoriali di Putin oggi non sono probabilmente gli stessi che aveva prima della guerra. Allo stesso tempo, è altrettanto difficile immaginare che un leader ucraino accetti un accordo che permetta alla Russia di mantenere qualsiasi territorio ucraino, tranne forse la Crimea. Spero di sbagliarmi, ma è per questo che non vedo la fine di questa guerra rovinosa.

    Passo ora alla questione dell’escalation. È opinione diffusa tra gli studiosi di relazioni internazionali che le guerre prolungate abbiano una forte tendenza all’escalation. Col tempo, altri Paesi possono essere trascinati nella lotta e il livello di violenza è destinato ad aumentare. La possibilità che ciò accada nella guerra in Ucraina è reale. C’è il rischio che gli Stati Uniti e i suoi alleati della NATO vengano trascinati nei combattimenti, cosa che sono stati in grado di evitare fino a questo momento, anche se stanno già conducendo una guerra per procura contro la Russia. C’è anche la possibilità che vengano usate armi nucleari in Ucraina e che si arrivi a uno scambio nucleare tra Russia e Stati Uniti. La ragione di fondo per cui questi esiti potrebbero realizzarsi è che la posta in gioco è così alta per entrambe le parti e quindi nessuna può permettersi di perdere.

    Come ho sottolineato, Putin e i suoi luogotenenti ritengono che l’adesione dell’Ucraina all’Occidente sia una minaccia esistenziale per la Russia che deve essere eliminata. In termini pratici, ciò significa che la Russia deve vincere la sua guerra in Ucraina. La sconfitta è inaccettabile. L’amministrazione Biden, invece, ha sottolineato che il suo obiettivo non è solo quello di sconfiggere in modo decisivo la Russia in Ucraina, ma anche di usare le sanzioni per infliggere danni massicci all’economia russa. Il Segretario alla Difesa Lloyd Austin ha sottolineato che l’obiettivo dell’Occidente è indebolire la Russia al punto da impedirle di invadere nuovamente l’Ucraina. In effetti, l’amministrazione Biden è impegnata a far uscire la Russia dal novero delle grandi potenze. Allo stesso tempo, lo stesso Presidente Biden ha definito la guerra della Russia in Ucraina un “genocidio” e ha accusato Putin di essere un “criminale di guerra” che dovrebbe affrontare un “processo per crimini di guerra” dopo la guerra. Una tale retorica non si presta certo a negoziare la fine della guerra. Dopo tutto, come si fa a negoziare con uno Stato genocida?

    La politica americana ha due conseguenze significative. Innanzitutto, amplifica notevolmente la minaccia esistenziale che Mosca deve affrontare in questa guerra e rende più importante che mai la sua vittoria in Ucraina. Allo stesso tempo, significa che gli Stati Uniti sono profondamente impegnati ad assicurarsi che la Russia perda. L’amministrazione Biden ha investito così tanto nella guerra in Ucraina – sia materialmente che retoricamente – che una vittoria russa rappresenterebbe una sconfitta devastante per Washington.

    Ovviamente, entrambe le parti non possono vincere. Inoltre, c’è la seria possibilità che una delle due parti inizi a perdere pesantemente. Se la politica americana avrà successo e i russi perderanno contro gli ucraini sul campo di battaglia, Putin potrebbe ricorrere alle armi nucleari per salvare la situazione. Il direttore dell’intelligence nazionale statunitense, Avril Haines, ha dichiarato a maggio alla Commissione per i servizi armati del Senato che questa è una delle due situazioni che potrebbero portare Putin a usare le armi nucleari in Ucraina. Per coloro che pensano che questo sia improbabile, ricordiamo che la NATO ha pianificato l’uso di armi nucleari in circostanze simili durante la Guerra Fredda. Se la Russia dovesse impiegare armi nucleari in Ucraina, è impossibile dire come reagirebbe l’amministrazione Biden, ma sicuramente sarebbe sottoposta a forti pressioni per una ritorsione, sollevando così la possibilità di una guerra nucleare tra grandi potenze. C’è un paradosso perverso in gioco: più gli Stati Uniti e i loro alleati riescono a raggiungere i loro obiettivi, più è probabile che la guerra diventi nucleare.

    Ribaltiamo la situazione e chiediamoci cosa accadrebbe se gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO sembrassero avviarsi verso la sconfitta, il che significa che i russi stanno instradando l’esercito ucraino e il governo di Kiev si muove per negoziare un accordo di pace volto a salvare la maggior parte possibile del Paese. In tal caso, gli Stati Uniti e i loro alleati subirebbero forti pressioni per un coinvolgimento ancora più profondo nei combattimenti. Non è probabile, ma certamente possibile, che truppe americane o forse polacche vengano coinvolte nei combattimenti, il che significa che la NATO sarebbe letteralmente in guerra con la Russia. Questo è l’altro scenario, secondo Avril Haines, in cui i russi potrebbero ricorrere alle armi nucleari. È difficile dire con precisione come si svolgeranno gli eventi se questo scenario dovesse realizzarsi, ma è indubbio che ci sarà un serio potenziale di escalation, compresa l’escalation nucleare. La sola possibilità di questo esito dovrebbe far venire i brividi.

    È probabile che questa guerra abbia altre conseguenze disastrose, che non posso discutere in dettaglio per motivi di tempo. Per esempio, c’è ragione di pensare che la guerra porterà a una crisi alimentare mondiale in cui moriranno molti milioni di persone. Il presidente della Banca Mondiale, David Malpass, sostiene che se la guerra in Ucraina continuerà, ci troveremo di fronte a una crisi alimentare globale che sarà una “catastrofe umana”.

    Inoltre, le relazioni tra la Russia e l’Occidente sono state così profondamente avvelenate che ci vorranno molti anni per ripararle. Nel frattempo, questa profonda ostilità alimenterà l’instabilità in tutto il mondo, ma soprattutto in Europa. Qualcuno dirà che c’è un lato positivo: le relazioni tra i Paesi occidentali sono nettamente migliorate a causa della guerra in Ucraina. Questo è vero per il momento, ma ci sono profonde spaccature sotto la superficie, destinate a riaffermarsi nel tempo. Ad esempio, è probabile che le relazioni tra i Paesi dell’Europa orientale e occidentale si deteriorino con il protrarsi della guerra, perché i loro interessi e le loro prospettive sul conflitto non sono gli stessi.

    Infine, il conflitto sta già danneggiando l’economia globale in modo significativo e la situazione è destinata a peggiorare con il tempo. Jamie Diamond, amministratore delegato di JPMorgan Chase, sostiene che dovremmo prepararci a un “uragano” economico. Se ha ragione, questi shock economici influenzeranno la politica di tutti i Paesi occidentali, minando la democrazia liberale e rafforzando i suoi oppositori sia a destra che a sinistra. Le conseguenze economiche della guerra in Ucraina si estenderanno ai Paesi di tutto il pianeta, non solo all’Occidente. Come ha affermato l’ONU in un rapporto pubblicato la settimana scorsa: “Gli effetti a catena del conflitto stanno estendendo la sofferenza umana ben oltre i suoi confini. La guerra, in tutte le sue dimensioni, ha esacerbato una crisi globale del costo della vita mai vista da almeno una generazione, compromettendo vite, mezzi di sussistenza e le nostre aspirazioni a un mondo migliore entro il 2030”.

    Conclusione

    In poche parole, il conflitto in corso in Ucraina è un disastro colossale che, come ho notato all’inizio del mio intervento, porterà le persone di tutto il mondo a cercarne le cause. Coloro che credono nei fatti e nella logica scopriranno rapidamente che gli Stati Uniti e i loro alleati sono i principali responsabili di questo disastro ferroviario. La decisione dell’aprile 2008 di far entrare l’Ucraina e la Georgia nella NATO era destinata a portare a un conflitto con la Russia. L’amministrazione Bush è stata la principale artefice di quella fatidica scelta, ma le amministrazioni Obama, Trump e Biden hanno raddoppiato questa politica in ogni occasione e gli alleati dell’America hanno doverosamente seguito la guida di Washington. Anche se i leader russi hanno detto chiaramente che l’ingresso dell’Ucraina nella NATO avrebbe significato oltrepassare “la più luminosa delle linee rosse”, gli Stati Uniti si sono rifiutati di assecondare le più profonde preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza e si sono invece mossi senza sosta per fare dell’Ucraina un baluardo occidentale al confine con la Russia.

    La tragica verità è che se l’Occidente non avesse perseguito l’espansione della NATO in Ucraina, è improbabile che oggi ci sia una guerra in Ucraina e che la Crimea faccia ancora parte dell’Ucraina. In sostanza, Washington ha avuto un ruolo centrale nel condurre l’Ucraina sulla strada della distruzione. La storia giudicherà duramente gli Stati Uniti e i loro alleati per la loro politica straordinariamente insensata sull’Ucraina. Grazie.

    Autore

    John J. Mearsheimer è R. Wendell Harrison Distinguished Service Professor di Scienze politiche all’Università di Chicago. Tra i suoi numerosi libri ricordiamo The Great Delusion: Liberal Dreams and International Realities e The Tragedy of Great Power Politics.

     

  • Industrias del Orinoco, C.A. (Indorca) è una fabbrica senza padroni nella città industriale di Puerto Ordaz, nello Stato di Bolívar, sede delle industrie di base del Venezuela. I lavoratori di Indorca hanno condotto un’eroica lotta di tre anni per ottenere il controllo della fabbrica dopo che il precedente proprietario l’aveva fatta fallire. Dal 2015, quando il Ministero del Lavoro venezuelano ha esteso un mandato che conferisce ai lavoratori il controllo di Indorca, l’impresa è gestita democraticamente dalle donne e dagli uomini che producono qui ogni giorno.
    Nella prima parte di questa intervista in due parti, i lavoratori di Indorca ci raccontano la loro lotta per impedire ai vecchi padroni di smantellare la fabbrica e riprendere il controllo dell’impianto. Nella seconda parte scopriremo la lotta per mantenere la fabbrica a galla in un Paese sanzionato e le iniziative educative di Indorca.

    Una storia di lotta: Gli operai di Indorca occupano la fabbrica

    Dopo una serrata imposta dai proprietari, gli operai di Indorca organizzarono un presidio per proteggere la fabbrica. Hanno dormito nella “maloca” (struttura all’aperto con tetto e senza pareti) proprio fuori dallo stabilimento e hanno discusso su un modo più democratico di gestire le cose. Si sono anche mobilitati affinché il governo applicasse l’articolo 149 della Legge sul Lavoro, che dà diritto ai lavoratori di prendere il controllo di un’impresa quando il proprietario sabota il processo produttivo.

    Eliezer Perdomo: Indorca è un’officina metallurgica, costruita per servire le industrie di base della Guayana [nome storico usato per indicare lo Stato di Bolívar], da Sidor [impianto di produzione di acciaio di proprietà dello Stato] a Venalum e Alcasa [entrambi impianti di alluminio di proprietà dello Stato]. È stata fondata nel 1976. Il precedente proprietario era Oscar Jiménez Ayesa, un capitalista con interessi sia industriali che bancari.

    José Cedeño: Intorno al 2010, quando Chávez stava cercando di radicalizzare il processo bolivariano, si sono manifestati i primi segni di una guerra economica contro il popolo venezuelano. Qui in Guayana, i padroni hanno iniziato a trascinare i piedi in molte fabbriche private. Non pagavano i benefit ai lavoratori, hanno iniziato a licenziare e a creare di proposito strozzature nella catena di approvvigionamento.

    Tutto questo stava accadendo anche a Indorca, così nel 2011 abbiamo deciso di organizzare un sindacato. Inutile dire che i capi non hanno visto di buon occhio questo processo. Hanno licenziato diversi organizzatori nel bel mezzo di un processo di contrattazione collettiva, compreso me. I padroni hanno anche emesso un ordine restrittivo nei nostri confronti e non ci hanno permesso di entrare nel perimetro di Indorca. Tuttavia, questo non ci ha frenato: abbiamo continuato la lotta dalle corde.

    Erano tempi difficili, ma anche belli: eravamo senza lavoro, ma la solidarietà operaia ci teneva in vita, e abbiamo iniziato a pensare al nostro potenziale come classe: se producevamo le merci e i padroni sabotavano la produzione, potevamo prendere il controllo del processo?

    Nel 2012, appena due mesi dopo l’entrata in vigore della nuova legge sul lavoro, i padroni hanno chiuso l’impianto. Non sono stati gli unici a farlo: anche altre fabbriche private hanno chiuso i battenti. Si è trattato di uno sforzo di sabotaggio coordinato guidato da obiettivi politici. I padroni non volevano più Chávez, anche se molti avevano beneficiato per anni di crediti e contratti governativi.

    Quando il proprietario dichiarò bancarotta e chiuse l’attività a Indorca, divenne chiaro che voleva smantellare anche l’impianto. Questo era già successo in altre fabbriche e non volevamo che accadesse anche qui. Per questo motivo abbiamo organizzato un presidio di 24 ore per difendere gli impianti. Abbiamo dormito su pezzi di cartone e su amache nella maloca, mangiando la frutta che riuscivamo a raccogliere e le iguane che scoviamo. Tuttavia, abbiamo ricevuto anche la solidarietà dei lavoratori di altre imprese.

    Nel frattempo, abbiamo iniziato a pensare a un modello di produzione diverso, più vicino a noi: se prendevamo decisioni in un’assemblea in difesa di Indorca, perché non potevamo gestire collettivamente la fabbrica in modo assembleare? La situazione non era bella, ma stavamo imparando molto.

    Nel frattempo, i padroni introdussero una causa per violazione della proprietà privata contro 20 lavoratori, per cui dovemmo presentarci ai tribunali ogni due settimane per tre anni. Il proprietario ha anche inviato la Guardia Nazionale, la polizia e il SEBIN (Servizi di Intelligence Bolivariani) per perseguitarci.

    Levi García: Come ha detto José, abbiamo deciso di organizzare un sindacato nel 2011; quello esistente rispondeva agli interessi dei padroni. Il sindacato dei lavoratori ha ottenuto la maggioranza dei voti e abbiamo iniziato un processo di contrattazione collettiva. Abbiamo fatto progressi nelle trattative, ma quando si è arrivati alla questione degli incentivi economici, il processo si è fermato. Alla fine è dovuto intervenire il Ministero del Lavoro e abbiamo raggiunto un accordo. Poco dopo, però, l’azienda ha iniziato a licenziare i lavoratori.

    I capi hanno anche cercato di convincere alcuni di noi a collaborare al processo, cosa che ovviamente non abbiamo fatto. Alla fine hanno fermato la fabbrica. A quel punto abbiamo deciso di organizzarci per proteggere Indorca: sapevamo che se non lo avessimo fatto, gli uomini del padrone avrebbero smantellato la fabbrica.

    Finalmente, il 23 marzo 2015, abbiamo ottenuto il controllo di Indorca: il Ministero del Lavoro ci ha riconosciuto come legittimi amministratori della fabbrica e ha applicato l’articolo 149 della Legge sul Lavoro.

    Eliezer Perdomo: Il 30 luglio 2012 i padroni hanno licenziato tutti i lavoratori, li hanno messi su un autobus e hanno chiuso la fabbrica. Questi lavoratori non sono mai stati pagati.

    Era ovvio che dovevamo proteggere i mezzi di produzione, così abbiamo allestito una specie di accampamento nella maloca. Dovevamo dormire al freddo e procurarci il cibo da soli, ma non avremmo permesso a Oscar Jiménez di smantellare Indorca.

    Eravamo senza soldi e stanchi, ma continuavamo a lavorare. Il nostro spirito di corpo stava crescendo. Fu allora che cominciammo a prendere decisioni in un’assemblea permanente. Elaborammo un piano: alcuni sarebbero stati incaricati di proteggere la fabbrica, altri sarebbero andati a Caracas a farsi sentire, altri ancora avrebbero venduto biglietti della lotteria per finanziare la lotta.

    Levi García: Il 2013 è stato un anno molto difficile. Non avevamo lavoro né reddito, e ricordo che dicembre è stato molto duro perché non avevo soldi per comprare vestiti nuovi per i miei figli. Tuttavia, l’intera vicenda è stata anche una meravigliosa esperienza di apprendimento. La solidarietà e la fraternità reciproca sono emerse dalla veglia che abbiamo fatto nella maloca.

    Più tardi, ma sempre durante il periodo di stallo dei padroni, abbiamo iniziato a trovare dei lavori saltuari. Questo significava che, mentre le cose erano difficili, potevamo portare a casa qualcosa.

    Josefa Hurtado: Quegli anni sono stati davvero difficili: non avevamo stipendio, non avevamo lavoro, ma ci impegnavamo ad andare avanti. Il proprietario voleva che fallissimo, mentre noi volevamo continuare a produrre. Alla fine ci siamo riusciti. Siamo stati noi, gli operai, a riattivare lo stabilimento. Lo abbiamo fatto senza padroni e senza ingegneri.

    Victor Mujica: Mentre facevamo la guardia permanente per proteggere i beni dello stabilimento, abbiamo ricevuto molta solidarietà dai lavoratori di altre fabbriche, tra cui Calderys, che era già sotto il controllo dei lavoratori. Abbiamo ricevuto sostegno anche dai lavoratori della Sidor e da quelli di altre aziende. I nostri compagni a volte ci procuravano lavori saltuari per avere un po’ di reddito. La solidarietà di classe era molto importante.

    Infine, nel 2015, il governo ha applicato l’articolo 149, che ci ha concesso il controllo della fabbrica. Quando il Ministero del Lavoro applica l’articolo 149, apre la strada al controllo dei lavoratori. Innanzitutto, viene istituita una giunta di tre persone, con due rappresentanti dei lavoratori e uno del proprietario. Poiché il rappresentante del proprietario non si è presentato, abbiamo avuto il diritto di occupare il terzo posto con un altro rappresentante dei lavoratori. È così che alla fine abbiamo preso il controllo di Indorca.

    La lotta per arrivarci è stata lunga: quasi tre anni per difendere i mezzi di produzione, mesi a dormire all’aperto, a cacciare le iguane, a subire le angherie della polizia…

    La lotta ne è valsa la pena, ma dopo non è stato facile. Gli sgherri dei proprietari avevano rimosso i cavi ad alta potenza e altri macchinari. Eravamo anche diventati un esempio tossico – a causa della nostra vittoria di classe – e quindi ci è voluto un po’ di tempo per ottenere nuovi ordini. Finalmente, nel 2016, abbiamo firmato contratti con Venalum e Sidor.

    José Cedeño: La capacità di resistenza di Indorca è diventata un mito a Ciudad Guayana [Puerto Ordaz]. Abbiamo avuto vita dura – siamo stati vessati e perseguitati – ma la cosa più importante è che siamo rimasti uniti come lavoratori. Perché? Perché sapevamo che Indorca era importante per le industrie di base e per il Paese.

    Quando finalmente siamo stati riconosciuti ai sensi dell’articolo 149, abbiamo ottenuto il controllo della fabbrica. Poi abbiamo dovuto superare altre barriere, da quelle economiche a quelle amministrative. Sapevamo come produrre, ma il lato gestionale era tutto nuovo per noi. Per registrare tutte le nostre entrate e le nostre uscite ci siamo limitati a scriverle su un quaderno. In un’assemblea mensile dei lavoratori prendevamo tutte le decisioni importanti, applicando i principi democratici che avevamo imparato sotto la maloca.

    Dovevamo anche andare in giro per il mondo per ottenere nuovi contratti. Non è stato facile, perché ci trovavamo in una sorta di limbo come impresa né privata né pubblica. Alla fine, però, abbiamo ottenuto i primi contratti. È stata una battaglia di tre anni, ma ne è valsa la pena!

    Riattivazione e controllo democratico

    A Indorca, il controllo democratico e la gestione collettiva di una fabbrica non sono un’utopia futura. Piuttosto, i lavoratori gestiscono l’impresa senza padroni e prendono tutte le decisioni importanti in un’assemblea mensile in cui ogni lavoratore ha voce e voto uguali.

    Controllo democratico

    José Cedeño: La decisione del governo di applicare l’articolo 149 è arrivata quando Jesús Martínez dell’Università Bolivariana dei Lavoratori Jesús Rivero [università gestita dai lavoratori] era ministro del Lavoro. Il suo sostegno al processo è stato fondamentale.

    Quando è arrivata la sentenza, avevamo già deciso che avremmo gestito l’impresa in modo democratico. Sebbene l’articolo 149 stabilisca che una giunta di tre lavoratori eletta democraticamente sia responsabile dell’amministrazione dell’azienda, a Indorca è l’assemblea ad avere l’ultima parola.

    Durante i tre anni in cui abbiamo retto il fortino, abbiamo imparato l’uguaglianza e la solidarietà. Come saldatori, meccanici e supervisori, abbiamo vissuto tutti le stesse difficoltà e abbiamo preso insieme le decisioni importanti. Nella nuova Indorca le cose sarebbero state diverse! L’uguaglianza non sarebbe stata solo a livello decisionale, ma anche a livello salariale… Saremmo stati pagati tutti allo stesso modo, e così è stato fino ad oggi.

    Mentre le imprese private e persino quelle pubbliche non mostrano la loro contabilità ai lavoratori, qui rivediamo i nostri conti collettivamente una volta al mese. Ogni bolívar addebitato o accreditato viene riportato sulla lavagna [nella sala riunioni di Indorca].

    Durante l’assemblea mensile parliamo anche del flusso di lavoro, affrontiamo qualsiasi problema che si presenti in un determinato momento, discutiamo se accettare o meno un contratto e decidiamo i nostri salari in base alle spese e alle entrate previste.

    Victor Mujica: Quando Indorca era di proprietà privata, ci si aspettava che fossimo al nostro posto per otto ore al giorno e che lavorassimo con i paraocchi. Quando finalmente è stato applicato l’articolo 149, abbiamo dovuto imparare molto. Tra coloro che rimasero a Indorca, il lavoratore più qualificato aveva un diploma di scuola superiore, ma questo non ci impedì di gestire l’impresa!

    Dovevamo imparare la contabilità (che avevamo fatto su un quaderno!), e dovevamo imparare a fare l’analisi dei costi: quante ore di lavoro erano necessarie per produrre un prodotto e quali fattori produttivi sarebbero stati necessari, ecc.

    Jesús Varela: La nuova Indorca è nelle nostre mani. Che cosa significa veramente? Non ci limitiamo a produrre, ma controlliamo anche il processo produttivo. Prima, come lavoratori, eravamo beni da buttare. Ora non solo produciamo valore, ma comprendiamo anche il ciclo produttivo. Siamo i padroni di noi stessi… e funziona!

    Naturalmente, questo non significa che sia stato facile una volta che l’articolo 149 è entrato in gioco. Imparare i dettagli del processo di gestione non avviene da un giorno all’altro.

    Eliezer Perdomo: Qui prendiamo tutte le decisioni collettivamente: dai salari mensili a quanto denaro va per la manutenzione dell’autobus di Indorca e a quanta liquidità va tenuta in banca.

    Per me la cosa più importante dell’autogestione è che non siamo comandati e possiamo risolvere i nostri problemi. Non c’è sfruttamento o oppressione sul posto di lavoro. Qui mi sento libero. Non era mai successo prima, quando Indorca era in mani private. Tutto ciò rende il mio lavoro molto più piacevole!

    Yaneth Carreño: Un’impresa democratica e autogestita non è una cosa comune nel capitalismo, perché mette il lavoratore al comando.

    Sono arrivato a Indorca sei anni fa con un contratto temporaneo. Ero appena andato in pensione dopo una lunga carriera nella pubblica amministrazione e volevo contribuire a mettere ordine qui. Quando sono arrivato, mi sono seduto davanti ai libri contabili che tenevano conto delle spese e delle risorse disponibili. Ho potuto constatare che gli operatori erano molto meticolosi, ma avevano bisogno di strumenti contabili per tenere in ordine la casa.

    A poco a poco mi sono affezionato a Indorca. La solidarietà, l’impegno incessante nell’apprendimento e i processi democratici qui erano tutti nuovi per me. Ma ho imparato qualcosa di ancora più importante: i lavoratori sono coloro che producono valore, sono coloro che producono i beni di cui il Venezuela ha bisogno!

    Nella nostra società, l’operaio è invisibile. Il capo, il manager o l’ingegnere possono passare otto ore in ufficio e possono anche essere stanchi alla fine della giornata. Ma che cos’è rispetto all’operatore di una macchina che è esposto a un calore elevato e a un esaurimento intellettuale e fisico? Chi, se non l’operaio, pensa a valide alternative ora che il blocco rende impossibile l’approvvigionamento di determinati fattori di produzione e componenti? Chi, se non l’operaio, rimane in fabbrica per molte ore quando c’è un ordine da evadere?

    C’è l’idea che gli operai svolgano un lavoro meccanico che non richiede uno sforzo intellettuale. È sbagliato! Gli operai industriali devono risolvere ogni tipo di problema, da quelli meccanici a quelli chimici e operativi. Inoltre, i lavoratori di Indorca conoscono la contabilità e la gestione collettiva.

    Ho lavorato per 25 anni nell’amministrazione pubblica e ho imparato più cose dagli operai qui che in tutta la mia carriera precedente. Il mio lavoro qui è umile: Mi occupo della parte amministrativa dell’impresa e do una mano con la contabilità. Si tratta di preparare con cura la nostra assemblea mensile, in cui facciamo il punto sulla situazione economica di Indorca con grande precisione.

    Cruz Gonzales: L’avvio della nuova Indorca è stata una bellissima esperienza. Anche se le cose non sono facili a causa della crisi generale del Paese, lavorare senza padroni è molto meglio. Ora tutti sentiamo di essere una parte importante del puzzle. Lavoriamo sodo, ci aiutiamo a vicenda e prendiamo decisioni collettive.

    Ho imparato molto qui e voglio continuare a imparare. Ho imparato a conoscere la saldatura, ma anche a capire meglio la contabilità. Soprattutto, ho imparato a gestire un’impresa in modo collettivo e senza capi.

    Jesús Varela: È molto comune dire che gli operai non possono gestire le fabbriche. L’esperienza di Indorca dimostra il contrario: non solo siamo in attività da sette anni, ma mentre la maggior parte delle imprese statali e private ha chiuso a causa della crisi e della pandemia, noi abbiamo tenuto le porte aperte!

    Orlando Pereira: Come lavoratore, capire cosa succede davvero nell’azienda è un vantaggio. Sappiamo cosa c’è nel nostro conto in banca in ogni momento. Conosciamo il lavoro che dobbiamo svolgere e nessuno ci comanda a bacchetta.

    Ciò non significa che questo sia un mondo privo di conflitti. Abbiamo disaccordi, a volte anche grossi. Tuttavia, avere lo spazio per discutere e risolvere le cose insieme ci aiuta ad appianare il processo. In molti casi, i dibattiti possono portare a trovare soluzioni migliori ai problemi che dobbiamo affrontare.

    Gladys Rangel: L’uguaglianza è una cosa reale qui a Indorca… In realtà viviamo secondo la sua regola! Quando sono stata assunta, circa due anni fa, sono stata intervistata da José e Yaneth. La prima cosa che mi hanno detto è stata che Indorca non è un’impresa qualsiasi, che questa è una fabbrica autogestita e democratica, dove tutti i lavoratori prendono decisioni insieme nell’assemblea mensile, e che tutti riceviamo la stessa paga. Mi hanno anche detto che non sarei diventato ricco, il che è vero [ride].

    Da allora, Indorca è diventata la mia seconda casa: Qui ho cresciuto il mio bambino e ho imparato dagli operai. Qui ho scoperto come la classe operaia può gestire una fabbrica, anche mentre il Venezuela affronta una delle crisi più dure della sua storia!

    Riattivare Indorca

    José Cedeño: Quando è stato chiaro che noi operai saremmo stati in grado di prendere il controllo della fabbrica, il proprietario ha mandato i suoi sgherri e hanno preso l’80% dei cavi ad alta potenza che alimentavano i macchinari. Hanno preso anche utensili, condizionatori d’aria, uniformi, strumenti di misura e attrezzature per la saldatura. Inoltre, hanno rotto le finestre e distrutto tutto quello che potevano.

    È stato molto doloroso per noi!

    La stessa cosa è accaduta a Calderys e Equipetrol, due fabbriche che hanno subito lo stesso processo. Ci siamo riuniti con loro per valutare la situazione e abbiamo detto: Non abbiamo soldi, ma insieme abbiamo molte conoscenze acquisite. Facciamo ripartire le tre fabbriche insieme!

    Quello che serviva a Indorca e che Equipetrol aveva, lo hanno condiviso con noi. Quello di cui Calderys aveva bisogno e che noi avevamo, lo abbiamo condiviso con loro. Ci hanno aiutato anche i lavoratori di Alcasa, Venalum e Sidor.

    Il nostro principale ostacolo era la riattivazione dei macchinari pesanti. Per farlo, Calderys ci ha aiutato a procurare 500 metri di cavo. È così che, in una settimana, siamo riusciti a riattivare Indorca: tanto lavoro, tanta solidarietà… e, naturalmente, molti anni di esperienza messi a frutto!

     

    Fonte: Venezuelan Analysis

  • Il PTB, partito comunista belga, è molto vicino ai bisogni delle classi popolari perchè propone campagne che affrontano i problemi della vita quotidiana. Ed il loro lavoro politico produce risultati come il 15% ottenuto a Bruxelles alle scorse elezioni locali. Qui di seguito la traduzione della campagna per il prezzo della benzina calmierato.


    Il PTB difende una riduzione immediata delle accise e il blocco del prezzo del carburante al di sotto di 1,40 euro al litro. Questo è necessario e perfettamente fattibile. Ecco le risposte alle principali domande su questa richiesta.

    Più di 2 euro al litro per la benzina: è un record. Il gasolio potrebbe salire a 3 euro al litro entro l’estate. In mancanza di un’alternativa, molti lavoratori sono costretti a usare l’auto per recarsi al lavoro o per gli spostamenti essenziali. È il caso di Jan, scaricatore di porto ad Anversa: “Il prezzo del carburante è aumentato così tanto che devo lavorare più di un giorno intero per pagare una tanica. Ora vado a lavorare per pagare la benzina per andare al lavoro…”.

    Lo dice anche Jaël, collaboratrice domestica: “Come madre single con due figli, è insopportabile. Devi costantemente scegliere tra mangiare a sufficienza, guidare un’auto, prenderti cura di te stesso… Ho dovuto chiedere un prestito ai miei genitori per andare dal dentista.

    La situazione è resa ancora più difficile dal fatto che le bollette del gas e dell’elettricità hanno subito un forte aumento. Il PTB difende una riduzione immediata delle accise per mantenere il prezzo del carburante al di sotto di 1,40 euro al litro. Ecco perché e come.

    1. Perché 1,40 €/L?
    2. Come si può bloccare il prezzo?
    3. Chi pagherà per questo blocco?
    4. La riduzione delle accise non è in contrasto con le norme europee?
    5. Non dovremmo piuttosto promuovere un’alternativa alle automobili e ai combustibili fossili?

    Conclusione: il blocco dei prezzi è necessario e perfettamente possibile

    Domanda extra: L’embargo sul petrolio russo è una cattiva idea?

    1. Perché 1,40 €/L?

    1,40€/L: non è un numero casuale. Si tratta del prezzo medio nel periodo tra il 2015 e il 2020. Si tratta quindi di un prezzo perfettamente realistico per il carburante.

    In realtà, i costi di produzione non sono aumentati. Non c’è nemmeno carenza. Sono soprattutto la logica di mercato e la speculazione a far esplodere i prezzi. E l’industria petrolifera si riempie le tasche (vedi punto 3). Il mercato è un caos. Non possiamo lasciare che decida i prezzi, soprattutto quando si tratta di beni di prima necessità.

    1. Come si può bloccare il prezzo?

    Il modo più semplice e diretto è quello di abbassare le tasse sul carburante. Oggi, quasi la metà del prezzo è costituita da tasse. L’IVA del 21% viene riscossa sul prodotto stesso, sui costi di distribuzione e anche sulle accise (quindi paghiamo tasse su tasse…):

    Ripartizione del prezzo attuale del carburante (18 maggio 2022)

    2,02 €/l per la benzina (95)
    1,01 € = petrolio (+ profitti di Total & co)
    0,20 € = margine e distribuzione
    0,46 € = accisa
    0,35 € = IVA (21%)

    Dopo molti mesi e sotto pressione, il governo federale ha fatto un primo passo in questa direzione nel marzo 2022. Ma si trattava di una riduzione dell’accisa di soli 14,5 centesimi al litro(1) . Le accise sono ancora troppo alte e i recenti aumenti dei prezzi hanno già completamente neutralizzato questo piccolo risparmio.

    Il PTB propone di ridurre le accise per mantenere il prezzo a un massimo di 1,40 euro/l. In concreto, azzerando oggi l’accisa, il prezzo scenderebbe a 1,40 euro/l (compresa la riduzione dell’IVA legata a questa riduzione).

    Per questo motivo, sarebbe necessario abbassare anche l’IVA sul carburante al 6%. Per la stragrande maggioranza dei lavoratori, spostarsi non è un lusso, ma un bisogno fondamentale.

    (1) Includendo la riduzione dell’IVA, ciò equivale a una riduzione di 17 centesimi al litro.

    1. Chi pagherà per questo blocco?

    Non si tratta di prelevare nuovamente denaro dalle nostre tasche. Per finanziare questa misura, proponiamo: (1) di utilizzare il surplus accumulato dallo Stato; (2) soprattutto, di ottenere i soldi dai giganti del petrolio.

    Grazie agli aumenti dei prezzi degli ultimi mesi, il governo federale ha beneficiato di enormi entrate aggiuntive. Mentre le accise sono fisse, il gettito IVA aumenta con l’aumento dei prezzi. All’inizio di marzo, il dipartimento di ricerca del PTB ha calcolato che lo Stato aveva già accumulato 1,1 miliardi di euro di entrate extra. Anche la recente riduzione di 14,5 centesimi delle accise è quindi ampiamente compensata dall’aumento del gettito IVA.

    I giganti del petrolio stanno attualmente battendo un record dopo l’altro in termini di profitti.

    Nel 2021, TotalEnergies ha raggiunto l’utile più alto della sua storia con quasi 14 miliardi di euro. Solo nei primi tre mesi del 2022, approfittando della speculazione legata alla guerra in Ucraina, Total ha realizzato un profitto di 5 miliardi di euro. Il gruppo è quindi sulla buona strada per superare il record del 2021.

    Sono profittatori di guerra. Non c’è un’altra parola per definirlo. Non è giusto che queste multinazionali si arricchiscano sulle nostre spalle mentre noi facciamo sempre più fatica ad arrivare a fine mese. È ora di fargliela pagare.

    1. La riduzione delle accise non è in contrasto con le norme europee?

    Esiste infatti una direttiva europea (Direttiva 2003/96/CE) che stabilisce un livello minimo di tassazione a livello europeo: l’accisa minima è quindi fissata a 0,359 euro al litro per la benzina senza piombo e a 0,330 euro al litro per il gasolio.(2) Un’altra direttiva (2006/112/CE) impedisce inoltre che l’IVA venga teoricamente abbassata al 6% sul carburante.

    Ma quello che notiamo è che i nostri leader invocano queste regole solo quando fa comodo a loro. Che si tratti del salvataggio delle banche nel 2008 o, più recentemente, del coronavirus, tutta una serie di regolamenti europei sono stati allegramente ignorati dagli Stati membri (sugli aiuti alle imprese, sul rispetto del patto di bilancio, sulla libera circolazione delle persone, ecc.) Ogni volta hanno invocato l’urgenza della crisi. Oggi, tuttavia, ci troviamo in una situazione di crisi sociale causata dall’impennata delle bollette energetiche delle famiglie. Non è normale che le regole europee possano essere messe da parte quando si tratta di aiutare le banche, ma che ciò non sia possibile quando si tratta di aiutare i lavoratori.

    Riteniamo quindi che il Belgio debba difendere, a livello europeo, l’abolizione delle accise minime europee sui carburanti e che, nel frattempo, debba ridurre immediatamente le accise belghe oltre questo limite per rispondere all’attuale emergenza sociale.

    (2) Va notato che, anche nel quadro delle attuali direttive, il governo belga potrebbe già ridurre le accise di 10 centesimi al litro.

    1. Non dovremmo piuttosto promuovere un’alternativa all’automobile e ai combustibili fossili?

    È assolutamente necessario lavorare su alternative sostenibili a lungo termine. Che si tratti di trasporti pubblici o di sviluppo delle energie rinnovabili, i nostri governi stanno perseguendo una politica liberale di disinvestimento pubblico e di “tutto per il mercato” che va nella direzione sbagliata.

    Con il PTB, difendiamo un massiccio piano di investimenti pubblici per il trasporto pubblico (SNCB, De Lijn, TEC, STIB) e la transizione energetica (vedi il nostro programma). Sosteniamo le mobilitazioni per andare in questa direzione, senza opporci alla fine del mese e alla fine del mondo. Se vogliamo vincere, queste lotte devono assolutamente andare insieme.

    Conclusione: bloccare i prezzi è necessario e perfettamente possibile

    Il congelamento dei prezzi è una questione di scelte politiche e di potere. Questa richiesta viene avanzata anche in altri Paesi: l’Union populaire di Jean-Luc Mélenchon in Francia, ad esempio, la difende.

    Insieme al PTB, a marzo abbiamo presentato una proposta di legge per ottenere questo blocco. Abbiamo anche lanciato una petizione che, in pochi mesi, ha raccolto quasi 100.000 firme. Dopo la pensione minima di 1.500 euro netti, il fondo per i camici bianchi e l’IVA al 6% sull’energia, intendiamo mettere in agenda questa nuova richiesta.

    Potete contare su di noi per continuare a fare pressione fino a quando non otterremo il nostro risultato. E per questo abbiamo bisogno anche di voi. Firmate e diffondete la nostra petizione intorno a voi.

    Domanda extra: L’embargo petrolifero russo è una cattiva idea?

    I governi occidentali, spinti alle spalle dagli Stati Uniti, vogliono imporre un embargo sul petrolio russo. Questa misura aumenterebbe ulteriormente i prezzi. È facile per tutti quei dirigenti che guadagnano più di 10.000 euro al mese prendere queste decisioni. Ma è la classe operaia a pagare il conto. Tutto questo va a vantaggio degli Stati Uniti o dell’Arabia Saudita, che potranno vendere il loro petrolio all’Europa invece che ai russi. Anche se il petrolio saudita, che dal 2014 finanzia la sanguinosa guerra dell’Arabia Saudita nello Yemen, non è più pulito di quello russo… In breve, questa è una pessima idea. Le sanzioni dovrebbero piuttosto essere mirate contro gli oligarchi. E soprattutto è necessaria una grande iniziativa a livello diplomatico per ottenere il ritiro della Russia e un accordo di pace.

    Fonte: PTB

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